Risponde il teologo
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Credere o non credere? I contrasti che abitano il nostro pensiero

Un lettore esprime le sue tensioni interiori riguardo alla fede. Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

Piero della Francesca, Resurrezione

Il cardinale Carlo Maria Martini soleva dire che dentro di noi ci sono due esseri; uno che crede e uno che non crede. Ebbene anch’io li sento e quando prevale il non credente penso con rammarico a Gesù e lo vedo come una vittima della violenza umana e dell’indifferenza divina. Penso inoltre che Dio non sia onnipotente ma prigioniero della regola di vita, crescita e morte da lui stesso voluta. Si dice che tutto si è rotto per quel famoso peccato originale che grava sulle spalle innocenti di ogni creatura, ma quel Dio che si dice ami e soffra per quest’uomo da Lui creato non lo ha né amato né perdonato nel suo primo peccato...

Poi ritorno al mio Signore e dico «Signore, non capisco» e imploro come il padre dell’indemoniato: «Signore, aiutami nella mia incredulità».

Lettera firmata

Non so in quali contesti Martini dicesse la frase su riportata, ma certamente lo faceva in modo simbolico come quando si dice che dentro di noi si agitano due anime, quella buona e quella cattiva. Diversamente la frase di Martini vorrebbe dire che siamo dei soggetti schizofrenici, e a questo punto sarebbe inutile stare a parlare. L’uomo è un soggetto unico, con una sola anima, con un solo io, anche se poi tale io si atteggia a sentimenti, emozioni, pensieri, certezze contrastanti. E questo contrasto è dovuto non a due anime, ma all’ignoranza nativa che poi ci spinge alla ricerca del senso della vita, della nostra esistenza e del ruolo che in questo mondo dobbiamo determinare. Infatti, nella ricerca il dubbio e la certezza, l’oscurità e la visione chiara, si combattono sempre dentro di noi a fronte delle esperienze che si vivono e dei ragionamenti che si evolvono nel pensiero.

Quindi lascerei perdere il detto di Martini e tornerei a indagare questi contrasti che albergano il nostro pensiero e il nostro cuore.

Sono d’accordo con il lettore quando dice che a fronte delle cose come si vedono, così come materialmente ci accadono davanti agli occhi, possano sorgere molti dubbi rispetto a quanto la nostra fede ci fa credere. Un Dio, che è Padre, anzi di più: che è «abbà=babbo» e che dice di amarci al punto da dare la vita per noi, e di fatto ci lascia marcire nei dolori, nel peccato, nel buio e nonsenso della vita personale… vista così è un comportamento incomprensibile. Una mamma che vedesse il figlio nel fango della vita ci si butterebbe dentro per tirarlo fuori, ma ai nostri occhi sembra che Dio se ne stia tranquillo e sereno per i suoi spazi infiniti e ci lascia annaspare nei dolori dell’esistenza. Che pensare?

Quando vediamo scritto davanti all’auto del 118: AZNALUBMA, possiamo pensare che sia un’auto straniera o che un ignorantone, che non sa l’italiano, abbia sbagliato. Ma poi se, andando via, si guarda nello specchietto si legge distintamente: AMBULANZA. Allora ci diciamo che quella scritta e in quel modo andava bene, voluta per qualche altro motivo. Perciò o abbandoniamo la fede e i suoi contenuti di fronte alla forza dei fatti materiali, oppure dobbiamo interpretare gli stessi fatti da diversa angolazione. Qual è questa angolazione?

La Bibbia e Gesù ci offrono un’alternativa di comprensione dei fatti come si vivono. Genesi ci dice che Dio aveva messo in guardia Adamo e Eva dal mangiare dell’albero: altrimenti sarebbero morti. La morte, come dice Gesù nella parabola dei tralci e della vite, è il venire meno della comunione con Dio principio e fonte della vita e del bene. La cacciata dal paradiso è l’ingresso nella storia come ora la viviamo. Dunque l’uomo si è autogettato nel fango della nostra storia, si è autocreato questo tipo si mondo e di esistenza che ora viviamo, si è autodistrutto perché ha reciso se stesso dalla fonte, dalla linfa, dalla sorgente del bene e della vita che era Dio. Si è, anzi, ci siamo ritrovati in un mondo di dolore, di male, di odio, cioè di morte.

E Dio che fa? Gesù dice a Nicodemo: Dio ha tanto amato il mondo da dare se stesso. Come una mamma, si è gettato nel fango della storia dell’uomo per cercare di tirarlo fuori in tutti i modi: consigli, parabole, miracoli, grazie, stile di vita, croce, resurrezione, sacramenti, chiesa e un unico precetto o comandamento «amatevi come io vi ho amato», tutto questo è Gesù. Io interpreto il Vangelo così: Dio in Gesù Cristo fa di tutto per tirarci fuori dalla morte della nostra vita sia coll’esempio e le parole di Cristo, sia con la sua Chiesa e sacramenti, ma la vera ciambella di salvataggio che abbiamo per capire, vivere e entrare nel bene e nella Vita è l’amore. L’amore è ragione dell’azione divina e chi risponde al suo amore o vive nell’amore, come un tralcio, torna ad innestarsi nella sorgente vitale e da qui comprende tutto, e lo Spirito lo apre alla verità tutta intera.

Quindi Dio non solo non permette il male ma lo combatte in tutti i modi, è nel campo di battaglia contro tutti i mali che gli uomini e il demonio possono fare. E Gesù obbediente al Padre va sulla croce, «volontariamente» accettata, per dimostrare che Dio dà la sua vita per i suoi figli, come e più di una madre.

Questa è una interpretazione alternativa dei fatti storici del mondo umano.

Il lettore potrebbe dire: ma perché Dio non sana tutto e tutti, ci riporta al bene iniziale e così si finisce una volta per sempre questa storia di male e di morte? Il lettore dice che lasciando le cose come stanno di fatto sembra che Dio sia legato a quanto ha fatto e non sia libero di fare altrimenti di come e di quello che ha creato.

Si danno due risposte. È bene che Dio non sia libero di fare tutto altrimenti non potrebbe essere Dio, per esempio se potesse suicidarsi, che Dio sarebbe? Se potesse fare il male, che Dio sarebbe? E potesse far sì che un triangolo fosse tondo o se 2+2 facesse 4 o 3 o 10… che Dio sarebbe? Dio è l’Essere e in quanto tale non può essere contraddittorio o assurdo. La seconda risposta più vicina a noi, è che Dio sapeva cosa stava creando; sapeva che l’uomo, creatura a «sua immagine e somiglianza», poteva fare diversamente dal bene in cui lo stava creando; sapeva che avrebbe dovuto poi salvarlo… ebbene io penso che la salvezza che ci porterà sia un bene talmente grande che vale la pena soffrire qualcosa in questo mondo così come lo abbiamo ridotto.

Dio non rinnega la creazione umana così come l’ha fatta e come è andata a finire, perché Dio non ha paura del male, del peccato, della morte e dell’odio, infatti il bene eterno al quale poi ci apre è talmente grande che ogni uomo potrà apprezzare l’amore infinito di Dio per ogni suo figlio.

Davanti ai mali e ai dolori della vita forse le parole non bastano, ma questa a me pare una considerazione convincente sui temi indicati dal lettore.

Credere o non credere? I contrasti che abitano il nostro pensiero
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