Risponde il teologo
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È vero che secondo la Bibbia non si devono fare tatuaggi?

Prendendo spunto da un'affermazione dei testimoni di Geova, un lettore ci chiede se è lecito per un cristiano farsi tatuare il corpo. Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale.

I Testimoni di Geova mi hanno spiegato che secondo loro non si devono fare tatuaggi, perché così dice la Bibbia. C’è davvero scritto? E cosa dice la Chiesa Cattolica sui tatuaggi?

Francesca Pieri

Presumo che i Testimoni di Geova facciano riferimento a un versetto del Levitico dove si afferma: «Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio. Io sono il Signore» (Lev 19,28). In realtà il passo biblico, più che additare il tatuaggio in se stesso, pare condannare la sua correlazione ad un determinato culto dei morti giudicato non compatibile con la fede nell’unico Dio d’Israele. Ma, come è noto, i Testimoni di Geova tendono ad assolutizzare i precetti della legge dell’Antico testamento estrapolandoli dal contesto e generalizzandoli. La Chiesa cattolica, come si sa, ha un approccio molto diverso, non fondamentalista, ai precetti biblici distinguendo fra quelli sempre attuali e quelli non più cogenti perché legati ad contesto storico che è mutato.

Riguardo alla posizione della Chiesa cattolica, non mi risulta che vi sia una condanna assoluta dei tatuaggi. Nel web appare ricorrente, senza che mai vengano citate le fonti, la notizia di una condanna da parte del «papa Adriano I nel 787 durante il Concilio di Nicea» (wikipedia) che avrebbe fortemente influenzato il costume cristiano. Ma, a parte il fatto che Adriano I al Concilio Niceno II, non ha mai personalmente partecipato, non mi risultano specifici anatemi in questo senso negli atti di quel concilio.

Se prese di posizione da parte delle autorità ecclesiastiche possono esservi state, presumo che non siano state contro il tatuaggio in se stesso ma contro il significato che esso poteva avere in un determinato contesto. I tatuaggi potevano in effetti essere legati a pratiche magiche, superstiziose, ad associazioni segrete più o meno esoteriche e a costumi trasgressivi.

Detto ciò, si possono comunque esprimere serie perplessità morali sulla moda crescente dei tatuaggi, in base al buon senso e al senso cristiano. Rimando in proposito ad una equilibrata trattazione della questione reperibile anche on line : F. Bungaro, «Piercing e tatuaggi: il corpo riadattato», in Studia Bioethica 3(2010)3, 39-49.

Le riserve si possono ricondurre a tre ragioni fondamentali. La prima ragione è che i tatuaggi possono costituire, specie se praticati senza le dovute cautele, un pericolo per la salute. La seconda ragione è che la moda attualmente in voga è spesso collegata a una cultura della trasgressione e a una tendenza alla esibizione provocatoria ed erotizzata del corpo indubbiamente problematiche per la morale cristiana. La terza ragione è che la cultura che ha incrementato l’attuale moda ha talora radici nell’esotorismo e perfino nel satanismo: un simbolo apparentemente innocuo proposto dalla cultura del tatuaggio potrebbe avere significati nascosti che un cristiano dovrebbe sicuramente aborrire, anche perché si tratta di segni sul corpo che rimangono e che non è facile cancellare.

Quindi, se non si può condannare il tatuaggio di per sé, si deve comunque invitare alla cautela. La valutazione morale cambia a seconda del modo in cui il tatuaggio viene praticato, a seconda della parte del corpo in cui viene praticato, a seconda di quello che il tatuaggio può rappresentare e, infine e soprattutto, delle ragioni per cui si decide di praticarlo.

Gianni Cioli

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