Risponde il teologo
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Chi è l'autore dell'Apocalisse?

Il Giovanni dell'ultimo libro della Bibbia è lo stesso di quello del Vangelo e delle tre lettere? Risponde don Stefano Tarocchi, Preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale

Una scena del film della Lux Vide «Apocalisse»

Nella Bibbia oltre al Vangelo di Giovanni troviamo tre lettere scritte da san Giovanni Apostolo e l’ultimo libro che è l’Apocalisse ovvero la visione che ebbe Giovanni su quelli che un giorno saranno «cieli nuovi e terra nuova». La mia domanda è questa: ad eccezione del Vangelo che lo scrisse Giovanni discepolo di Gesù, le tre lettere e l’Apocalisse le ha scritte un altro Giovanni che poi è diventato anch’esso discepolo di Gesù oppure c’era una comunità che portava il nome di Giovanni perché nei primi secoli dopo Cristo la chiesa era formata da piccole comunità e ciascuna di essa aveva un nome preciso?

Marco Giraldi

All’origine del Vangelo secondo Giovanni c’è il discepolo «prediletto»: è ciò che raccogliamo dalla tradizione della Chiesa antica che identifica il discepolo prediletto di Gesù diventato il testimone (Gv 21,24: «Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera») con Giovanni, figlio di Zebedeo. Questa tradizione non è mai stata discussa seriamente fino agli inizi del secolo XIX.

Nonostante le diverse teorie che si sono presentate, possiamo comunque dire che alla base del Vangelo di Giovanni, resta il figlio di Zebedeo e la sua cura particolare nell’annunciare la memoria di Gesù, come anche nello sforzo di penetrare nel mistero della sua persona e della sua vicenda terrena. Il tutto all’interno della «comunità giovannea», il gruppo di cristiani legati al discepolo, passato dalla sequela del Battista a quella di Gesù, che fu costretto a trasferirsi, secondo una ben nota e consistente tradizione, fino ad Efeso, dato il conflitto con l’ambiente giudaico di Gerusalemme.

La testimonianza di prima mano del discepolo prediletto è stata elaborata sotto l’influsso di più fattori: l’esperienza stessa della comunità di questi discepoli, il conflitto con il mondo giudaico e i contatti con il mondo della religiosità ellenistica e il tentativo di ridurre il messaggio cristiano a conoscenza («gnosi»). Si vengono così a formare vari stadi della tradizione, messi per iscritto all’interno della medesima «comunità giovannea», fino al Vangelo nella sua prima conclusione (20,30-31: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome»), a cui vennero aggiunto da un’altra mano il capitolo 21 e la seconda conclusione (21,24-25), ma anche un’integrazione ai discorsi della passione (capitoli 15-17). La data è compresa tra l’85-95, quando il giudaismo escluse i discepoli di Gesù dalla sinagoga (il Tempio era ormai un ricordo) e l’inizio del secolo successivo, come ci testimonia la scoperta del celebre Papiro 52, ritrovato in Egitto (125 ca.).

Quanto alle lettere, è opinione corrente che siano state scritte da un autorevole esponente della «tradizione giovannea»: colui che nella seconda e terza lettera si nasconde sotto il nome del «presbitero». Anche se la tradizione antica è unanime nell’attribuzione a Giovanni, al pari del Vangelo, va tuttavia aggiunto che il vescovo Papia di Gerapoli (70-130) parla di un «presbitero Giovanni, discepolo del Signore».

Egli è colui che si presenta fra i «testimoni del verbo della vita» (1 Gv 1,1-4): il che potrebbe identificarlo con lo stesso Giovanni, anche se questo nome viene usato esplicitamente solo dall’autore dell’apocalisse (Ap 1,1.4.9).

Proprio circa l’Apocalisse, la questione si fa estremamente complessa. Sappiamo che il suo autore raggiunge, in una notevole familiarità con tutta la tradizione ebraica, una conoscenza tanto vasta e profonda delle Scritture, tale da superare nell’uso concreto lo stesso apostolo Paolo: si sono contate oltre ottocento citazioni dell’Antico Testamento, tratte direttamente dal testo ebraico, contro le duecento circa di Paolo, che usa di norma la tradizione greca.

Va aggiunto comunque, che data la natura dello scritto, un libro di rivelazione (il significato di Apocalisse) in tempi di persecuzione conclamata (come quella avvenuta alla fine del regno di Domiziano: 81 -96) si caratterizza per l’anonimato dell’autore, che si rifà comunque all’autorità dello stesso apostolo.

Quindi il concetto di autore per questi come altri libri biblici, deve distinguere tra lo scrittore vero e proprio, e l’autore in senso ampio, colui cioè che (riprendendo all’origine lo stesso termine, «colui che fa crescere») è alla base di un testo letterario, e in questo caso ispirato.

Stefano Tarocchi

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