Risponde il teologo
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È peccato scaricare musica o film da internet?

Una domanda che si saranno fatti in tanti tra quanti utilizzano la «rete»: in quali casi il download di contenuti diventa un peccato? Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

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Scrivo per dirimere una questione che sembra particolarmente complessa. Il punto è questo: scaricare musica, film o altri tipi di file protetti da copyright dalla rete è peccato? Cominciamo innanzitutto a stabilire se si tratta di reato: c’è chi dice che si entra in possesso di musica senza pagarla e quindi lo è; ma d’altronde c’è pure chi dice che è reato solo diffonderla e non scaricarla. Poi, come mi ha detto un sacerdote a cui mi sono rivolto, è che non sempre reato = peccato o viceversa. Per esempio l’aborto è un peccato molto grave per la Chiesa, ma lo stato lo consente. Nessuno dei sacerdoti a cui mi sono rivolto ha saputo darmi risposta esauriente in merito, per cui non so se confessarlo oppure no.

Angelo Terranova

La questione è complessa innanzitutto perché non sempre è chiaro se i file che si vogliono scaricare sono protetti da copyright. Talvolta sono gli stessi autori che mettono in rete i loro lavori (musica, video ecc.) perché siano scaricati gratuitamente, per farsi conoscere e apprezzare, magari con l’intento di collocare sul mercato altri lavori. Spesso però si tratta effettivamente di materiale protetto da copyright, che talora può essere scaricato legalmente a determinate condizioni, ovvero pagando i diritti riconosciuti dalla legge e fissati dal mercato, ma che assai spesso viene visionato e scaricato illegalmente, ovvero senza rispettare i diritti degli autori e dei produttori.

L’incertezza sul fatto che la diffusione e la fruizione di materiale coperto da copyright possa configurarsi come reato e sulla entità dell’eventuale reato è dovuta anche al fatto che le norme che tutelano i diritti dipendono in buona parte dalle legislazioni nazionali mentre l’utilizzo della rete è notoriamente un fenomeno transnazionale. Il dibattito circa la regolamentazione giuridica della comunicazione in rete segnala la necessità di un bilanciamento fra la tutela del copyright, ovvero la salvaguardia dei diritti degli artisti, e la difesa della libertà di espressione e di informazione. Le opinioni in merito sono contrastanti e probabilmente riflettono gli interessi, molto diversi, dei soggetti coinvolti. Certo si deve prendere atto che internet ha cambiato e sta cambiando in modo radicale il nostro modo di comunicare e di fare cultura, di organizzare il lavoro, lo studio e la ricerca. Siamo di fronte a una svolta antropologica, peraltro in permanente evoluzione, che ci sfida a individuare sempre più adeguatati strumenti giuridici.

La complessità del quadro giuridico si riflette inevitabilmente anche sulla valutazione morale dei comportamenti e delle abitudini che si adottano nell’uso di internet e non rende sempre semplice la risposta alla questione posta dal lettore.

La qualità altamente interattiva che caratterizza in modo crescente la fruizione della rete deve sicuramente dissuaderci dal fornire una risposta di tipo rigoristico che finirebbe per presumere una violazione del copyright (e un conseguente peccato) in quasi ogni accesso ai contenuti del web.

Tuttavia, di fronte a palesi e diffusissimi casi di pirateria informatica, come la messa in rete di film di recente produzione o di serie televisive ancora in prima visione sulle Pay TV, mi pare che l’indicazione da offrire alla coscienza diventi molto più semplice. Infatti, anche se la cosa non si configurasse necessariamente come reato, qualora io sapessi che un’opera è proprietà intellettuale di un altro e me ne appropriassi, o comunque ne usufruissi, senza corrispondergli il dovuto (che avrei la possibilità di corrispondergli), da un punto di vista morale commetterei di fatto un furto, né più né meno che se volessi viaggiare in treno o in autobus senza pagare il biglietto con la scusa che tanto il mezzo, con o senza di me, avrebbe viaggiato lo stesso. Un furto, certo, può non configurarsi come peccato quando è compiuto (seppure con piena consapevolezza) per ragioni di necessità estrema, ad esempio se rubo qualcosa per non morire di fame, ma non mi pare che lo scaricare file dalla rete possa costituire una necessità estrema, fino a prova contraria.

Il giudizio negativo sul mancato rispetto del copyright può essere compreso meglio se si fa riferimento a una delle regole base della morale, la regola aurea, che dice «non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te». Mettiamoci dunque nei panni di un autore o un di produttore che avesse investito tempo e denaro per realizzare un’opera (musicale, cinematografica ecc.), anche con la legittima finalità di guadagnarsi da vivere, e immaginiamo un significativo mancato guadagno per il mancato rispetto dei diritti d’autore… presumo che non ne saremmo affatto contenti e che ci sentiremmo molto probabilmente vittime di una ingiustizia.

In ogni caso l’acquisire un’autentica e puntuale attenzione per il diritto dell’altro vale sicuramente molto più del risparmio realizzabile fruendo della pirateria informatica. Formare la propria coscienza al rispetto della legalità e della giustizia (senza ovviamente cadere in forme di scrupolosità) fa bene a se stessi e fa bene alla società che siamo incessantemente chiamati a rinnovare e a migliorare, come esseri umani in genere e come cristiani in specie.

Gianni Cioli

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