Risponde il teologo
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Come accettare l’amore di Dio sapendo di non meritarlo?

Che amore è quello di Dio, «che va al di sopra della nostra portata, anche quando non lo cerchiamo o addirittura lo respingiamo?», chiede un lettore. Risponde don Alessandro Clemenzia, docente di Teologia fondamentale

Come accettare l’Amore di Dio, consapevoli di non esserne meritevoli? Come è umanamente possibile accogliere un amore così incondizionato che va al di sopra della nostra portata, anche quando non lo cerchiamo o addirittura lo respingiamo?

Carlo Midelio

Si tratta di una domanda la cui risposta non si trova in alcun libro, può solo scaturire dal cuore di colui che, almeno per una volta nella vita, ha fatto esperienza del proprio limite, non in senso psicologico, ma alla luce della certezza di essere sempre amato da Dio.

Ma che amore è quello di Dio? Un amore che ama per primo, che sa attendere, che non si stanca, che perdona, che introduce l’amato in modo sempre nuovo in uno spazio di libertà, libertà di rispondere o di non rispondere. La prima caratteristica dell’amore divino è, infatti, il non pretendere una risposta, il non dover essere per forza «reciproco» (quando in realtà la reciprocità è la perfezione dell’amore). E un amore disposto a non essere «reciproco» sembra essere, all’occhio umano, un amore imperfetto.

Comprendere che Dio ama senza merito umano, o quando addirittura l’uomo non cerca tale amore, significa riconoscere che Dio stesso, nel suo essere Amore (cf. 1Gv 4,8), è pronto per ciascuno a perdere ciò che più lo caratterizza: la Sua perfezione. È un Dio, in altre parole, che è costantemente pronto a perdere Se stesso (il suo essere perfetto) per venire incontro ad un interlocutore, che il più delle volte non accetta di essere tale.

Da questa consapevolezza, e nel riconoscersi radicalmente immeritevoli, deve però nascere la domanda: cosa vuol dire «amare» alla luce dell’amore stesso di Dio? Quando infatti avvertiamo che Dio ci ama fino a perdere Se stesso, non possiamo non reinterpretare il significato che fino a quel momento abbiamo attribuito alla parola «amore»; e così l’espressione massima dell’amore, individuata prima nella reciprocità, si esprime proprio nell’essere pronti a perdere se stessi, cioè a «non essere», per lasciare l’altro libero di aderire o meno. Per questo non basta riconoscersi immeritevoli: il che significherebbe, in un certo senso, racchiudere Dio all’interno di un orizzonte tipicamente umano di comprendere l’amore.

Colui che si scopre immeritevole davanti all’esperienza dell’amore di Dio può cogliere il nuovo significato del verbo amare: essere pronti a perdere anche quella perfezione di cui era alla ricerca. E in tale comprensione (esperienziale, non solo intellettuale), cosa è accaduto? Che l’amore di Dio, proprio nel lasciare l’altro libero di rispondere, lo ha generato a quella stessa realtà cui prima non corrispondeva. L’amore, infatti, genera quando si è pronti a perdere se stessi per l’altro. Solo nella libertà si può generare all’amore e lasciarsi generare all’amore. Sembra facile per un prete, potrebbe pensare qualcuno, «chiacchierare» in questo modo; eppure sono proprio i tanti laici che mi circondano a testimoniare che tutto questo può essere vissuto nel quotidiano. È dall’essere amati dal Padre, dunque, che nasce nell’uomo il desiderio di amare secondo quella stessa misura.

E allora come accogliere questo amore? La risposta più ovvia sarebbe: ri-amando Dio allo stesso modo (tenendo tuttavia conto della sproporzione esistente fra Lui e noi). Eppure Gesù ha rivelato una logica divina ancora più raffinata: Egli infatti insegna che la migliore risposta al suo amore è amare i propri fratelli. Pronto a dare la vita per i suoi, infatti, non dice: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per me», ma «dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13). Egli offre la vita ai suoi, e domanda che i suoi la diano gli uni per gli altri, interrompendo, in qualche modo, la logica della reciprocità, della restituzione dell’amore al mittente, e aprendo il rapporto al terzo. In altre parole: il primo, amando il secondo, genera in lui la capacità di vivere la stessa dinamica verso i terzi, pronto dunque a perdere la perfezione del rapporto. Ed è proprio nel momento in cui si apre a terzi che il secondo risponde all’amore del primo. E così si comprende maggiormente la grandezza di un Dio che gioisce quando l’amato diventa amante di altri.
Queste, dunque, alcune caratteristiche dell’amore di Dio: l’essere a fondo perduto (amare cioè quando non ha più senso farlo) e l’essere fecondo (donare fino a generare nell’altro la stessa realtà). Ed è, forse, proprio nel prendere coscienza della propria inadeguatezza a vivere costantemente questa dinamica, che si coglie ancor meglio la piccolezza dell’uomo e, contemporaneamente, la grandezza di un Dio che ha fatto l’uomo capace di amare come Egli stesso ama.

don Alessandro Clemenzia,
docente di Teologia fondamentale

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