Risponde il teologo
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La conoscenza di Dio tra mistica, teologia e filosofia

A proposito di una precedente risposta - in questa rubrica settimanale - sulla necessità di de-antropomorfizzare la nostra immagine di Dio. Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla Facoltà teologica dlel'Italia Centrale

Dio creatore

Ho letto la risposta al quesito posto da un lettore, intitolato «Cosa possiamo dire da credenti a chi si dichiara ateo?» pubblicata il 4 marzo del 2015. Lei risponde giustamente che è necessario de-antropomorfizzare Dio «ripulendolo» da tutte le qualità umane che gli si attribuiscono… ma allora, mi chiedo, perché Gesù lo chiama Padre? E se Dio è amore (per essenza) come afferma Giovanni, non  è pure l’amore un sentimento umano? Terza (e ultima) domanda: Lei afferma «...non si crede in un Dio che ci viene a salvare»: ma scusi, secondo la teologia cristiana, non è proprio Dio che prende l’iniziativa, che sulla croce si è «dato»?

Silvano Cattaruzza

Rispondo subito alla terza domanda che in effetti si presta a essere fraintesa. Lì mi riferivo all’espressione di Meister Eckhart che va al fondo dell’atto di fede, portandolo a quella radicalità in cui l’anima umana è talmente unita a Dio che non si distingue più da esso e dove la fede in qualche modo tace perché è tolta dalla presenza esperienziale di Dio stesso. Alcuni santi come Caterina da Siena, Teresa d’Avila, lo stesso Giovanni della Croce, avevano esperienze mistiche di questo genere in cui assorbiti talmente dall’essere divino che non vi si distinguevano più. Ma ovviamente per coloro che non sono soggetti a queste presenze mistiche di Dio la fede è sempre un atto verso il Dio salvatore, come osserva il lettore, anzi a dire della teologia la fede stessa è un dono misericordioso di Dio alla sua creatura perché possa tornare alla vita, quella vita che tolta dal peccato è ridata dalla comunione con Dio. Una volta poi che il credente entra, grazie all’atto di fede, in comunione con Dio, Eckhart dice che tale comunione è piena e totale quando in qualche modo la fede tace come atto umano e subentra l’unione piena con la divinità al punto che l’io umano e Dio non sono più divisibili.
Il santo in genere è testimone di questa unità, perché «testimone» significa riprodurre umanamente l’essere infinito di Dio.

Alla seconda domanda richiamo il lettore al significato più alto e perfetto del termine «amore», e non a quei sensi banalizzati dagli uomini e scritti nel vocabolario. L’amore e amare non sono per nulla umani, l’amore è l’essere stesso di Dio Trino e Unico. L’amore è la struttura o costituzione divina del Padre, del Figlio e dello Spirito, infatti se il lettore immagina per un attimo di togliere l’amore dalle tre persone divine immediatamente le disintegra e le annulla. Un Dio fondato sull’odio è come dire che un cerchio è quadrato. Siccome l’uomo è a immagine e somiglianza di Dio per questo la sua natura umana è fondata sull’amore, è vero, è un amore relativo, limitato, umano, i teologi lo dicono «analogo», ma non è diverso. In Dio il Padre ama il Figlio come nell’umanità il marito ama la moglie, la «quantità e la qualità» dei due amori è infinitamente differente, ma il rapporto è lo stesso e l’analogia lo spiega: in modo umano, nell’amore tra marito e moglie c’è una somiglianza con l’amore divino della Trinità. Insomma l’amore è il divino che c’è nell’uomo, infatti vivendo l’amore gli uomini riescono a formare la comunione a somiglianza del Dio Trino, odiandosi sono nella morte, dice l’evangelista Giovanni, perché vivono al contrario di Dio. La diversità tra Dio e l’uomo è che nell’uomo l’unione con l’altra persona è fatta con un atto deliberato, mentre nelle persone divine per es. tra Padre è Figlio è una «generazione», questa è eterna e quindi indivisibile, nell’uomo è temporale o modale e perciò scindibile, come il peccato originale ha mostrato.

Alla prima domanda si risponde di conseguenza. Gesù chiama padre il Padre perché da Lui è generato. Anche qui siamo in una situazione di analogia: come il Padre genera il Figlio così il babbo e la mamma generano il figlio. Anche la generazione è una forma divina attuata al modo umano. Perciò non è un antropomorfismo quanto dice Gesù di suo Padre, al contrario è un «teomorfismo» quando, per esempio, Pippo chiama Ugo e Anna padre e madre. E la spiegazione è data dalla generazione stessa: come il Padre, che è Dio, genera il Figlio, il quale è di natura divina e Dio anche lui (come il Padre e lo Spirito); così Ugo genera un uomo Pippo uguale a se stesso nella natura umana. Il credo ci fa dire del Figlio: «generato non creato» proprio per sottolineare che il Figlio è Dio come il Padre anche se è generato, uguale nella natura anche se distinto dalla relazione di figliolanza. Dio Padre ha fatto dono agli uomini della paternità per cui tale attributo non è antropomorfo, ma teomorfo, e Gesù lo può usare a maggior diritto degli uomini, perché siamo noi che lo abbiamo ereditato. Tant’è vero che il battesimo ci fa figli di Dio e non viceversa.

Il lettore ha ragione solo se questi termini, che sono caratteri divini, vengono banalizzati e volgarizzati allora è evidente che attribuiti a Dio diventano quasi insulti, ma se presi nella loro originaria e archeologica esistenza appartengono a Dio stesso e gli sono attribuibili insieme a tanti altri molto belli come salvatore, misericordioso, gioioso, tenero come una madre, tutte parole che esprimono l’Amore che Dio è nelle sue infinite sfaccettature, come il prisma scinde l’unico fascio di luce.

Athos Turchi

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