Risponde il teologo
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Come è stata possibile la conversione forzata di intere popolazioni?

Una domanda sulle conversioni forzate di intere popolazioni, avvenute nel passato. Risponde padre Giovanni Roncari, docente di Storia della Chiesa alla Facoltà dell'Italia Centrale.

Come è stato possibile passare dalla proposta evangelica alla conversione forzata di intere popolazioni? Quali argomenti teologici sono alla base di questa distorsione del messaggio di Gesù? È stato solo effetto della compromissione con il potere politico o anche prima di Costantino era presente il «costringili ad entrare»?

Giuliano Rugani

«Costringili ad entrare»: questa celebre e controversa espressione è tratta dalla parabola degli invitati al grande pranzo, narrata in Luca 14, 15-23. Gli invitati rifiutano con vari pretesti, anche legittimi, l’invito al banchetto. Il padrone di casa, sdegnato, ordina ai servi di raccogliere,  poveri, ciechi, storpi ecc... ma c’è ancora posto, e il padrone ordina di nuovo ai servi di uscire e trovare altri diseredati e l’invito da pressante si fa assoluto: «costringeteli ad entrare». Per cercare di rispondere al nostro gentile lettore, mi sembra opportuno distinguere tre aspetti: il senso vero del testo lucano, l’uso che ne è stato fatto e al quale il lettore si riferisce, e infine se questa interpretazione era comunemente accettata o altri autorevoli padri la pensavano in maniera diversa.

Partiamo dal senso della parabola raccontata dall’evangelista Luca.  La parabola in questione esprime il rifiuto della classe dirigente giudaica ad accogliere Gesù e il suo messaggio. Allora del regno di Dio faranno parte i poveri e i disprezzati, quelli ritenuti indegni di vera sapienza (Gv. 9,34), anzi il regno verrà offerto in maniera pressante anche a coloro che non lo conoscono «perché la mia casa si riempia».
Per l’interpretazione che ne è stata fatta, bisogna richiamarsi principalmente a sant’Agostino, ma anche sant’Ambrogio e altri. L’ambiente generale ci presenta molte chiesuole, nate da movimenti ereticali (gnostici, manichei, donatisti ecc..) che si oppongono alla grande chiesa: la dialettica si fa serrata e senza esclusione di colpi, anche con risvolti sociali, specialmente nella vicenda donatista, (provincie africane dell’impero nel quarto-quinto secolo) quella che coinvolse specialmente sant’Agostino, con violenze sociali e ribellioni all’autorità imperiale.

Secondo molti padri della Chiesa, l’impero romano, che con Costantino ha iniziato a divenire cristiano e che nel 380 proclama il cristianesimo religione di stato (editto di Tessalonica, 380) ha il dovere di opporsi al male e cercare il bene dei cittadini (Rom. 13-4). Ora l’eresia e lo scisma sono un grande male e va combattuto, l’unità della fede è un grande bene e va perseguito. Scrive sant’Agostino: «Vi è una persecuzione ingiusta che gli empi conducono contro la Chiesa di Cristo; e vi è una persecuzione giusta che la chiesa conduce contro gli empi (..) La Chiesa perseguita per amore, gli empi per crudeltà. Se in virtù del potere che Dio le ha concesso, al momento voluto, per mezzo di re religiosi e fedeli, la chiesa accoglie di forza coloro che incontra sul suo cammino, tra scismi e eresie, essi non  si lamentino di essere stati costretti, ma considerino dove trovano accoglimento». Per sant’Agostino l’uso della forza per il bene altrui si giustifica con il modo di fare del padre di famiglia che può usare misure anche energiche per educare il figlio e richiamarlo da una strada sbagliata.

Ma non solo l’eretico e lo scismatico vanno riportati alla casa paterna, alla quale appartenevano, con le buone o con le cattive, ma anche i pagani. Il paganesimo è destinato a finire, si affretti questa fine. «I pochi pagani non comprendono le meraviglie dell’evento... il Dio d’Israele ha distrutto gli idoli dei pagani... attraverso il Cristo Re, ha costretto l’impero romano ad adorare il suo nome e lo ha convertito alla difesa e al servizio della fede cristiana, tanto che gli idoli dovranno immediatamente essere distrutti».

Ci siamo dilungati sul pensiero di sant’Agostino che esprime meglio di ogni altro le motivazioni di questo modo di pensare e che farà scuola nella storia della chiesa in un percorso molto articolato e anche contraddittorio. Nelle conversioni collettive, oltre le ragioni esposte, va considerato anche un altro aspetto, soprattutto nei popoli cosiddetti barbarici, il profondo senso rappresentativo del sovrano che riassume in sé il suo popolo: se il sovrano si converte sembra ovvio che il suo popolo lo segua identificandosi nel suo capo. E’ quello che storicamente è avvenuto: eventuali oppositori vengono eliminati (con la morte, l’esilio ecc..) perché si oppongono ad un progetto spirituale e temporale al tempo stesso.

Ma non tutti erano d'accordo con questo modo di pensare e di procedere. Il concilio di Elvira (attuale Granada) stabilisce che se un cristiano viene ucciso dai pagani perché sorpreso a distruggere idoli, non venga considerato martire «poiché nel vangelo non viene comandato niente di simile» (can. 60). 

Un  grande contemporaneo di sant’Agostino, san Giovanni Crisostomo patriarca di Costantinopoli invita i suoi fedeli a non perdere mai di vista la necessaria distinzione fra errore e errante (presente anche in sant’Agostino) e a tirarne le conseguenze nella vita pratica: «Vergogniamoci noi che ora facciamo il contrario di quanto Cristo ha ordinato agli apostoli, noi che come lupi combattiamo i nostri nemici. Finché saremo agnelli vinceremo, ma se diventiamo lupi saremo sconfitti perché l’aiuto del pastore ci abbandonerà. Egli, che porta al pascolo gli agnelli e non i lupi, se ne andrà da te e ti lascerà solo, perché tu gli impedisci di manifestare la sua potenza». E ancora, citando san Paolo nell’incontro nell’areopago di Atene quando non si rivolse ai sapienti greci con «O scellerati e del tutto abominevoli...» ma disse: «Uomini di Atene, io vedo che siete gente molto religiosa da tutti i punti di vista...». Si tratta per Giovanni Crisostomo di prendere il pagano per mano per condurlo alla verità evangelica e insegna: «Può darsi che la conversione si faccia attendere. non te ne stupire, non precipitare le cose per ottenere tutto in una volta, lascia che il fratello rifletta sulle sue impressioni: dopo la lode verrà l’amore e, dopo l’amore a poco a poco, la conversione». E se questa non arriva, «interrogheranno almeno se stessi». Certamente il Crisostomo esorta i cristiani ad essere coraggiosi, a non lasciarsi impressionare dai pagani, ma non ad essere violenti.

Abbiamo abbondato in citazioni patristiche per evidenziare i due poli tra i quali si muove il pensiero cristiano nei primi secoli: la chiesa ora madre benigna e condiscendente, ora maestra severa e lontana (almeno questa è l’impressione) dalla mitezza evangelica. La storia della chiesa ci presenta questo moto pendolare: da una parte la convinzione che l’adesione alla fede deve essere libera e affidata alla coscienza,  dall’altra sembra prevalere l’idea che la fede vada difesa, anche con mezzi discutibili perché ha un valore infinito che travalica il breve momento dell’esistenza terrena di un individuo e lo abilita alla esistenza eterna con Dio e che tutto quello che si oppone a questa fede vada assolutamente eliminato e che i diritti dell’individuo devono cedere ai diritti della verità evangelica. Il cammino è molto lungo ed è ancora aperto: libertà di coscienza, di espressione religiosa, laicità dello Stato e diritto di vivere collettivamente la fede religiosa ecc.. vedere, per esempio la dichiarazione conciliare Dignitatis Humanae del Vaticano II.

Un’ultima considerazione: la chiesa è chiamata a riflettere sulla propria storia e anche sui propri errori in rapporto alla fedeltà al suo Signore. Un documento della Commissione Teologica Internazionale «Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato» in preparazione al grande giubileo del 2000  mette in relazione il giudizio storico e il giudizio teologico evidenziando le ragioni dell’uno e dell’altro, la loro distinzione, ma anche la loro inseparabilità: «Perciò occorre metterlo in atto senza prevaricazioni da una parte o dall’altra: ciò che bisogna evitare è l’apologetica che tutto voglia giustificare quanto una indebita colpevolizzazione fondata sulla attribuzione di responsabilità storicamente insostenibili». Questo per poter purificare la memoria, purificazione necessaria perché certe vicende sono estranee alla logica evangelica.

Questa purificazione «consiste nel processo volto a liberare la coscienza personale e collettiva da tutte le forme di risentimento e di violenza che l’eredità di colpe del passato può avervi lasciato mediante una rinnovata valutazione storica e teologica degli eventi implicati che conduce - se risulti giusto - ad un corrispondente riconoscimento di colpa e contribuisca ad un reale cammino di riconciliazione. Un simile processo può incidere in maniera significativa sul presente proprio perché le colpe passate spesso fanno sentire ancora il peso delle loro conseguenze e permangono come altrettante tentazioni anche per l’oggi».

Giovanni Roncari

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