Risponde il teologo
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È vero che la Lettera agli Ebrei non è stata scritta da San Paolo?

Perché prima si diceva «dalla Lettera di San Paolo agli Ebrei» e adesso solo «dalla Lettera agli Ebrei»? Risponde don Giulio Cirignano, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

Percorsi: Bibbia

Nel Nuovo Testamento compare, negli Atti degli Apostoli la figura di Saul che una volta convertito a Cristo e battezzato da Barnaba alla presenza del sacerdote Anania e dei suoi compagni, assunse il nome di Paolo e cominciò a predicare il Vangelo insieme ai suoi compagni Barnaba, Sila, Tito, Timoteo, Filemone scrivendo lettere alle comunità cristiane di Roma, Corinto, Tessalonica, Efeso. Fra esse compare una Lettera indirizzata agli Ebrei. Inizialmente sembrava che il tutto fosse attribuito all’apostolo Paolo (si leggeva «dalla Lettera di San Paolo agli Ebrei») ora invece è rimasta Lettera agli Ebrei senza che sia specificato l’autore. La mia domanda è questa: chi è l’autore di quella Lettera?

Marco Giraldi

La lettera di san Paolo agli Ebrei non è una lettera, non è di San Paolo, non è agli ebrei. Così iniziò un autorevole esegeta  il suo corso accademico. Questo è anche il risultato ormai ampiamente condiviso dalla comunità scientifica degli esegeti e fatto proprio  dalla liturgia. È, infatti, l’unico scritto tradizionalmente attribuito all’Apostolo Paolo che adesso viene riconosciuto di mano non Paolina. Su altri scritti è ancora aperta la discussione (II Tessalonicesi ; Efesini; Colossesi; Lettere pastorali) ma non su lo scritto agli ebrei.

In passato questa questione era assai problematica e tesa poiché si collegava la ispirazione alla paternità paolina. Gli esegeti cattolici, per non mettere in crisi l’ispirazione tendevano a difendere l’attribuzione a Paolo di tutte le lettere tradizionalmente attribuite all’Apostolo. Oggi il problema è superato. Anzi, il riconoscere una pluralità di autori degli scritti del Nuovo Testamento mostra come la comunità cristiana primitiva fosse ricca di maestri autorevoli.

Per comprendere adeguatamente questo discorso occorre chiamare in causa il fenomeno, diffuso nella cultura biblica, della pseudoepigrafia: per dare autorevolezza ad un scritto lo si collegava a qualche personaggio particolarmente importante. Questo fenomeno riguarda scritti sia della Prima alleanza che del Nuovo Testamento.

È chiaro che questo riconoscimento di paternità non è una questione di fede ma solo di ricerca culturale. Naturalmente occorre rifarsi ad argomenti di contenuto, di forma e di organizzazione ecclesiale e, a partire da questi, formulare ipotesi di appartenenza o non appartenenza, per quanto riguarda le lettere, a San Paolo, nella serena convinzione, ben formulata da Popper, che la ricerca è un cimitero di ipotesi.

Dunque, per quanto riguarda la lettera agli Ebrei la questione è definitivamente risolta. Non è una lettera perché è una ampia omelia incentrata su Cristo Sommo sacerdote. Da questo punto di vista è il livello più alto della riflessione cristologica del Nuovo Testamento. Non è agli ebrei ma indirizzata ad un gruppo di cristiani che già hanno percorso un loro cammino di fede e di carità e che, tuttavia, sente il morso della tentazione a mollare. Perché l’ignoto redattore degli scritti paolini, già dal secondo secolo, l’abbia collegata con gli ebrei non è dato sapere. Si possono fare diverse ipotesi ma nessuna è pienamente convincente. Personalmente ritengo che si sia voluto parlare direttamente a cristiani ma per farsi intendere indirettamente dagli ebrei. Insomma si parla a nuora perché suocera intenda.

Infine, non è di San Paolo. Non mancano punti di contatto con il magistero paolino, tuttavia troppo diverso è lo stile e lo stesso tema del sacerdozio di Cristo, così come è formulato  nella omelia è estraneo all’Apostolo. Di chi è questo straordinario documento? Si sono fatte molte ipotesi. Resta valida l’affermazione di Origene: «Chi ha scritto l’epistola? Il vero lo sa Dio!».

I nomi suggeriti da Origene, quelli di Clemente Romano e Luca non trovano oggi molti sostenitori. Barnaba, suggerito da Tertulliano, è più accettato ma senza possibilità di conferme perché non abbiamo nessun altro scritto di Barnaba. Altri candidati sono stati proposti: Filippo, Silvano, Priscilla ecc.. Il più plausibile, forse,  potrebbe essere Apollo, citato da Paolo e Luca che ne mette in risalto la  competenza biblica (Atti 18-24-28). Tuttavia la mancanza di ogni testimonianza antica non consente di uscire dalla incertezza.

Per concludere queste note è necessario ricordare il contributo decisivo alla comprensione dello scritto dato dagli studi di una vita del cardinale Vanhoye.

Giulio Cirignano

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