Risponde il teologo
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Bibbia e scienza: mito e teoria dell'evoluzione

Su una risposta di padre Athos Turchi per la rubrica di Toscana Oggi «Risponde il teologo» sono arrivate in redazione due lettere che pubblichiamo, assieme ad una replica dell'autore della rubrica.

Parole chiave: evoluzione (1)
Michelangelo, Giudizio universale (particolare)

Sul numero di Toscana Oggi del 2 febbraio scorso abbiamo pubblicato la risposta di padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla Facoltà Teologia dell’Italia centrale, alla lettera di un nostro lettore, Giuseppe Mandorli. La lettera poneva questa domanda: «Come si concilia il "mito" biblico della creazione con la consolidata acquisizione scientifica dell’evoluzione cosmica e umana?»

La domanda, e la risposta di padre Turchi, hanno suscitato altre riflessioni: una di padre Paolo De Lisi, sacerdote laureato in Fisica, una di dom Giovanni Ponticelli, monaco dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore.

Pubblichiamo questi contributi, con una ulteriore riflessione di padre Turchi che approfondisce e precisa alcuni passaggi della sua risposta precedente. Speriamo così di fare partecipi i nostri lettori di un dibattito su un tema affascinante come quello delle origini del cosmo.

La Genesi: una grande parabola che racconta le origini del cosmo

Mi riferisco alla rubrica «Risponde il teologo» del 2 febbraio scorso su «Creazione o evoluzione: come si conciliano Bibbia e scienza».
Qualche piccola nota su problemi tanto complessi e difficili. Il lettore Giuseppe Mandorli si domanda, fra l’altro, come si concilia il «mito» biblico della creazione con la consolidata acquisizione scientifica dell’evoluzione cosmica e umana?

Non vedo questa impossibilità di conciliazione. La stessa scienza è arrivata a dire che il cosmo ha avuto un inizio con il Big-Bang e ne ha  indicato, approssimativamente, anche l’età in circa tredici miliardi di anni.

Quando fu chiesto ad un famoso astronomo – di cui non ricordo il nome – che cosa ci fosse prima del Big-Bang, rispose: Dio.
È vero che oggi si mette in dubbio che il Big-Bang sia l’inizio di tutto l’universo, perché si dice che è possibile, anzi probabile che ve ne siano altri. Ma questo non esclude che ve ne sia stato uno, primo in assoluto. Altrimenti si arriverebbe a pensare che l’universo è sempre stato e sempre sarà e, praticamente, a identificare Dio con la natura, cioè panteismo (Spinoza, Giordano Bruno).

Nella risposta al lettore il filosofo padre Athos Turchi, dopo aver posto dei limiti alla «consolidata acquisizione scientifica» di cui parla il lettore, dice molto bene sulla parabola, usata più volte da Gesù come forma di racconto per trasmettere una realtà. Infatti, i primi 11 capitoli della Genesi si possono considerare come una grande parabola con la quale, in una forma popolare e poetica, Dio ha voluto comunicare all’uomo la verità sull’origine del cosmo, sull’uomo stesso e sull’esistenza del male.

Però, nella sua risposta, il filosofo riprende più volte anche l’espressione «mito della creazione», usata, fra virgolette dallo stesso lettore. E qui esprimo, a mia volta, la mia perplessità. È vero che anche il concetto di «mito», è complesso, molteplice, ma in genere si intende, nella classicità greca e romana, una stratificazione di leggende sugli dèi e gli eroi.

Può darsi che il padre Turchi usi l’espressione come equivalente di parabola e allora andrebbe tutto bene. Ma, comunque, l’espressione è equivoca e può creare confusione nei lettori del Settimanale. In sostanza, Bibbia e Teologia sono cose ben diverse dalla Mitologia.

Giovanni M. Ponticelli
Abbazia di Monte Oliveto Maggiore

Dalla creazione al «Big bang»

Sono un sacerdote della Diocesi di Massa Carrara - Pontremoli  e ho letto con interesse, nel numero del 2 febbraio di Toscana Oggi, la risposta di padre Athos Turchi al lettore che chiedeva chiarimenti sul rapporto tra creazione ed evoluzione. Prima di entrare in seminario mi sono laureato in Fisica ed ho avuto sempre a che fare con questioni scientifiche anche perché ho insegnato per 15 anni Matematica e Fisica. Mi sono sempre interessato particolarmente del rapporto scienza -fede specialmente sulle problematiche connesse con la teoria dell’evoluzione.
Ringrazio padre Athos Turchi per la chiarezza della sua risposta alla questione anche se necessariamente sintetica: ne farò tesoro e la userò volentieri per le mie catechesi.

Ebbene, chiarezza per chiarezza, vorrei aggiungere qualche parola per inquadrare la questione nel suo giusto contesto, che è quello della ricerca scientifica i cui risultati non hanno niente a che fare col cosiddetto «evoluzionismo» che invece è una posizione filosofica e ideologica.

Il primo errore che si commette quando si affronta questo problema è di non definire esattamente cosa significa (scientificamente) il termine «evoluzione». Infatti senza concetti precisi la scienza non può procedere e si genera solo confusione.  Poi occorre verificare se questa «evoluzione» è un fatto scientificamente accertato o se si tratta solo di un’ipotesi  seppure appoggiata su più o meno numerosi dati. Infine occorre proporre delle teorie che, fondate su osservazioni oggettive, spieghino, in un quadro coerente di sviluppi logici, i fatti osservati e ne prevedano altri che possono essere in seguito verificati sperimentalmente. Solo con questa impostazione le teorie possono essere falsificabili secondo il criterio di scientificità di Popper (come giustamente lei diceva nel suo scritto). Basta un solo fatto sperimentale che non si accorda con la teoria proposta e questa deve essere sicuramente abbandonata o almeno ripensata nei suoi fondamenti.

La storia della scienza ci insegna continuamente questo modo di procedere, ed è proprio la continua revisione delle teorie che permette il progresso scientifico. Per esempio, alla fine dell’ottocento la meccanica classica come l’elettromagnetismo avevano raggiunto un così grande grado di perfezione teorica che sembrava non ci fosse molto altro da scoprire nella fisica (come disse soddisfatto Lord Kelvin nel 1900). Ebbene, bastarono quattro o cinque fatti sperimentali che in nessun modo si accordavano con quelle teorie per provocare una vera rivoluzione scientifica, paragonabile a quella copernicana se non di più. Nacquero così la teoria della relatività e la meccanica quantistica che hanno permesso gli straordinari sviluppi della fisica del secolo scorso (e che continuano oggi).
Ecco perché non esiste solo una teoria dell’evoluzione ma molte teorie che nel corso di due secoli e più hanno tentato di inquadrare l’ipotetica «evoluzione delle specie» (perché di ipotesi si tratta giacché nessuno ha mai osservato in laboratorio un rettile che si trasforma in uccello o uno scimpanzé che si trasforma in uomo) in un coerente paradigma esplicativo. Le varie teorie proposte sono state nel tempo o abbandonate o radicalmente modificate a causa dei numerosi dati che si accumulavano negli anni.

Così dopo la teoria di Lamark ci fu quella di Wallace-Darwin, quasi subito criticata su basi oggettive da Mivart  che ne denunciò le deficienze (purtroppo  non fu molto ascoltato).  In seguito alla scoperta delle leggi di Mendel il darwinismo classico dovette essere abbandonato e fu formulata la teoria sintetica, nota anche come neodarwinismo, basata sulle mutazioni genetiche casuali e che spadroneggiò fino agli anni cinquanta.

La scoperta del DNA costrinse poi a rivedere tale teoria ipotizzando che le mutazioni fossero dovute ai cosiddetti «errori di copiatura» nella duplicazione del genoma. Ma quando un po’ di anni dopo si dimostrò che la probabilità di errori copiatura era troppo bassa -  a causa dei meccanismi di riparazione del DNA - per giustificare i cambiamenti evolutivi in tempi compatibili con i dati paleontologici, la teoria sintetica andò in crisi.
Il colpo  definitivo a questa teoria venne poi quando, tra gli anni sessanta e settanta, il giapponese Kimura dimostrò che la maggior parte delle mutazioni era neutrale, cioè non influiva sul fenotipo (l’organismo così come ci appare). I neodarwinisti però non si arresero facilmente e per lungo tempo si opposero assai poco scientificamente alle nuove scoperte. Frattanto nell’altro ramo fondamentale della teoria evolutiva, cioè la paleontologia, negli anni settanta Gould ed Eldredge dimostrarono  che l’idea che l’evoluzione procedesse a passi piccoli e graduali era incompatibile con i dati paleontologici e crollò così un altro punto forte della teoria darwiniana. La nuova teoria si chiamò "equilibri punteggiati" ma, sempre per la resistenza dei darwinisti arroccati, fece fatica ad essere accettata ma alla fine dovette essere presa in seria considerazione da tutti gli scienziati.

In seguito alla decifrazione del genoma (2000) le cose si complicarono ulteriormente perché fu evidente che solo una piccolissima parte del DNA (meno del 3%) codifica proteine, mentre il resto ha funzioni diverse che ancora non sono state comprese, ma si suppone che questa enorme striscia dei genoma abbia avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione.

Parallelamente, la scoperta delle mutazioni epigenetiche, dei cosiddetti «geni regolatori», e di altri fenomeni che la nuova genetica va via via evidenziando, hanno suscitato nuove teorie (evo-devo e altro) e si è sempre più fatta avanti la necessità di una totale reimpostazione delle teorie evolutive. Questo lavoro è ancora in corso e avrà certamente nei prossimi anni sviluppi fondamentali.

Che cosa è rimasto dunque delle idee di Darwin e dei suoi successori? Poco o nulla. Come ha detto il grande paleoantropologo francese Yves Coppens, l’evoluzione oggi non può più chiamarsi darwinismo, essendo ormai evidente che la selezione naturale spiega solo le piccole variazioni all’interno delle singole specie, ma non il processo evolutivo nel suo complesso il quale, ammesso che sia realmente avvenuto, ha bisogno di ben altri e più complicati paradigmi esplicativi.
Paradossalmente, in tutte le nostre scuole si continua ad insegnare il vecchio e ormai morto darwinismo, identificando - con grave e disinvolto errore - l’evoluzione con la teoria di Darwin. Ma che ne pensa il Ministro dell’Istruzione?

Paolo De Lisi
Sacerdote Missionario di Maria

(Il testo era già stato postato tra i commenti alla citata rubrica di «Risponde il teologo», ma lo abbiamo riprodotto integralmente per facilitare i lettori)

La replica di padre Athos Turchi: Il mito? Non è pura fantasia ma un modo per dire la verità

Status quaestionis. Il lettore Giuseppe Mandorli, nella sua lettera, chiedeva come si possano conciliare scienza e mito-religioso circa l’origine del mondo. Padre De Lisi sostiene con solide argomentazioni che la ipotesi evoluzionistica non è scientifica, ma una qualsiasi ideologia o teoria filosofica. Dom Ponticelli ritiene che il mito esprima una credenza o una «forma popolare e poetica», ossia favolistica, e con contenuti simili alle «stratificazioni di leggende». In altri termini - interpreto - il mito non è come la parabola, perché questa è un racconto verosimile, mentre il mito è fiabesco e leggendario.

Risponderei iniziando da questa ultima osservazione. È vero che il mito è stato contrapposto al logos, anche se originariamente, per es. in Omero, volevano dire la stessa cosa: parola, discorso, racconto. Mito, poi, è passato a significare il racconto di ciò che si crede, e logos a significare il discorso epistemico (scientifico, razionale). Tuttavia Platone dice che il mito esprime la verità, e non la fantasiosità o la leggendarietà date queste dall’invenzione della fantasia umana: sebbene il linguaggio sia nella forma di leggenda, tuttavia il contenuto significa una verità. Infatti nel dialogo Gorgia (532 a) dice che sul destino delle anime, il suo discordo, anche se si esprime in forma mitologica, va inteso però come verità. Il perché lo spiega nel dialogo Fedone (113 c-115 a): non potendo il logos raggiungere tutta la verità, questa può essere manifestata tramite il mito. Platone fa gran utilizzo del mito circa quegli argomenti che sfuggono al logos o a cui il logos non può arrivarci: origine dell’anima, destino dell’anima, origine della sessualità umana, mondo delle idee, ecc., perché in questo genere di problemi è impossibile per la ragione raggiungere una conoscenza piena e incontrovertibile (=scientifica-logica), e la mitologia è chiamata a supplire a questa incapacità, anche rischiando qualcosa.

Oltre Platone, porto a mio sostegno quanto Giovanni Paolo II dice proprio del «mito della creazione». Nel volume Uomo e donna lo creò, a pg. 36, si legge: «attraverso tutta la forma arcaica della narrazione, che manifesta il suo primitivo carattere mitico…», dunque, anche per il Papa, il racconto ha il carattere mitico, e la nota - sempre di pg 36 - è così lunga e articolata che spiega bene la «storia» del termine mito.

Ma non è questo che interessa, bensì il fatto che il venerato Papa si rifà a questo «mito» perché Gesù stesso, per ben due volte, lo cita: «Il Creatore da principio li creò… Ma da principio non fu così» (Mt 19,3.8). E tiene a spiegare che il termine principio non significa solo originario, ma soprattutto archetipo, (=principio-modello), ossia ciò che in quel racconto è detto è esattamente la verità prototipa sull’essere umano, e  il senso dell’essere umano lì detta rimarrà costante, uguale, immutabile nel corso di tutta la storia, dalle origini alla sua fine. In mitologia principio non è solo l’originario ma è il modello eterno e archetipo, il campione essenziale ed esemplare, di ciò di cui si parla, in questo caso dell’uomo, che si ritrova, perché lo caratterizza, in ogni sua possibile realizzazione, come la matrice fa da impressione per ogni singolo foglio.

Medesimo discorso vale per l’azione del peccato originale: non tanto perché è il primo, ma soprattutto perché in ogni e qualsiasi peccato che la storia registri c’è sempre il significato archetipo di quel peccato originario. Faccio un esempio: il rapporto tra il 2 e il 4 è di ½ (un-mezzo), questo ½ è la costante significativa che si ritrova ogni qual volta si ripresenta lo stesso rapporto, fosse anche tra 350 e 700. Ora se il mito dicesse solo fiabe, novelle, leggende, favole… sarebbe strano che Gesù si rifaccia, per definire l’uomo in se stesso, nel suo valore di uomo-donna e di fronte a Dio, a un raccontino fantasioso, e per me sarebbe ridicolo che la Chiesa fondi l’indissolubilità del matrimonio su una novella. Dunque il mito dice la verità, come Giovanni Paolo II e Platone sostengono, e ci metterei anche Gesù.

Perciò tra parabola e mito c’è sì differenza nella modalità del racconto, la prima è di verosimiglia, e il mito è più libero nella composizione simbolica, ma il contenuto è identico: la verità di ciò che dicono. Che poi il termine mito sia passato a significare «racconto immaginario, fantasioso, poetico, leggendario…» questo non pregiudica i miti che vogliono esprimere una verità, è solo questione di termini. Dunque non è improprio e neppure deviante somigliare la parabola di Gesù a un mito di cui Gesù stesso ne avvalora la verità.
Per quanto riguarda poi la relazione tra il dato scientifico e quello mitico sono d’accordo con Padre De Lisi. Il racconto di Genesi non è né contro né a favore di una ipotesi scientifica perché ne prescinde, come detto. Quando gli scienziati si decideranno a dire qualcosa di sensato e di provato, non rimane che confrontare le teorie. Infatti il mito sta alla scienza come il senso (il perché) alla struttura (al come). Per esempio, di una casa, lo scienziato descrive e espone com’è: muri, mattoni, tetto, finestre, ecc.; il mito indica a cosa serve, cioè alla sua abitabilità per l’uomo necessitante di un riparo. Perciò le due posizioni non si contraddicono, anzi potrebbero anche integrarsi. Però nel caso dell’evoluzionismo non è un dato dimostrato, ma solo un’ipotesi neppure granché geniale, perché è un Hegelismo fisico. Il big-bang filosofico ed hegeliano è l’implosione del principio di non contraddizione da cui scaturisce l’ente dialettico, perciò l’essere comincia dal nulla (al contrario del pensiero greco che diceva che dal nulla non può venire nulla) e termina nella pienezza infinita e assoluta, totale e perfetta di tutti gli enti possibili che provengono sempre dal non-essere per andare all’essere. In questa teoria la verità o pienezza d’essere non sta nel principio, che è indeterminato, ma nella fine.

Senza questa teoria Darwin avrebbe avuto difficoltà a formulare il suo evoluzionismo, ma si noti la copiatura. Ora che l’idealismo hegeliano possa essere una teoria filosofica in ragione di una astrazione sul divenire e sull’essere, può anche darsi, ma che su questa si costruisca una «convalidata acquisizione scientifica» ne passa. Primo perché, come sosteneva Giuseppe Rensi, se tutto fosse razionale, non potremmo saperlo e perciò varrebbe l’affermazione contraria: tutto è irrazionale. Secondo perché non è possibile che l’essere sia tutto il possibile, perché il possibile suppone il necessario, come diceva Kant, e perciò che «l’essere tutto è il possibile» è impossibile, poiché la somma dei possibili non fa il necessario. Terzo poi anche Marx tentò di seguire l’evoluzionismo storico-materiale, e proprio la storia gli ha dato torto. Dunque come dice bene padre De Lisi, la stessa scienza nega l’evoluzionismo.
Non rimane che intendere cosa voglia dire questa parola «big bang». Se s’intende l’ipotesi dell’inizio fisico, materiale del mondo, può anche andare, d’altra parte un inizio sembra che debba esserci, sebbene per i Greci non c’era e ritenevano che il mondo fosse ab aeterno. Esso allora potrebbe indicare anche l’atto in cui Dio crea il mondo, e così l’atto creatore della religione si identifica col big bang dello scienziato. Ma se il big bang volesse dire che è l’atto primo e assoluto in cui ha inizio il mondo, la cosa è poco credibile, perché è migliore sia la teoria dell’eternità del mondo senza tanti big bang dei greci, sia l’eterno ritorno dell’uguale di Nietzsche, dove la clessidra del tempo rimette sempre in atto tutto ciò che è già avvenuto.  Infatti col concetto d’eterno siamo fuori del tempo e dire che il mondo è iniziato 13 miliardi di anni fa, non ha senso, perché solo se il mondo è posto-creato-prodotto da Altro si può parlare di tempo, ma il concetto di tempo non è un attributo che spetta all’essere per sé - come lascerebbe supporre la teoria del big bang e del successivo evoluzionismo -, e se si toglie il tempo, dire che l’essere ha 13 o 130 miliardi di anni non ha senso, è come se di una pietra si discutesse a che ora mangia. Il tempo è un dato relativo del possibile e non dell’assoluto, ma se tutto fosse possibile dovremmo spiegare due cose: come sappiamo del possibile, chi ce lo ha detto? Secondo, il possibile si identificherebbe col necessario, ma a questo punto si può dire tutto e il contrario di tutto, perché siamo in pieno discorso contraddittorio, l’importante è solo che qualcuno ci creda, non che sia dimostrato, o verificato e sperimentato, come ritenevano i Sofisti.

Dunque in sintesi, io lascerei che la scienza faccia il suo percorso, perché all’uomo interessa sapere più del senso della sua vita (perché c’è, cosa deve fare, che ruolo tenere, dove andiamo a finire), che non quante ossa abbiamo nello scheletro. Che poi lo scienziato ci dica anche questo, fa piacere per quando ce ne rompiamo uno, ma i piani tra il valore dell’esistenza umana e il numero degli alberi della foresta sono ben diversi, per quanto non contrastanti né contrari.

Athos Turchi
Docente di filosofia alla Facoltà Teologica dell’Italia centrale

Bibbia e scienza: mito e teoria dell'evoluzione
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Emanuele Giannetti 19/05/2014 09:14
Buongiorno a tutti,
seguo sempre con interesse i dibattiti che riguardano la Scienza e la Fede, entrambe a servizio della Verità, che è Dio.
Volevo partire con una domanda, perché sapersi porre le giuste domande è la strada che porta a trovare la verità; per cui chiedo: può Dio aver creato tutto l'universo in soli 6 giorni di 24 ore, ed essersi riposato il settimo?

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