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I Comandamenti di Benigni, una lezione di tenerezza

«Se Lui non c’è, vorrà dire che noi lo aspettiamo». Parole inaspettate, che rimandano a frequentazioni filosofiche, che turbano chi si è messo, in spirito laico e dunque anche religioso, in ascolto di questo narratore impegnato in prima serata tv con lettera, e spirito, dei 10 Comandamenti.

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Parole chiave: Roberto Benigni (18)
Benigni durante la trasmisisone di Rai Uno sui 10 Comandamenti (Foto Sir)

Parte, Benigni, su un elemento basico in qualunque discorso su Dio («c’è o non c’è?»). E risponde che sì, esiste, perché lui non si permetterebbe mai di parlare su uno che non c’è. Ma tira fuori quelle parole – un po’ sulla scia del buzzatiano «Dio che non esisti, io ti prego» – che colpiscono e commuovono. «Se Lui non c’è, vorrà dire che noi lo aspettiamo».

C’era attesa per questa nuova prova dell’ex ragazzo di Vergaio. Tutto solo. In diretta. Quasi due ore (con qualche ridondanza che era inevitabile). Che per due sere di fila fanno quasi quattro. Senza spot. A dieci giorni dal Natale. Chiamato a raccontarci, lui, la poesia e la forza dei Comandamenti. Chiamato a soffiare su quel residuo di fede che «nemmeno certi preti o certi cardinali sono riusciti a sradicare in noi». Chiamato a ragionare anche con quei tanti, e specie nella nostra Toscana sono tanti, che il Benigni sostengono (ma sarà poi vero?) lo preferivano in Televacca o in Berlinguer non sopportandone quella che loro chiamano «deriva».

C’era attesa. E Benigni la riempie di una materia straordinaria: tenerezza. Fa ricorso all’unica dimensione possibile dovendo affrontare un tema così arduo. E parla, appunto, anche ai tanti che, fra noi, hanno la mania (o il timore?) di interrogarsi sull’esistenza o meno del proprietario di quel «dito».
Si fa anche umile, Roberto, premettendo i nomi di chi lo ha aiutato in questa ricerca: un poeta, un teologo, una giornalista e chissà quanti altri. Ma la tenerezza del poeta porta a tre altre persone, che non ci sono più ma che hanno molto contato nella formazione: la su’ mamma, il su’ babbo e don Tasselli, prete dell’infanzia aretina che guidava il piccolo nel mistero dell’invisibile («siamo il seme di Dio, destinati a diventare Dio») mettendogli dentro, a Roberto, il dubbio che per capire certe cose «la testa non è lo strumento più adatto». E c’è posto per un quarto, il Marione di una Vergaio non più esistente, citato come esempio di colorito, articolato e in definitiva non offensivo, bestemmiatore. Per ricordarci cosa sono, oggi, le bestemmie vere.

Tributato il dovuto tributo alla stretta attualità di mafia capitale, con due o tre battute inevitabili, Benigni si lancia subito nella storia: Mosè e l’esodo. Storia che un tempo tutti sapevano ma che oggi, nella imbarazzante ignoranza circa la dimensione «alta» in cui siamo immersi, fatica a farsi spazio. Magari anche per colpa di chi, preti compresi, dovrebbe narrarla ma non ne è capace limitandosi, come il cardinal Bellucci nella «Grande bellezza», a spiegare come si cucina il coniglio alla ligure.

Invita, Roberto, a dieci secondi di silenzio, perché «Dio si nasconde in tutti i frammenti di silenzio». Chiede di tornare bambini. Provoca sull’unico modo per parlare di Dio: «non capirci niente». Dice che «non si può parlare di Dio restando uguali». Tira fuori il ragno, creatura che fa una cosa buona, la ragnatela, non perché ha in mente di catturare le mosche, ma solo per il piacere di fare «qualcosa di buono».
Ed ecco Mosè («Vince perché ci crede»), il roveto ardente («brucia e non consuma. Proprio come l’amore»), il cammino verso la terra promessa («libertà è camminare insieme»), le cipolle d’Egitto («essere liberi non è facile, la libertà è faticosa»), la morte del condottiero («Dio scese e prese la sua anima con un bacio della sua bocca»).

Premessa inevitabile per arrivare ai primi tre comandamenti. Gli altri arriveranno la sera dopo. «Fate conto che è la prima volta che li leggete», avverte. «Semplicissimi e vertiginosi», li definisce. E parte: con una sapienza intrecciata di tenerezza che poi, a ben vedere, è la cifra delle dieci parole.

Un Dio che «si emoziona» e «si tradisce» quando ricorda di essere Dio di ciascuno di noi: un Dio che «vuole essere amato»; che «vuole l’esclusiva»; «geloso» di noi (e si è gelosi soltanto quando si è «innamorati»). Un Dio che «vuole entrare nei nostri cuori, non nelle nostre teste». Un Dio «sbilanciato nell’amore», che non vuole idoli sapendo bene (ma siamo noi a dimenticarcene) che «gli idoli addormentano, mentre il divino inquieta». Un Dio «che non risuscita i morti, ma i vivi»; che non vuole essere rappresentato «perché vuole educarci ad aprire gli occhi sull’invisibile».

Uno, due, tre. Parla, Benigni, anche della vera bestemmia («Impadronirsi del nome di Dio per ingannare la gente»). Parla del sabato, o del venerdì oppure della domenica («perché Dio è lo stesso»): la rivoluzione del riposo, perché è dal riposo di Dio che il mondo inizia davvero («Il big bang sfocia nel silenzio del sabato»). Magari non avrebbe guastato qualche riferimento più preciso al concetto di santificare le feste, senza mettere uomini e animali sullo stesso piano. Benigni ci regala comunque un invito sul dualismo corpo/anima («Siamo andati così avanti con il nostro corpo che la nostra anima è rimasta indietro») che non possiamo prendere sottogamba: «bisogna fermarsi, altrimenti la perdiamo completamente». L’anima.
PS) – Impensabile una serata sui 10 Comandamenti interrotta dagli spot. E in effetti, per due intere serate, nessuna banalità ha interrotto il sogno. Per la serie: si può fare.

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