Risponde il teologo
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È giusto dire che il sacrificio di Gesù è stato voluto dal Padre?

Una domanda su come va inteso il «sacrificio» di Gesù, di cui parlano le Scritture. Risponde don Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

Ho letto questa frase di un noto biblista: «Nella tradizione cristiana Isacco è diventato simbolo di Gesù sacrificato dal Padre sulla croce». Mi riferisco in particolare alle parole «Gesù, sacrificato dal Padre sulla croce». Alla luce di una nuova sensibilità religiosa e a una più matura esegesi dei testi, non le pare che sarebbe opportuno presentare la morte redentrice di Gesù staccandosi da una visione che difficilmente oggi può essere accettata dal credente, almeno detta in questi termini? Non è forse il Figlio che si offre volontariamente in sacrificio, attraverso una prova terribile che se potesse allontanerebbe da sé, e   non il Padre che sceglie di sacrificare il Figlio?

Daniela Nucci

Come rileva giustamente la nostra lettrice l’espressione «Gesù sacrificato dal Padre sulla croce» non è felicissima, e genera un certo disagio.

Bisogna però comprendere perché a volte si arrivi a questo genere di associazioni, in particolare tra l’episodio del tentato e scampato sacrifico di Isacco da parte di Abramo (Gen 22), e la morte di Gesù sulla croce.

È vero che nella tradizione cristiana, a partire dai Padri della Chiesa Isacco è divenuto uno dei «tipi» di Cristo, ovvero una delle figure che preannuncia qualcosa della vita e della persona del Signore Gesù. Ma in genere la figura di Isacco rapportata a Cristo è utilizzata per significare l’umiltà, l’arrendevolezza, l’obbedienza di Cristo al Padre, come lo fu quella di Isacco rispetto a suo padre Abramo.

Ora, però, nella frase citata, si insinua anche un altro parallelo, ovvero quello tra Abramo che sacrifica il figlio Isacco e Dio che «sacrifica» il Figlio Gesù. Questo accostamento ha la sua presunta ragione nel testo di Rm 8,32, l’unico testo del Nuovo Testamento che accenna a un tale accostamento. Ma occorre capire bene il testo per non fargli dire cose che non dice e non può dire. In effetti Rm 8,32 afferma che «Egli (Dio), che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci concederà forse ogni cosa insieme a Lui?».

La connessione con il testo di Gen 22 è data dalla presenza di un padre e un figlio e dal verbo «risparmiare» con il quale Dio «approva» Abramo per la sua fede per due volte. Così recita Gen 22,12: «L’angelo disse: ”Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito“». E in seguito al versetto 16: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni».

Nei due casi il verbo «risparmiare» nella versione greca è il medesimo che troviamo in Rm 8,32. L’impressione è che per Paolo, dunque, la situazione di Gen 22 e quella di Gesù siano analoghe. Tuttavia occorre precisare alcuni dati. In primo luogo Paolo non utilizza né la terminologia, né la concezione di sacrificio da parte del Padre per quello che riguarda la morte di Gesù. In secondo luogo la situazione non è perfettamente analoga nei due casi. Nel caso di Abramo egli «sacrifica» il figlio Isacco a Dio, nel secondo è Dio stesso che non «risparmia» il suo figlio e lo «dona» a noi. Le due dinamiche e la terminologia sono molto diverse. Non si può, infine, di certo, parlare di sacrificio nel secondo caso, termine che indica un rapporto cultuale con Dio, mentre il rapporto che viene espresso tra Dio e noi (consegnando il suo Figlio) è di donazione, di grazia offerta.

Ora, se l’espressione in questione, visto anche queste annotazioni, sembra non appropriata, è anche vero che il tema del sacrificio per quanto riguarda la morte di Cristo non è per nulla inappropriato. A partire da alcuni testi nel NT (in particolare la lettera agli Ebrei), tutta la tradizione della Chiesa cattolica ha affermato il valore sacrificale della croce di Gesù, non certamente nel senso che Dio ha sacrificato il suo Figlio, ma nel senso che la morte di Gesù è il sacrificio perfetto che Dio gradisce, ovvero la sua volontà di amore fino all’ultimo.

Un’ultima considerazione. Ci guida in questo ancora il testo di Romani 8,32. In esso si afferma che il Padre ha «consegnato» il Figlio a favore nostro. In questo caso il parallelo con Abramo che Paolo sembra supporre è pertinente. Come Abramo fu pronto a sacrificare tutto a Dio, offrendo ciò che aveva di più caro, così Dio, nella consegna del Figlio per noi, ha dimostrato di donarci tutto quello che aveva di più caro, tanto che l’Apostolo può affermare: forse non ci donerà ogni altra cosa insieme con Lui? Non si può pensare ad un amore più grande, al quale Gesù ha partecipato pienamente e liberamente, mettendo la sua volontà nella volontà di salvezza di Dio.

Filippo Belli

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