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Cavani, il terzo «Francesco» sopraffatto dalla pubblicità

Uomo di mondo, capisco tutto. Capisco, in particolare, che le miniserie tv, pure quelle a sfondo religioso, costano un sacco di soldi e qualcuno, quei soldi, deve pur metterli pretendendo un ritorno economico. Ma Francesco, oltretutto di Liliana Cavani, interrotto dagli spot su un bischerone di Babbo Natale impegnato a venderci quella piacevole schifezza di Nutella, l’ho trovato insopportabile.

Mateusz Kosciukiewicz, il Francesco della fiction Rai

Tanto per rimandare al titolo di una antica, inutile, protesta che chiedeva di non interrompere con gli spot almeno i film d’autore e almeno sul servizio pubblico, lunedì scorso ho traversato un … «sogno interrotto». E questo mi ha condizionato, non poco, nel giudizio sulla terza opera cavaniana dedicata al santo di Assisi.

Difficile, e insieme esaltante, rifare Francesco. Il santo della radicalità evangelica ha appena terminato di farsi offendere, nudo insieme a Ruffino, coperto solo del crocifisso di san Damiano. Prenderlo per i fondelli doveva essere facile; logico dargli dell’eretico, del matto, come hanno appena finito di fare, nella fiction RaiUno in prima serata, i bravi fedeli nella chiesa dove Francesco aveva spedito, nudo come un baco, fra Ruffino per poi andarci pure lui (che non apparteneva certo alla nobile categoria dell’armiamoci e partite). È uno dei momenti topici della prima puntata: ma cosa accade?

Il «sogno» si interrompe per farci arrivare in casa, notevole nella sua ammiccante svestitezza, una modella armata di reggiseno e mutandine invitanti. Poi la borsa griffata. Poi il telefonino che ti cambia la vita perché «nella vita è importante cambiare». E l’immancabile Vespa Bruno impegnato di lì a poco, con Brosio Paolo e Franco Pippo, sui veggenti di Medjugorje. Qualche dubbio può venire, in questa tv marmellata, su dove finisca il sogno di Francesco e dove cominci la realtà sul cinepanettone che loda un natale «stupefacente».

Dalle agenzie si era appreso che la comunità del Sacro convento di Assisi avrebbe atteso in gloria questo nuovo «Francesco» promettendo di posizionarsi tutti «davanti alla tv, attenti a cogliere i momenti della vita del santo, così come verranno visti e tradotti in parole e immagini dalla regista». Loro, i frati, come noi, appassionati di questo «folle di Gesù» che rifiuta il denaro e abbraccia i lebbrosi, fa incavolare padre e cardinaloni, fonda un movimento ma scappa impaurito dal potere che pure da questo movimento potrà arrivare, restaura chiese con la «c» minuscola e con la «c» maiuscola, invita ad amare tutte le creature di Dio: loro, i frati, e noi che Francesco lo amiamo da sempre per via della sua «scintilla capace di provocare un incendio», ci consentirete o no di restare turbati, specie oggi che il papa si chiama Francesco, davanti all’invadenza e alla volgarità del dio mercato?

A un certo punto della prima puntata, quando verso Assisi cominciano ad arrivare i primi «seguaci», due neofiti si interrogano sul messaggio di Francesco e su dove può portare: «lontano dalle volgarità», è la risposta – bella – che Liliana Cavani mette in bocca non solo al personaggio ma anche a ciascuno di noi, ancora innamorati del messaggio di Francesco.

Ma un istante dopo, a proposito di volgarità, rizonfa Vespa Bruno con le sue mani in perenne sfrigolio: sia davanti alla Madonna che ci invita a pregare e sia davanti agli euri giustamente guadagnati con il solito libro (quest’anno – mitico Vespa – dedicato ai … voltagabbana) di fine anno.

Dico con sommessa ingenuità: non era il caso di evitare ogni interruzione (magari quella su quant’è bello fare figli per potersi così comprare una automobile nuova) in coda al Francesco che ordina al fraticello di prendere in bocca le monete e depositarle sull’ancora fumante popò di vacca visto che, parola di Francesco, «il denaro è come la merda»? E il messaggio che ci arriva dalla splendida modella pizzo-mutandata può convincerci più o meno rispetto alla innocente pulizia, e al coraggio controcorrente, di una Chiara e delle tante sue sorelle impegnate a seguire, ieri come oggi, pure esse quel Vangelo secondo cui anche le donne sono «discepole di Gesù»?

È un laico limite nella lettura che Cavani, laicamente, fa di Francesco attraverso lo strumento non del cinema ma di una televisione che ha le sue regole e può, dunque, essere di «servizio pubblico» solo se incassa, da noi utenti, non solo i soldi del canone ma pure quelli con cui le imprese pagano i fascinosi, ed efficacissimi, spot. Non è colpa della Cavani. Non è colpa della Rai. Non è colpa di nessuno.

Così è, se vi pare. E se vi piace.

Cavani, il terzo «Francesco» sopraffatto dalla pubblicità
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