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Dalla «Zanzara» a «Bell'Italia». Ovvero dalla sguaiataggine all'eleganza

Parla toscano un esempio di tv ben fatta: è «Bell’Italia», coordinato da Marco Hagge, condotto da Cristina Di Domenico, due volti noti nella sede Rai regionale.  Va in onda il sabato mattina alle 11 su Rai3.

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Dalla «Zanzara» a «Bell'Italia». Ovvero dalla sguaiataggine all'eleganza

Capita, vedendo in tv un film delicato e poetico come delicati e poetici sono i film di Pupi Avati, di riflettere sul rapporto eleganza/volgarità letto da spettatore del piccolo schermo.

Mi riferisco a Una sconfinata giovinezza, una delle ultime opere di un regista che amo non poco: un film, dolce e struggente, non solo su una forma di malattia senile che colpisce un giornalista nel pieno della sua carriera ma anche sul rapporto, in lui e in ciascuno di noi, con l’infanzia e con l’adolescenza, con i ricordi, con la memoria, con le speranze; un film fatto di dolore e compassione ma anche di struggimento. E di fiducia. Un’opera elegante, passata qualche sera fa in prima serata tv, capace di farti riconciliare con un modo dei media nel quale, all’apparenza almeno, sembrano vincenti ben altre pulsioni.
Tanto mi sono sentito bene come spettatore di questo sensibile Avati (e tanto, in un genere diverso, mi fermo affascinato da uno come Renzo Arbore), altrettanto mi sento colpevole – praticamente ogni sera – quando, come milioni di altre persone, rientrando a casa in automobile, mi trovo sintonizzato sulla radio del 24Ore ascoltando il duo Cruciani/Parenzo. Due giornalisti, pure bravi, che per campare si sono inventati uno stile più offensivo che aggressivo, più cafone che cattivo, in una trasmissione di commento ai fatti della politica.

La zanzara – si chiama così – colpisce per le parolacce, lo stile sguaiato, il clima da rissa, i personaggi sul cafone andante, le offese a quei poveracci di ascoltatori che telefonano e riescono solo a esser presi in giro (ringraziandoli pure. Alla Fantozzi) da due conduttori che però, in questo modo, ecco il punto, fanno ascolti e portano pubblicità a un editore paludato e potente come Confindustria.

Mi rendo bene conto di quanto pure io, nel piccolo, contribuisca al rincafonimento di un contesto che gode nello scendere sempre più in basso: però, per chissà quale perversione privata, torno a riaccendere la radio.

Meno male che i due – il finto di destra Cruciani e il finto di sinistra Parenzo – tentando il passo della tv hanno collezionato due flop giganteschi: dopo appena quattro puntate, a luglio Rai3 ha chiuso il talk di Parenzo (La guerra dei mondi); e pochi giorni fa Rete4 non ha fatto arrivare alla seconda puntata quel Radio Belva (altro stile, quello del mitico Gustavo ...) dove i due, con la complicità di furbacchioni della finta rissa come Vittorio Sgarbi e Alba Parietti, pretendevano di trasportare in tv le volgarità che sulla radio della Confindustria attirano depravati come me.

Le cancellazioni possono far riflettere sullo spazio che, specie nel servizio pubblico (ma tutti i media sono comunque servizio pubblico), potrebbe liberarsi per trasmissioni più «bene-educate»: laddove non si intende né bacchettone né ipocrite, né politicamente corrette né annacquate, ma solo (come dire) non maleducate.

E, già che ci siamo, ecco un altro esempio di tv elegante: un esempio che parla toscano. Mi riferisco a quel Bell’Italia coordinato da Marco Hagge, condotto da Cristina Di Domenico, due volti noti nella sede Rai fiorentina, e curato da Franco De Felice che nei localoni in largo de Gasperi dirige la redazione giornalistica. Va in onda il sabato mattina, come tutto ormai si può sempre rivedere sul web, è appena iniziato con un nuovo ciclo annuale, e in mezzora mostra – con una eleganza e uno stile che oltretutto esclude tendenze «marchettare» ritrovabili in altri programmi similari – l’Italia della cultura e dei viaggi, delle curiosità e del paesaggio, delle persone e dell’arte.

Davanti allo schermo ci stai volentieri, quella mezzoretta. Racconti e immagini passano con ritmo e sensibilità. Alla fine non ti viene di provare la consistente dose di quella che un tempo si chiamava «vergogna», come capita a me verso sera quando, arrivato a casa, chiudo la manopola dell’autoradio che mi ha riempito di parolacce. E di cafoni, veri o per finta, impegnati a gettarsi addosso palate di insulti sovrapponendo voci sempre più accese, più stridule. Più inutili.

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