Risponde il teologo
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Il «capro espiatorio» degli ebrei prefigura il sacrificio di Gesù?

Una domanda a partire dalla festa  ebraica dello «yom kippur» (dell’espiazione). Risponde Giovanni Ibba,  docente di ebraismo alla facoltà Teologica dell'Italia centrale.

La festa  ebraica dello «yom kippur» (dell’espiazione) nella quale il capro espiatorio prende su di sè i peccati di Israele e morendo redime tutto il popolo, poteva essere un riferimento per Gesù che  offre la sua vita per la salvezza dell’uomo?

Daniela Nucci

Lo yom kippur si riferisce a un giorno dell’anno che Dio ha comandato di dedicare all’espiazione per i peccati del popolo, come si vede nel capitolo 16 del Levitico. In questa sezione del testo biblico si legge che due capri verranno presi da Aronne e posti davanti alla tenda del convegno.

Dopo aver tirato la sorte sui due animali, viene deciso quale dei due sarà sacrificato al Signore (YHWH) e quale ad Azazèl, forse un demone che si credeva vivesse nel deserto. Quello destinato al Signore verrà scannato come sacrificio per il peccato del popolo e poi seguiranno complessi riti di aspersione del sangue dell’animale; poi, finiti tutti i gesti purificatori, Aronne prenderà tutti i peccati purificati dal primo capro e li porrà, con l’imposizione delle mani, sul secondo animale. Il capro verrà condotto nel deserto e lì lasciato. Il testo spiega che «così porterà sopra di sé tutte le (…) colpe in una regione remota». Collocare le colpe degli israeliti su un capro che dovrà andare nel deserto, quindi un luogo lontano da quello in cui vive il popolo, è indubbiamente una sorta di esorcismo, un allontanamento del male al di fuori.

Entrambi i capri hanno una funzione importante rispetto alla questione dell’espiazione. Ora, rispetto a Gesù, la questione va affrontata premettendo che il problema del peccato nel pensiero ebraico è fondamentale e complesso e che, al tempo di Gesù, la questione era molto sentita. La funzione sacerdotale (Aronne) nell’adempiere il comando del sacrificio espiatorio è stata a volte messa in relazione con il ministero di Gesù che, oltre ad essere lui stesso visto come sacerdote (vedi lettera agli Ebrei, ma si parla di un sacerdozio che difficilmente è collegabile con quello aronitico di cui sopra) è stato visto anche come vittima sacrificale (vedi l’ecce Agnus Dei, ma anche in questo caso ci sono problemi a collegarlo col capro espiatorio, come si vedrà più avanti) per i peccati dell’uomo.

Le prime comunità cristiane ravvedevano una correlazione tra il capro espiatorio (quale?) di Levitico 16 e la vicenda di Gesù, morto per i peccati dell’uomo? È  bene rilevare che la questione è molto più articolata di quanto si possa pensare. Innanzitutto, è da capire se per espiazione dei peccati s’intende la stessa cosa del perdono dei peccati di cui parla Gesù. Detto in parole semplici,  l’espiazione dev’essere intesa come un atto mediante cui il popolo può ricominciare a vivere senza il peso di peccati, spesso involontari, che impedirebbero una conduzione di vita adeguata e alla presenza del Signore. L’espiazione riguarda qualcosa che è stato commesso e confessato. Il perdono di cui parla Gesù invece è invece un’azione più radicale, simile a quella sperata da profeti come Isaia, Ezechiele o Geremia e il cui soggetto dell’azione del perdonare è Dio stesso e non un intermediatore come il sacerdote, anche se esso opera in nome suo.

Il perdono si esplica nel cristianesimo soprattutto nel momento del battesimo, dove il catecumeno fa l’esperienza di una purificazione mediante lo Spirito che lo rende nuovo in un modo sostanziale. Tale purificazione può essere intesa come un perdono, ma non solo nel senso di una rimozione delle tracce dei peccati, come appunto poteva avvenire durante lo yom kippur, ma anche e soprattutto come rimozione della causa stessa dei peccati. Gesù, dopo il battesimo, opera con lo Spirito una purificazione interiore dell’uomo, un perdono che precede il peccato stesso, se così si può dire.

La risposta di Pietro, riportata in tre modi differenti nei sinottici, alla domanda di Gesù sulla propria identità è al riguardo significativa: Gesù è il Figlio del Dio vivente (Mt 16,13-20); è il Cristo (Mc 8,27-30); è il Cristo di Dio (Lc 9,18-21). Tutti i tre titolo attribuiti a Gesù riguardano un personaggio che non è né sacerdote nel senso del Levitico, né vittima sacrificale come s’intende nel testo biblico. Se Gesù fosse visto come capro espiatorio, allora i romani che lo crocifiggono sono  sacerdoti. I titoli espressi dai sinottici indicano indiscutibilmente, soprattutto Matteo e Luca, che Gesù non ha la stessa funzione del sacerdote nel rito dell’espiazione, e nemmeno di quello del capro espiatorio, in quanto il sacrificio di quest’ultimo è destinato ad estinguersi in un certo tempo. Ciò che fa Gesù riguarda il perdono, e questo era una cosa che solo Dio si pensava potesse fare. Gesù è un uomo, ma è anche Figlio del Dio vivente o Cristo di Dio. Il senso è che, come Figlio o Cristo di Dio, egli ha le caratteristiche, mediante lo Spirito, per poter operare quello che solo Dio può fare. Con l’espiazione, in qualche modo, il problema del peccato non è risolto in modo definitivo; con Gesù il perdono avviene con la sua vita e il suo insegnamento una volta per sempre.

Vorrei infine sottolineare che non si deve parlare di un «superamento» dell’espiazione con il perdono di Gesù. Il primo rimane sempre valido nella misura in cui esso rende cosciente l’uomo della sua natura e, quindi, della sua totale dipendenza dal suo Creatore; il secondo, pur operando alla radice della natura umana, non esclude il continuo richiamo che Israele fa nel ricordare che l’uomo dipende dal Signore. Sul piano dei segni vorrei anche dire che la vicenda di Gesù termina con la crocifissione e questo, almeno sul piano simbolico, non ha nulla a che vedere né con lo sgozzamento del primo capro, né con l’allontanamento del secondo nel deserto.

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