Risponde il teologo
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Perché Gesù è nato in una mangiatoia?

Un lettore chiede i motivi che portarono alla nascita di Gesù in un riparo per animali. Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sara Scrittura e Preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale

Parole chiave: Natale (115)

Le scrivo in prossimità del Natale in cui ogni anno viene ricordata la nascita di Gesù. Prima i pastori che vegliavano il loro gregge, in seguito i vicini di Betlemme ed infine i Re Magi che venivano da Oriente per offrire i loro doni più preziosi come oro, incenso e mirra trovarono il bimbo avvolto in fasce che giaceva nella mangiatoia scaldato dal bue e dall’asinello. La mia domanda è questa: Gesù nacque nella mangiatoia perché non c’era posto nell’albergo, ma anche in modo che potesse apparire visibile davanti agli occhi degli uomini, soprattutto dei pastori che allora erano poveri ma umili e puri di cuore oppure per altre ragioni?

Marco Giraldi

I racconti richiamati dal lettore appartengono alle tradizioni dei racconti dell’infanzia nei Vangeli di Matteo (i Magi) e di Luca (i pastori). Quella che ci viene trasmessa non è una storia dal sapore quasi favolistico, ma una profonda affermazione di fede nell’umanità del Figlio di Dio, colui che riconosciamo vero Dio e vero uomo. Se Matteo, parlando dei Magi, insiste sulla rivelazione del Figlio di Dio a popoli stranieri, che hanno investigato il libro della creazione e, guidati dalla stella, hanno trovato l’annuncio di una nascita misteriosa già presente nelle Scritture del popolo d’Israele, dal canto suo l’evangelista Luca racconta la rivelazione del Figlio ai poveri, rappresentati dai pastori.

Il testo del Vangelo dice: «mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Luca 2,6-12).

Stiamo parlando di Betlemme, al tempo in cui «un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.  Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta» (Luca 2,1-5).

Queste, dunque le premesse. Una iniziativa del potere allora vigente, che comanda un censimento probabilmente per ragioni amministrative, che conduce Giuseppe e Maria, allora prossima al parto, alla città di Davide, Betlemme. Dimenticando tutte le letture, pur rispettabili che la pietà popolare ha saputo dare di questo testo, esso dice semplicemente che la nascita di Gesù avviene in uno spazio che si poteva trovare all’interno delle abitazioni del tempo, scavate all’interno della roccia: l’«alloggio», in greco katalyma. È il termine che, tradotto erroneamente con la parola “albergo”, ha scatenato la fantasia più sfrenata. Esso invece viene usato anche quando si parla della cena di Gesù con i discepoli, per indicare una stanza interna, situata al piano superiore di una casa, magari in un contesto più urbano com’era Gerusalemme (vedi Marco 14,14 e Luca 22,11). In 1 Cronache indicava l’abitazione provvisoria del Signore, che così ordina a Davide: «Non mi costruirai tu la casa per la mia dimora. Io infatti non ho abitato in una casa da quando ho fatto salire Israele fino ad oggi. Io passai da una tenda all’altra e da un padiglione all’altro» (1 Cronache 17,4-5; cf. anche 2 Samuele 7,6).

Certo solo in contesto rurale quella stanza, collocata all’interno di una abitazione scavata nella roccia, poteva essere anche lo spazio dove sistemare in alcune circostanze gli animali, e quindi ecco la mangiatoia; tuttavia il Vangelo non parla di asino e bue, o di altra bestia.

La stessa mangiatoia riappare nell’annuncio ai pastori come il segno dello straordinario evento (v. 12: «questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia») e quindi come essi stessi possono verificare (v. 16: «Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia»).

Dunque una nascita straordinaria, che tuttavia non si svolge in mezzo alle mura e ai costumi dei potenti di quel tempo, come lo stesso Gesù dirà di Giovanni il Battista: «che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re!» (Mt 11,8); questa nascita è svelata espressamente a coloro che occupano un posto infimo nella società, senza curarsi della loro dignità personale.

Se il racconto del Vangelo secondo Matteo esprime la ricerca che popoli stranieri hanno rivolto al neonato re dei Giudei, quello di Luca completa il panorama comprendendo gli ultimi, come già il profeta diceva a proposito del Messia annunciato: «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri» (Isaia 61,1; vedi Luca 4,18). E del resto è su questa strada che si indirizzano anche le beatitudini evangeliche. E Gesù così risponde agli inviati del Battista: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!» (Luca 7,22-23).

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