Lettere al Direttore
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Quel modo sbagliato di usare «piuttosto che»

Un lettore ci segnala un uso improprio di una locuzione all'interno di un commento che abbiamo pubblicato di recente e - per l'appunto - sulla scuola.

Parole (disegno di Alessio Atrei)

Vorrei segnalare che nell’articolo di Alberto Campoleoni («A scuola l’abito fa il monaco», Toscana Oggi del 27 maggio 2018) viene utilizzata la congiunzione «piuttosto che» in modo errato («i capelli blu piuttosto che i piercing...»). Purtroppo quotidianamente si sente anche da politici, conduttori televisivi e giornalisti l’utilizzo improprio del «piuttosto che». Viene utilizzato nel significato, errato, di «oppure». In realtà ha il significato di «anziché». Esempio: piuttosto che passare il pomeriggio davanti alla televisone andrei a fare visita a quella rompiscatole di mia suocera. Tante persone che conosco lo usano a vanvera ma nella convinzione di essere ganze. Come quando andava di moda «e quant’ altro». Nella speranza che la mia segnalazione possa essere utile alla salvaguardia della nostra bellissima lingua, porgo i miei più cordiali saluti.

Teresa Bosi

La ringrazio, cara Teresa, per la segnalazione documentata anche con una foto dal vocabolario Il grande italiano 2008 (Hoepli). A volte non è simpatico correggere gli editorialisti. Invece dovevamo farlo. Per cui mi prendo anch’io la responsabilità di un errore che nasce da modi dire che si diffondono soprattutto tramite la televisione, come giustamente sottolinea anche lei. C’è ad esempio un’altra affermazione che si sta diffondendo in modo incredibile: «Assolutamente sì» e di contro «assolutamente no». È un rafforzativo che non serve a nulla: o è «sì» o è «no». Eppure la stiamo ascoltando anche nelle fiction. Vengono in mente anche i tempi dell’«attimino», che come sappiamo non esiste, perché non c’è niente di meno dell’«attimo». Ci furono anche i tempi della doppia «e»: «E questo e quello». Altro errore. Come sia nato «piuttosto che» nel senso errato di «oppure» non lo so. So solo che si è diffuso insieme ad altri modi dire come «acca ventiquattro» o «barra», che di per sé non sono errori veri e propri, ma modi piuttosto antipatici di trasferire nel linguaggio parlato segni che fanno parte di un linguaggio tecnico scritto.

Andrea Fagioli

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