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Il presente attraverso il passato, guardando al futuro

Dal lunedì al venerdì su RaiTre alle 13,20 e su Rai Storia alle 20,30 va in onda «Il tempo e la storia», 160 puntate condotte da Massimo Bernardini che si avvale, a turno, della consulenza  di 13 storici.

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Il presente attraverso il passato, guardando al futuro

Un’infinità di puntate (160) dal lunedì al venerdì su Rai3 e su Rai Storia condotte da Massimo Bernardini – uno che i meccanismi dei media li conosce e li sa spiegare – per «analizzare il presente attraverso il passato aprendo nuove visioni sul futuro». Il programma (titolo Il tempo e la storia) è di quelli che possono non farci rimpiangere i soldi spesi nel canone per il servizio pubblico radiotelevisivo: ruota sul garbato confronto fra lo stesso Bernardini e, a turno, uno fra i 13 storici chiamati a fare il loro mestiere di accademici divulgatori. Fra gli storici c’è anche il nostro Franco Cardini, sempre da ascoltare con interesse. Nel mezzo, pregevoli filmati d’epoca con il compito di fare pure loro un mestiere accattivante: la forza della testimonianza affidata all’efficacia delle immagini.

Giorni fa mi sono imbattuto nella puntata dedicata all’Onb (Opera nazionale balilla). Giuro: non sono riuscito a staccarmene. Ho dovuto guardarla fino in fondo, quella puntata, con i filmati sulle adunate, i Figli della Lupa, le Piccole Italiane, gli Avanguardisti, le parole d’ordine («Libro e moschetto fascista perfetto»), i manganelli che apparivano sul «Corrierino» come se fosse normale, per un bambino, averci a che fare («È questa la bella gioventù che chiede di ubbidire e nulla più»). Prendendo atto e quasi ammirando «la fascistica rapidità» con cui Renato Ricci, gerarca carrarino che Mussolini aveva incaricato di seguire l’Opera Balilla, portò a termine i lavori per il «Foro Mussolini». Per la serie «quando c’era lui, caro lei …».

Quasi ipnotizzato da filmati in bianco-nero così allucinanti da non parere veri, anche per le folle in effetti oceaniche che li caratterizzavano plaudendo sinceri l’uomo solo al comando (plaudivano perché convinti, e convinti perché i media di allora condizionavano ogni giorno, perché la libertà non c’era più, perché il dissenso dei pochi era considerato stravaganza dai molti), certo sapevo come sarebbe poi andata a finire. Tutti lo sappiamo: finì con la guerra. Finì con l’evoluzione dell’Onb nella Gil (Gioventù italiana del littorio). Finì con il credere e con l’obbedire che si trasformano nel combattere. Finì con una Italia non più caserma ma cimitero. Finì con le leggi razziali e con il piccolo tedesco convinto di poter cambiare il mondo in base alla supremazia di una razza sull’altra.

E allora, proprio perché lo sapevo – e sapevo che in parallelo anche Hitler formava la sua «meglio gioventù» insegnando che il massimo era la «obbedienza totale», che l’ideale era essere «duri come l’acciaio di Krupp» – perché sono rimasto attaccato allo schermo su un qualcosa già visto mille altre volte? Penso proprio per la concatenazione (presente/passato/futuro) che mi ha intrigato e posto davanti a una piccola domanda dalla soluzione complessa: l’indottrinamento di massa portato avanti dal regime di allora negli anni d’oro per il fascismo, gli anni del consenso, ha qualcosa da dirci anche oggi? Davvero possiamo ridere, o sorridere, davanti a milioni di esseri umani convinti che il Duce era «laboriosissimo» oltre che «grande condottiero» e, non guasta, anche grande amatore? E le facili salite di massa sul carro del vincitore di turno sono proprio la inevitabile costante del nostro essere italiani?

«Sedotti da 20 anni di indottrinamento, i giovani non sapevano il destino cui sarebbero andati incontro». Questo ricordava, su Rai Storia nella puntata sui balilla, l’accademica di turno, Alessandra Tarquini. E questo consentiva a Massimo Bernardini di introdurre il noto commento di Pierpaolo Pasolini, e non solo suo, quando negava che il fascismo avesse modificato l’animo italiano perché, tutto sommato e da sempre, gli italiani vogliono quella cosa lì avendo con la retorica e con l’obbedienza un rapporto assai poco conflittuale. Torna in mente Piero Gobetti («Il fascismo come autobiografia della nazione, come costante dell’animo italiano»): un Piero Gobetti difficile da scacciare. Ieri come oggi. E, Dio non voglia, oggi come domani.

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