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Sessant'anni di televisione. Dalla Rai pioniera all'autopalinsesto

Inizio d’anno con anniversari tondi. Se la tv, in Italia, di anni ne compie 60 (e Rai festeggia in grande spolvero nella logica di un «come eravamo» da sempre destinata a grandi ascolti), il pontificato, oggi nelle mani di un ciclone chiamato Francesco, sta festeggiando i 50 dallo storico (e in questo caso l’aggettivo ci sta tutto) viaggio di Paolo VI in Terrasanta.

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Sessant'anni di televisione. Dalla Rai pioniera all'autopalinsesto

Era il 3 gennaio 1954 (chi scrive aveva appena terminato, sui monti di Pistoia, quella tenera fase nota come «svezzamento») ed era il 4 gennaio 1964 (inaugurando la riforma che cancellava il cosiddetto «avviamento», ero appena entrato nella scuola media orgogliosamente intitolata al poeta Renato Fucini e oggi tristemente appellata «Istituto Omnicomprensivo»).

Per chi ha la mia età, e oggi sta dunque iniziando a fare i conti con quella misteriosa fase della vita chiamata pensione e destinata – pare – a non riproporsi per i ragazzi che oggi sperano di affacciarsi nel mondo del lavoro, l’intreccio tra fatti pubblici e vicende privatissime lo racconta e lo scioglie proprio quell’apparecchio che tutti abbiamo in casa: il televisore. Ma è tutto ciò che sta dietro (la … televisione) a coinvolgerci in forme, tecnologicamente sempre nuove e sempre più potenti, che fanno divertire e insieme spaventare, liberano e condizionano, rendono cittadini ma anche schiavi.

Guardando un bel servizio trasmesso sabato scorso su RaiTre (quante splendide occasioni potrebbero offrire quelli della Rai, se solo avessero più coraggio nel proporre cose intelligenti per le nostre prima serate di tv generalista), mi sono imbattuto in una fra le prime prove su quanto la tv stava cambiando il mondo.

Si raccontava il pellegrinaggio del «fragile» Paolo VI nelle terre calpestate da Gesù. E uno fra i profili scelti per questo racconto davvero storico riguardava proprio la copertura a quel tempo decisa dalla Rai di bernabeiana memoria: una copertura potente sia per uomini che per tecnologie. Copertura che fece un po’ arrabbiare i grandi inviati della carta stampata, iniziando dal futuro Nobel Eugenio Montale e da una puntuta Camilla Cederna, che si rendevano benissimo conto come il loro nobile e privilegiato mestiere stesse per modificarsi proprio grazie, o per colpa, delle telecamere: non erano più, loro con le rispettive penne spesso raffinate, gli unici testimoni; ciascuno di noi, dal suo salotto e sulla sua poltrona, poteva già diventare, quasi in diretta, testimone privilegiato di fatti giganteschi (come gigantesco fu l’incontro tra Paolo VI e il patriarca Athenagoras). «Ne parlavamo con gli altri colleghi – raccontava la Cederna a uno degli inviati Rai – per convenire che forse noi, quelli della carta stampata, avremmo fatto meglio a tornare in Italia per seguire da lì viaggio del papa; lo avremmo fatto certo meglio, visto che voi della Rai arrivate prima e meglio di noi».

Per chi ha la mia età, e dunque tiene l’età della televisione italiana, davvero quella scatola – oggi tecnicamente sempre più efficace nel renderci al meglio quella che forse è la verità – si intreccia con la sua personalissima esistenza.

Come non ricordare quella zia (nel mio caso si chiamava Olga ma poteva chiamarsi in qualunque altro modo) che l’apparecchio (quello televisivo) l’aveva comprato, in paese, fra le prime? Un cassone, incredibile a ricordarlo con gli occhi di adesso, inserito al posto d’onore sul «mettitutto» e dal quale uscivano fuori racconti e personaggi che era così bello andare a vedere.

Ma era anche bello guardarlo, l’apparecchio, nel circolino del prete: fra barattoli con cingomme e mentine, Fernando accendeva la «cosa» e Giovanna era davvero la nonna del Corsaro Nero (la nonna-sprint più forte di un bicchiere di gin) con Battista il maggiordomo e Nicolino il nostromo. Roba tosta (purtroppo tutte le registrazioni sono – dicono – andate perdute). Per non parlare dei quindici uomini sulla cassa del morto ya-ha-ho e una bottiglia di rum. Roba destinata a forgiare la mente e la fantasia di noi piccolini, a cavallo fra gli anni cinquanta e sessanta.

Un salto di neppure venti anni per un viaggio (1980) in Usa restando colpito – nella camera d’albergo al trentesimo piano di un grattacielo nella nuova York raccontata fino a pochi anni prima dal mitico Ruggero Orlando – per la tv fatta di tanti canali che trasmettevano, 24 su 24, programmi interrotti da pubblicità. «Da noi non potrà mai succedere», sostenevo con evidente lungimiranza puntando pure sulla certezza acuta che mai, da noi, sarebbero arrivate le ragazze pon-pon figurarsi i centri commerciali con le piazze di plastica.

Un altro trentennio e arriviamo a un oggi che la tv si può vedere su tavolette e telefoni mobili mentre ciascuno, se vuole e se ne è capace, può farsi il palinsesto che crede: con luci e ombre, in questo tipo di fruizione non più generalista, sotto gli occhi di tutti o, almeno, sotto gli occhi dei più avvertiti e dei più provveduti.

Buon compleanno, sorella tv. E tanti auguri a quelli che di te e con te vivono: nel senso professionale o perché davanti all’apparecchio passano giornate intere. Ci vediamo il 3 gennaio 2054. Per i tuoi, e nostri, cento anni, sperando che nel frattempo sia saltata fuori qualche copia buona di Giovanna, la nonna del Corsaro Nero.

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