Risponde il teologo
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Perché non dare anche alle donne la possibilità di confessare?

Chiede un lettore: «non potrebbe essere utile dare anche a donne consacrate la possibilità di confessare?». Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria alla Facoltà Teologica dell'Italia Centrale.

Parole chiave: confessione (46)

Sono molto felice del fatto che Papa Francesco, con le sue parole e i suoi gesti, ha riavvicinato molte persone al sacramento della Confessione, mettendo l’accento sulla bellezza del perdono e della misericordia di Dio. Nel pensare a queste cose mi è venuta una domanda: non potrebbe essere utile dare anche a donne consacrate (magari che abbiano seguito un particolare percorso di formazione) la possibilità di confessare? Questo potrebbe avvicinare ancora più persone alla Confessione, ad esempio donne che hanno vergogna ad esporre i loro peccati a un sacerdote. Senza contare che da una donna ci si aspetta di essere accolti ancora di più con pazienza e misericordia: si esprimerebbe meglio la tenerezza materna della Chiesa. Forse la mia idea è un po’ troppo rivoluzionaria?

Rosaria Guida

Tra tutte le storielle scherzose che si sentono dire, si rammenta come una delle cose che Dio non conosce è cosa dirà un frate cappuccino che sta per iniziare la predica. Sulla linea di questa diceria, non me ne voglia la lettrice se, rispondendo alla sua domanda, divagherò un poco, tenendo fede alla tradizione dell’ordine cui appartengo.
La proposta della lettrice nasce da osservazioni che hanno un fondamento nel modo concreto con cui è vissuto il sacramento della Penitenza o della Riconciliazione. Non a caso, nel parlare consueto, questo sacramento è detto «confessione», nominandolo attraverso una sua singola parte, che viene così a dare nome all’intero rito. Il senso teologico proprio del sacramento è la riconciliazione del peccatore pentito con Dio. Sarebbe già importante mettere in evidenza la grazia di questo dono del Signore, chiamandolo col nome di «riconciliazione».

D’altra parte, è vero che nel vissuto delle persone il momento di «confessare» i propri peccati è ciò che sembra procurare il disagio maggiore. La teologia chiede di riconoscere come i peccati sono sempre confessati a Dio, perché a Lui solo chiediamo perdono e da Lui solo lo riceviamo: come indica la formula dell’assoluzione sacramentale, nella sua misericordia, Dio concede il perdono e la pace attraverso il ministero della Chiesa. Resta vero che, secondo la logica dei sacramenti, attraverso azioni umane agisce Dio, in modo tanto misterioso quanto reale. Fra i gesti implicati dal sacramento della Riconciliazione c’è la confessione dei peccati fatta a Dio davanti al ministro della Chiesa. S’inserisce qui la domanda della lettrice, che mette in evidenza il possibile disagio, soprattutto in determinate situazioni, di esporre la propria vita davanti a un uomo. La sua proposta vorrebbe diminuire un tale disagio.

Ora, la grande tradizione della Chiesa ha legato la riconciliazione dei peccatori pentiti al ministero sacerdotale. In altre parole, la parola sacramentale della riconciliazione è rivolta dalla Chiesa nella persona di vescovi e presbiteri, di coloro, cioè, che hanno ricevuto un dono dello Spirito per agire con forza in nome di Cristo e della Chiesa (in persona Christi et Ecclesiae). Per venire incontro al suggerimento della lettrice, occorrerebbe che la Chiesa ritenesse possibile conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne. Ma papa Giovanni Paolo II ha dichiarato «in modo definitivo» che la Chiesa non ha questa facoltà (Cf Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, 22 maggio 1994). Possiamo, però, raccogliere le motivazioni della lettrice e rimarcare alcuni aspetti. Per prima cosa, nella Tradizione della Chiesa non si separa il «mistero della riconciliazione» dal «ministero della riconciliazione». Mistero della riconciliazione è la grande misericordia che Dio ha mostrato nel dono del suo Figlio; ministero della riconciliazione è l’agire ministeriale della Chiesa, attraverso cui il perdono di Dio ci raggiunge nella nostra storia personale.

L’apostolo Paolo ha parole limpide su questo rapporto: «Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Cor 5,18-21).

La preoccupazione presentata nella lettera è reale e il Magistero insiste con parole precise avvertendo i sacerdoti sui modi con cui sono chiamati ad accogliere i penitenti e a favorirne una confessione dei peccati serena, attraverso la quale si aprano ad accogliere con gioia il perdono di Dio. Ha scritto Giovanni Paolo II: «Di fronte alla coscienza del fedele, che a lui si apre con un misto di trepidazione e di fiducia, il confessore è chiamato a un alto compito che è servizio alla penitenza e alla riconciliazione umana: conoscere di quel fedele le debolezze e cadute, valutarne il desiderio di ripresa e gli sforzi per ottenerla, discernere l’azione dello Spirito santificatore nel suo cuore, comunicargli un perdono che solo Dio può concedere, "celebrare" la sua riconciliazione col Padre raffigurata nella parabola del figlio prodigo, reinserire quel peccatore riscattato nella comunione ecclesiale con i fratelli» (Esortazione apostolica Reconciliatio et poenitentia, 2 dicembre 1984).

Inoltre, la Chiesa, nel suo ministero di riconciliazione, offre il perdono e la pace anche per vie non sacramentali, nelle quali agisce sempre lo Spirito di Cristo. Ogni cristiano può compiere gesti di riconciliazione. Per esempio, l’ascolto del fratello con cuore aperto, accogliendo il racconto della sua vita, non è solo una consolazione psicologica ma nella fede è un’apertura reale all’azione dello Spirito, che spesso aiuta il fratello a chiedere la riconciliazione sacramentale con maggiore fiducia. In questi gesti, sempre ecclesiali perché condivisi nella comune grazia battesimale, l’indole più specifica della donna può esprimersi in modi propri e fecondi. E da questo punto di vista le osservazioni della lettrice mantengono tutto il loro valore. La Chiesa ha bisogno dei doni di tutti, nella consapevolezza che lo Spirito di Dio soffia dove vuole e da dove non sappiamo, ma siamo sempre chiamati ad ascoltarne la voce (cf Gv 3,8).

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