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«Carosello»: che delusione l’operazione nostalgia!

RaiUno ha riproposto un surrogato del celebre contenitore di pubblicità, nato alla fine degli anni '50, ma i risultati sono deludenti.

Percorsi: Tv
Parole chiave: pubblicità (8)
Il ritorno di Carosello

Con la pubblicità me la vedo male. Non capisco perché dovrei comprare un divano solo perché me lo dice, poco convinta pure lei, una bella donna che per farmelo comprare guadagna in un giorno quello che a me ci vuole, presumo, un biennio. Ignoro perché dovrei credere (o anche, più semplicemente, sorridere) davanti a una tizia che le ride la pancia perché ha mangiato un troiaio di fibra. Insomma: quanto in tv arriva la pubblicità, io sono iscritto alla affollata scuola di pensiero della puntatina in bagno: spot invadente, per me, fa quasi sempre rima con cesso accogliente; talvolta con dolcino stuzzicante nel frigorifero magniloquente (rima – ammetto – deboluccia). Questo per essere chiari.

Però sto nel sessantesimo di una vita che dai cinque ai venticinque anni mi ha fatto convivere con un programma pensato apposta per contenere pubblicità, per vendere roba: nacque che l’anno dopo sarei andato in prima elementare (e allora la tv, in paese, o si andava a vederla nel tinello della zia Olga o al circolino del prete) per finire quando l’anno dopo avremmo visto tre papi alternarsi e un politico rapito per essere ucciso, non si sa ancora bene su mandato di chi. Si chiamava, il programma, Carosello. E in tanti ce lo ricordiamo ancora. Era un mito: serviva solo a fare pubblicità, è vero, contribuiva pure esso a una Italia che noi giovani cattolici volevamo cambiare perché troppo «consumista». Era comunque roba che potevi vedere. Potevi guardarlo, Carosello, senza sentirti troppo cretino.
Oggi, che son passati non decine di anni ma tonnellate di anni luce, hanno tentato di far risorgere il trapassato. Hanno proposto, temerari, un surrogato di Carosello.

Credo che i signori di RaiUno farebbero bene a rimediare: lasciate passare qualche settimana per non dare troppo nell’occhio e poi fate finta di esservi dimenticati. Sostituite quei quattro minuti di assoluto sconforto con qualunque cosa: al limite l’intervallo con le pecore, la serie completa dei monumenti a Garibaldi, un comizio di Pannella.

Il Carosello versione terzo millennio mi pare una solenne «ciofeca». Ne ho visti cinque, l’ultima settimana, sciroppandomi anche le parti finali di un gioco («i pacchi») che un tempo mi piaceva ma adesso lo trovo insulso. E sono stato preso da una tristezza, da uno sconforto, da una delusione che capisco quel mio amico d’infanzia e perché, quand’era in crisi, batteva craniate nei muri della scuola: poi – ma sono sicuro che non c’è rapporto – entrò nell’Esercito. Guardando questo Carosello capisco il mio amico lontano, la voglia autopunitiva, rivaluto il tafazzismo.

Il cane a sei zampe che incontra la lucertola di nome Piera per concludere che il suo marchio «è la soluzione più semplice» non riuscirà mai a convincermi: non perché io dubiti sull’esistenza di lucertole chiamate Piera (avendo ancora, per mia fortuna, il cervello di un bambino so benissimo che splendidi incontri si possano fare con la fantasia). È, proprio, che non credo al marchio.

Figuratevi se credo al gestore telefonico quando vorrebbe farmi credere che i suoi addetti «lavorano per te e sono esattamente come te» (cioè come me). Per non parlare dei tre aggettivi («chiarezza, trasparenza, semplicità») che mettono alla fine dello spot. Ma chi volete prendere in giro?

Lievemente più furbi quelli della mitica crema spalmabile: nostalgici, hanno rispolverato l’uccellaccio cattivo e il gigante buono. Un prodotto certo goloso, quello, ma vai a sapere che diavolerie ci mettono dentro. Addio poesia, addio «gigante buono». Per non parlare di quello che si alza dal letto nel cuore della notte per andare a lavorare tutto allegro in un negozio pieno di «freschezza». Ma dai….
Son cambiato io, ma i sogni (in questo caso i ricordi del Carosello vero) non si interrompono. È un reato. E la magia di anni lontani è oggi inesistente con un prodotto finale di una tristezza imbarazzante. Signori di RaiUno, date retta a un bischero: finitela lì. Risuscitare i morti è impresa difficile. Non è roba per voi.

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