Risponde il teologo
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È obbligatorio confessarsi anche se non si hanno peccati gravi?

Se «uno ha cercato sempre di comportarsi in maniera corretta, morigerata, onesta, tanto da evitare peccati gravi, per quale motivo deve accostarsi al Sacramento della Penitenza», chiede un lettore. Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale.

Parole chiave: peccato (5), confessione (46)

Nei precetti della Chiesa vi è compreso l’obbligo di confessarsi almeno una volta l’anno. Ma se uno ha cercato sempre di comportarsi in maniera corretta, morigerata, onesta, tanto da evitare peccati gravi, per quale motivo deve accostarsi al Sacramento della Penitenza? E magari sentirsi dire da certi sacerdoti di non far loro perdere tempo oppure che chi segnala di non avere commesso peccati gravi è più peccatore di altri?

Gian Gabriele Benedetti

Il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2042 riporta la seguente formulazione del secondo precetto della Chiesa: «Confesserai tutti i tuoi peccati almeno una volta all’anno». Lo stesso Catechismo rimanda in nota al Can. 989 del Codice di diritto canonico che fornisce l’interpretazione autentica del precetto: «Ogni fedele, raggiunta l’età della discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno una volta nell’anno». Immediatamente prima, al Can. 988, il codice afferma: «§1. Il fedele è tenuto all’obbligo di confessare secondo la specie e il numero tutti i peccati gravi commessi dopo il battesimo e non ancora direttamente rimessi mediante il potere delle chiavi della Chiesa, né accusati nella confessione individuale, dei quali abbia coscienza dopo un diligente esame. §2. Si raccomanda ai fedeli di confessare anche i peccati veniali». Vi è l’obbligo di confessare i peccati gravi e la raccomandazione di confessare anche quelli lievi.

Con ciò, su un piano di stretta formalità giuridica, abbiamo risposto al quesito del nostro lettore. Se un cristiano fosse sinceramente convinto in coscienza, dopo un esame accurato, di non aver commesso in un anno - beato lui! - neppure un peccato grave, non è obbligato dalla legge della Chiesa a confessarsi. Il precetto manterrebbe comunque per il cristiano in questione tutto il suo valore pedagogico perché lo spingerebbe ad un esame di coscienza approfondito, da cui potrebbe maturare la consapevolezza dei propri peccati non gravi e il conseguente desiderio di conversione.

Mi pare tuttavia che sarebbe sbagliato risolvere così la questione sul piano formalmente giuridico. L’ideale a riguardo del sacramento della penitenza per un buon cristiano non è interrogarsi se può evitare di confessarsi annualmente ma, al contrario, è riscoprire la bellezza della penitenza cristiana e incrementare il desiderio di confessarsi frequentemente, imparando ad affidare alla misericordia del Signore e alla sua grazia risanatrice operante nel sacramento anche i peccati non gravi.

Senza ovviamente cadere in forme di scrupolo sarebbe opportuno educare la coscienza a riconoscere una possibile materia di confessione anche nelle tiepidezze, nelle tristezze e in tante omissioni che mantengono distanti dalla pienezza della radicalità evangelica.

Un stimolo molto bello e profondo a rivalutare l’utilità della confessione regolare e frequente ci è offerto da un testo meditativo del card. Carlo Maria Martini, sul tema del colloquio penitenziale, divenuto ormai un classico della letteratura spirituale.

«Cosa intendo - scrive il cardinale Martini - per colloquio penitenziale? Intendo un dialogo fatto con una persona che mi rappresenta la Chiesa, concretamente un sacerdote, nel quale cerco di vivere il momento della riconciliazione in una maniera che sia più ampia di quello che è la confessione breve, che elenca semplicemente le mancanze.

Cerco di descrivervi come questo avviene - il nuovo Ordo paenitentiae ammette questo allargamento -: se si può, come suggerisce l’ordo paenitentiae, è meglio cominciare il colloquio con la lettura di una pagina biblica, ad esempio un Salmo, che uno ha cercato perché corrispondente al suo stato d’animo; si recita poi una preghiera, magari spontanea, che mette subito in un’atmosfera di verità. Segue un triplice momento che sinteticamente chiamo: confessio laudis, confessio vitae e confessio fidei».

Secondo il cardinale Martini, la Confessio laudis «è cominciare questo colloquio penitenziale rispondendo alla domanda: dall’ultima confessione, quali sono le cose per cui sento di dover maggiormente ringraziare Dio? Quelle cose nelle quali sento che Dio mi è stato particolarmente vicino, in cui ho sentito il suo aiuto, la sua presenza? Fare emergere queste cose, cominciare con questa espressione di ringraziamento, di lode, che mette la nostra vita nel giusto quadro».

A questo, secondo lo schema proposto dal cardinale Martini, segue la confessio vitae: «Evidentemente trovo molto giusto quello che si insegnava nella pratica della confessione, di confessarsi cioè secondo i dieci comandamenti o secondo un altro schema, ma per questa confessio vitae io suggerirei - per coloro che hanno una possibilità maggiore di tempo - questa domanda: a partire dall’ultima confessione che cosa è che, soprattutto davanti a Dio, non vorrei che fosse stato? Che cosa mi pesa? Quindi più che preoccuparsi di far emergere una lista di peccati - che ci potrà anche essere quando sono cose molto gravi e precise perché, allora, emergono da sé - si tratta di vedere le situazioni che abbiamo vissuto e che ci pesano, che non vorremmo che fossero e che proprio per questo mettiamo davanti a Dio per esserne sgravati, per esserne purificati.

Qui la áfesis amartión [eliminazione dei peccati e quindi remissione] ha il suo senso proprio: toglierci un peso e un peso potrebbe essere, per esempio, che abbiamo vissuto una certa antipatia senza riuscire a liberarcene e non sappiamo vedere esattamente se ci sia stata colpa o no, ma ha pesato sul nostro animo; oppure abbiamo vissuto una certa fatica nel compiere il bene, una certa pesantezza nell’amare, nel servire che magari è stata poi causa di altri difetti, perché è una radice di fondo. Così mettiamo in luce veramente noi stessi, come ci sentiamo. Che cosa avrei voluto che non fosse avvenuto? Che cosa mi pesa particolarmente ora davanti a Dio? Che cosa vorrei che Dio togliesse da me?».

Infine, il cardinale Martini propone la confessio fidei «che è la preparazione immediata a ricevere il suo perdono. È la proclamazione davanti a Dio: Signore, io conosco la mia debolezza, ma so che Tu sei più forte. Credo nella tua potenza sulla mia vita, credo nella tua capacità a salvarmi così come sono adesso. Affido la mia peccaminosità a Te, rischiando tutto, la metto nelle tue, mani e non ne ho più paura. È necessario, cioè, cercare di vivere l’esperienza di salvezza come esperienza di fiducia, di gioia, come il momento in cui Dio entra nella nostra vita e ci dà la Buona Notizia: "va’ in pace", mi sono preso io carico dei tuoi peccati, della tua peccaminosità, del tuo peso, della tua fatica, della tua poca fede, delle tue interiori sofferenze, dei tuoi crucci. Li ho presi tutti su di me, me li sono caricati perché tu ne sia libero».

Si tratta, conclude il cardinale Martini, di uno dei tanti modi ci confessarsi: «a me sembra - scrive - che questo tipo di colloquio sia più capace di darci un vero aiuto e l’impressione che ne ricaviamo è di volere ripeterlo volentieri perché ne usciamo un po’ diversi e ci fa del bene. La confessione non è soltanto un dovere: è un’occasione lieta che si cerca. Anche nelle confessioni ordinarie alle quali è presente tanta gente, a volte vedo che è bello fare questa domanda alle persone che si confessano rapidamente: ma lei ha qualche cosa nella sua vita di cui vorrebbe ringraziare Dio? È una domanda che già mette il colloquio su un piano diverso, non soltanto formale, è già un entrare nella vita di quella persona» (C. M. Martini, L’Evangelizzatore in San Luca. Meditazioni, Milano 1980).

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