Risponde il teologo
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Battesimo: non sarebbe più giusto riceverlo da adulti?

Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

Battesimo di un bambino (Foto Sir)

Scrivo a proposito di un lieto evento che c’è stato alla Messa di stamattina ovvero un battesimo amministrato dal parroco ad una bambina piccola perché chiesto e voluto dai genitori. La domanda che voglio fare è questa: il sacramento del battesimo è giusto riceverlo da bambini seppure non è una cosa scelta dal battezzato perché piccolo e quindi c’è chi lo sceglie per lui, oppure bisognerebbe ricevere il sacramento del battesimo in età adulta? O forse si dovrebbe ripetere nuovamente il battesimo in acqua per riconfermare di essere Figli di Dio?

Marco Giraldi

La domanda del lettore implica più considerazioni, legate non solo dalla richiesta fatta, ma soprattutto da come, nel corso della storia, la Chiesa sia stata guidata a comprendere meglio i doni di Cristo, suo Signore. Nell’ordine dovremo mettere a fuoco il senso evangelico del battesimo dei bambini, la sua opportunità e il suo valore. Fin dagli inizi la comunità dei discepoli di Gesù ha inteso il comando di battezzare (Mt 28,19) rivolto anche ai bambini. Per il contesto culturale dell’epoca è molto naturale. La conversione del padre di famiglia comportava l’adesione alla fede cristiana dell’intera sua casa. Così è per la conversione del centurione Cornelio, primo pagano a ricevere il battesimo senza passare attraverso la circoncisione e l’appartenenza al popolo giudaico. Pietro incontrò il centurione Cornelio «con i parenti e gli amici intimi che aveva invitato». Al termine, in seguito all’intervento improvviso dello Spirito Santo, «ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo» (At 10,24.48). Dobbiamo pensare che tra quei parenti vi fossero le donne, i bambini e, forse, gli stessi servi della casa.

La parola di Gesù «lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite» (Mc 10,13-14) ha un riferimento battesimale nelle parole «non glielo impedite». Si tratta di una frase che apparteneva al rito liturgico, quando si chiedeva se il catecumeno fosse ormai pronto a ricevere il battesimo, dopo gli anni di preparazione. Di fronte alla comunità si domandava «cosa impedisse» perché ricevesse il santo battesimo. Abbiamo la stessa frase nella conversione dell’eunuco, ministro della regina di Etiopia: «E l’eunuco disse: Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?» (At 8,36).

Al termine delle persecuzioni, si diffuse la prassi di rinviare il battesimo. Il motivo era la difficoltà a vivere secondo le esigenze della fede cristiana. Contro questa prassi predicarono i grandi vescovi che esortano a non avere paura nel ricevere il battesimo e uno stile di vita cristiano. Il problema avvertito, quindi, non era quello di lasciare spazio alla libertà individuale, ma la difficoltà di mantenere uno stile di vita evangelico. In questa prospettiva il rinvio del battesimo coinvolgeva tutti, sia adulti che bambini. Con la capillare diffusione della fede cristiana, il battesimo assunse un valore sociale, di appartenenza alla comunità civile. Dobbiamo aggiungervi la preoccupazione per una condizione umana segnata dal peccato e il suo destino dopo la morte per chi non avesse ricevuto il battesimo. Tutto questo processo portò alla norma di battezzare i bambini quam primum, il prima possibile, persino in assenza della madre, debilitata per il parto recente. Nel XVI secolo alcune correnti spirituali, legate al movimento della Riforma in Germania e Svizzera, misero in questione il valore del battesimo dei bambini, perché incapaci di quell’atto di fede personale, il solo capace di accogliere la grazia della giustificazione. Anche questa prospettiva resta sempre nell’ambito di condizioni legate alla fede cristiana. Di fronte a questa novità, il Concilio di Trento ribadisce la tradizione in favore del battesimo dei bambini.

In età moderna il battesimo dei bambini è messo in questione per nuovi motivi: da una parte, per l’acuirsi della percezione del valore della libertà dell’uomo, dall’altra per l’abbandono della pratica di fede da parte di molti battezzati. Nonostante tutto, il pensiero della Chiesa è rimasto nel solco della tradizione. La riforma liturgica del Concilio ha portato a un nuovo rituale per il Battesimo dei bambini (1969), confermando la prassi liturgica. In seguito, un autorevole documento della Congregazione della Fede ha motivato il permanere della tradizione (Documento Pastoralis actio del 1980). Il punto fondamentale è il riconoscimento di come, sia per l’occidente che per l’oriente, la prassi di battezzare i bambini immemorabile sia una norma di tradizione immemorabile (n. 4) e di origine apostolica (n.18). Il documento aggiunge altre motivazioni, come l’assoluta gratuità dei doni di Dio e una riflessione più completa sulla libertà umana, che non è mai assoluta, ma sempre determinata dal contesto culturale e dalle azioni degli altri. Alla fine, il punto determinante per concedere il battesimo ai bambini è il valore della fede che questa assume presso i suoi genitori. E la liturgia ragiona proprio in questa direzione. Il battesimo è concesso ai bambini in virtù della fede della Chiesa, professata dai genitori, come si esprime la liturgia prima del lavacro con l’acqua: «Volete che vostro figlio riceva il battesimo nella fede della Chiesa che abbiamo professato?».

La fede nella quale avviene il battesimo è la fede grande della Chiesa, indipendentemente dall’età e dalla consapevolezza di colui che riceve il battesimo. Questa fede, poi, è professata, fatta propria da ciascuno di noi in modo diverso e singolare. I genitori del bambino avranno la loro propria fede per la quale, nella preparazione al sacramento, il parroco avrà avuto cura di mostrarne il legame con la grande e piena fede della Chiesa. Per questo motivo il battesimo, in qualunque modo sia donato, ha sempre un valore pieno e non c’è alcun bisogno di ripeterlo o di confermarlo. I doni di Dio sono definitivi e non dipendono dall’uomo. Nel corso della vita ciascuno di noi avrà sempre bisogno di ravvivare e custodire il dono della fede battesimale, a qualunque età l’abbia ricevuta, bambino o adulto che sia stato. Nella Veglia di Pasqua abbiamo rinnovato le promesse battesimali, non il battesimo, che resta sempre in noi nella sua pienezza di dono di Dio,  capace di fecondare in modo evangelico la nostra vita. Tutto questo non deve farci assumere un atteggiamento superficiale verso il battesimo dei bambini.

La decisione di concedere il battesimo è forse la decisione più carica di conseguenze che la Chiesa possa compiere. Il battesimo dei bambini non rivolge una responsabilità educativa ai soli genitori, ma all’intera comunità parrocchiale. Ricordava il documento citato sopra come la comunità parrocchiale, soprattutto le famiglie, devono svolgere un ruolo nella pastorale del battesimo: «il popolo di Dio, cioè la Chiesa, che trasmette e alimenta la fede ricevuta dagli Apostoli, considera suo compito fondamentale la preparazione la battesimo e la formazione cristiana» (dalle Premesse al Rito dell’Iniziazione Cristiana, citato dalla Pastoralis Actio, n. 34). Come indicava il lettore nella sua lettera, il battesimo di quella bambina è stato una festa. Possa esserlo sempre per ogni nostra comunità parrocchiale: la festa della Chiesa che accoglie un nuovo figlio, che le viene consegnato da Dio, dopo averlo unito per sempre alla vita e allo Spirito del suo Figlio Gesù Cristo.

Valerio Mauro

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