Risponde il teologo
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È giusto battezzare i figli di coppie omosessuali?

Una lettrice è rimasta colpita dalla storia - mostrata in tv - di un battesimo di bambine ottenute da una coppia omosessuale con il ricorso all'utero in affitto. E si chiede se in un caso come questo il sacramento vada o meno amministrato. Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

Percorsi: Gay - Sacramenti
Parole chiave: Battesimo (18)
È giusto battezzare i figli di coppie omosessuali?

Ho visto in tv la storia di una coppia gay che ha fatto battezzare le bambine avute attraverso l’utero in affitto. Al di là delle questioni che riguardano il dibattito di questi giorni (adozioni, maternità surrogata etc) mi sono chiesta cosa questo significhi dal punto di vista del sacramento del Battesimo. Quando chiedono di battezzare un figlio, i genitori non dovrebbero impegnarsi nell’educazione del bambino alla fede e alla dottrina cristiana? Il mio parroco mi ha spiegato che il Battesimo tendenzialmente non si rifiuta mai, per il bene del bambino, nella speranza che lo Spirito Santo agisca e porti frutto nella sua vita. Mi chiedo però se in casi come questi il Sacramento sia pienamente valido.

Lettera firmata

La risposta più semplice e immediata alla domanda posta potrebbe essere un laconico «certamente sì». Non credo, tuttavia, che i lettori ne rimarrebbero soddisfatti: in questa rubrica si cerca sempre di dare ragione della speranza che condividiamo. Inoltre, il disegno di legge sul quale si sta dibattendo in parlamento, con tutte le sue implicazioni, rende particolarmente attuale la questione e ne chiede un allargamento d’orizzonte.

In questa sede, per competenza acquisita, resterò all’interno di un quadro liturgico e sacramentale, come richiesto dalla lettrice. In primo luogo vediamo la ragione dell’affermazione così assoluta riportata all’inizio: nel caso presentato il battesimo è pienamente valido. La questione sulla validità dei sacramenti è quasi coestensiva con la vita della chiesa. Fin dai primi secoli, il valore dei riti sacramentali è stato messo in relazione a problematiche varie, legate a momenti storici nei quali le comunità cristiane sono state chiamate a vivere la propria fede attraverso precise scelte pastorali.

Una prima linea di pensiero tiene conto della comunità concreta che celebra il battesimo e del suo ministro. Nel III secolo per il vescovo Cipriano di Cartagine la validità del battesimo dipende dalla retta fede della comunità ecclesiale nella quale viene celebrato. Questa posizione si riflette ancora oggi nell’atteggiamento delle chiese ortodosse. Per la tradizione latina, invece, ha fatto scuola il pensiero di Agostino, per il quale il ministro del battesimo agisce in persona di Cristo: non è Pietro che battezza, ma Cristo.

Una seconda linea di pensiero riflette sulla persona che riceve il dono sacramentale. La teologia sacramentale distingue la validità del rito dalla sua piena efficacia. Il dono ricevuto attraverso la mediazione sacramentale è un appello alla mia libertà personale, una trasformazione della persona perché viva in pienezza secondo il Vangelo e la grazia ricevuta. L’efficacia di un sacramento nella vita di un credente può essere vista come l’effondersi dello Spirito e dei suoi doni, attraverso azioni segnate dalla fede e dalla carità: ogni credente è reso responsabile del dono ricevuto. Così crediamo che la forza e la grazia del sacramento possono agire con forza anche dopo un certo periodo di tempo, quando il cuore del credente si apre all’azione dello Spirito. In questa logica, il battesimo ricevuto da bambini è un dono che piano piano agisce nella loro vita, in misura della loro crescita di fede.

In epoca moderna, abbiamo due importanti precisazioni da parte di due concili ecumenici. La prima formulazione la troviamo nel decreto che il concilio di Firenze propone per l’unione con gli Armeni (1439). Ricalcando un’opera anteriore di Tommaso d’Aquino, il concilio afferma che per ogni sacramento sono necessarie tre realtà: gli elementi materiali, la formula sacramentale e la persona del ministro, con l’intenzione di compiere ciò che intende fare la Chiesa celebrando quel rito. La seconda precisazione viene dopo circa un secolo, quando, di fronte alle riduzioni portate avanti dal pensiero di Lutero e Zwingli, il concilio di Trento codifica un’espressione condivisa da molti teologi medievali, l’efficacia ex opere operato, cioè «in virtù dell’azione compiuta». I sacramenti della Nuova Legge comunicano il dono di grazia non solo per la fede dell’uomo ma anche per la mediazione dell’azione rituale (cf Concilio Tridentino, Decreto sui sacramenti del 1547, canone 8).

Il dono del sacramento, quindi, non dipende dalla fede di chi celebra il rito sacramentale, ma dalla fede della Chiesa che celebra i sacramenti ricevuti da Cristo suo Signore. Permettendomi un linguaggio più narrativo, è come se Dio, per proteggere i suoi doni più grandi da eventuali inadempienze da parte degli uomini, li abbia voluti custodire, preservandoli da interferenze umane. Ancora oggi, prima di infondere acqua sul bambino al fonte battesimale, il ministro domanda ai suoi genitori se vogliono che il loro figlio riceva «il battesimo nella fede della Chiesa che abbiamo professato». Il battesimo, quindi, avviene nella fede della Chiesa; la sua validità non dipende dalla fede dei genitori, ma dall’intenzione da parte del ministro di compiere quel gesto rituale in piena comunione con la Chiesa.

La teologia attuale vede ogni sacramento come intercessione della Chiesa, sposa di Cristo, alla quale il Padre non può rifiutare lo Spirito e i doni richiesti. L’unico ostacolo al dono di grazia è il rifiuto esplicito da parte di chi sta per ricevere il sacramento. Per la tradizione cattolica la mancanza di rifiuto esplicito costituisce elemento sufficiente perché Cristo agisca liberamente sulla persona e la inondi della grazia di liberazione dal male e santificazione per la vita eterna. In sintesi, il battesimo ha un unico valore, un’efficacia che non è divisibile ed è pienamente valido nel caso proposto dalla lettera.

Possiamo aggiungere alcune considerazioni. Il battesimo, ricevuto da bambini o da adulti, è una sorgente d’acqua viva (cf Gv 4) alla quale possiamo sempre attingere per la nostra vita spirituale, indipendentemente da chi siano i nostri genitori o dalle circostanze che hanno condotto al nostro battesimo. Per questo la decisione da parte della Chiesa di battezzare una persona è una delle decisioni più gravose e cariche di conseguenza. Questo dono così grande per la nostra fede viene dato anche ai bambini come segno di un amore divino senza limiti, sparso sul mondo in modo assolutamente gratuito. Proprio la grandezza di questo dono chiede che la Chiesa abbia un discernimento attento e debba considerare l’opportunità di celebrare un battesimo in circostanze particolari. Per esempio, ai nostri giorni in Italia, quando la mortalità infantile è davvero scarsa, non appare opportuno celebrare il battesimo se uno dei due genitori vi si oppone decisamente.

D’altra parte, il battesimo dei figli non è un premio per la condotta morale dei genitori. Si battezzano i bambini per il loro bene, cercando una certezza umana perché siano educati nella fede cristiana. Delicate questioni pastorali diventeranno sempre più diffuse. Nel caso in questione, il parroco responsabile della comunità ha dato una risposta. Sarà compito dei vescovi cominciare a offrire indicazioni per un comportamento il più possibile omogeneo. E tuttavia, per quanto riguarda il dono sacramentale, la grazia di Dio non si lascia sminuire dalla nostra debolezza e, dovunque ci sia la volontà di battezzare e di accogliere questo dono così grande, il battesimo sarà sempre un «dono donato» a piene mani da Dio, perché porti frutto nella vita delle persone verso il suo Regno.

Valerio Mauro

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