Risponde il teologo
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Come riuscire a vivere la gioia del perdono?

Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla Facoltà dell'Italia Centrale

Il Santo Padre ci ha invitato a vivere la gioia del perdono, ma a me risulta difficile trovarla.
Mi astengo dall’agire negativamente verso chi mi ha fatto molto male, mi impegno nel tentativo di perdonare, prego per ottenere la grazia di riuscire a farlo; nel fondo della mia coscenza però, l’offesa subita e il dolore patito remano contro l’obiettivo.

Come arrivare addirittura a vivere la gioia del perdono?

Marco Ambrosini

Carissimo lettore,
ho riflettuto a lungo e con empatia sulle sue parole. Lei desidera vivere il Vangelo con autenticità e si impegna concretamente a praticare il perdono. Il suo impegno non è tuttavia confortato dall’esperienza della gioia.

Non si scoraggi e soprattutto non si lasci prendere da sensi di colpa se non riesce a gioire. La gioia infatti è un moto interiore che non possiamo imporci con la forza della volontà. Rattristarsi per il fatto di sentirsi in colpa della mancanza di gioia mi sembra davvero un paradosso da evitare. L’annuncio evangelico non intende colpevolizzare gli afflitti, bensì consolarli (cf. Mt 5,4).

Credo che il Vangelo ci inviti piuttosto a contemplare prima di tutto la gioia di Dio che ci perdona (cf. Lc 15,7) e, quindi, a rallegrarci per la sua misericordia di cui possiamo fare gratuitamente esperienza.

Certo, il Vangelo ci chiede anche di perdonare a nostra volta chi ci ha fatto del male e ci spinge ad amare i nemici imparando da Dio che "fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti" (Mt 5,45). Ma la gioia del perdono e dell’amore per il nemico, in questo caso, più che un dovere da ottemperare mi sembra un frutto da attendere con speranza.

Il perdono all’inizio può risultare una fatica tutt’altro che gradevole perché implica che una parte del nostro io debba morire (cf. Gv 12,24-25). Perdonare è un po’ come gettare un seme nella terra: si ha come l’impressione di perdere qualcosa e questo ci può spaventare. Ma in realtà se gettiamo un seme lo facciamo normalmente con la speranza di raccogliere frutti.

Mi sembrano pertinenti, a questo proposito le parole del Salmo 126,6: «Nell’andare, se ne va piangendo, / portando la semente da gettare, / ma nel tornare, viene con gioia, / portando i suoi covoni».

Il perdono è un atto di fede, di speranza e di amore che può confliggere con le nostre inclinazioni e i nostri moti spontanei, ma che contiene incoativamente la gioia, come il seme buono contiene in potenza la pianta capace di produrre buoni frutti a suo tempo.

Gianni Cioli

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