Risponde il teologo
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Perché per avere l’assoluzione dobbiamo rivolgerci a un sacerdote?

Una domanda «classica» sul sacramento della confessione. Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla Facoltà Teologica dell'Italia Centrale.

Percorsi: Sacramenti

Perché dobbiamo rivolgerci in confessione ad un sacerdote per ottenere l’assoluzione dei nostri peccati? Se uno, profondamente pentito, chiede perdono direttamente alla misericordia di Dio per ottenere il perdono in ordine alle proprie colpe ed ai propri errori, non può ottenere l’assoluzione e la remissione degli stessi? Ritengo che Dio «conti» un... pochino di più di un sacerdote. Da considerare, poi, che al tempo di Gesù e diversi secoli dopo il Sacramento della Penitenza non esisteva.

Gian Gabriele Benedetti

Penso che non sia molto di aiuto porre la questione in termini di concorrenzialità, evidenziando come «Dio "conti" un... pochino di più di un sacerdote». Chi perdona i peccati è sempre e comunque Dio. Il ruolo del prete, nel sacramento della penitenza, non andrebbe compreso come un diaframma fra il cristiano e il Signore, ma come una presenza a servizio dell’autenticità dell’incontro. La celebrazione sacramentale della riconciliazione ha lo scopo di portare a pienezza quella condizione di profondo pentimento - definita tradizionalmente «contrizione» - che giustamente il nostro lettore ha ravvisato come condizione necessaria per aver accesso alla misericordia di Dio.

Il sacramento della penitenza, in fondo, è un atto di solidarietà da parte della chiesa che sostiene il cammino di conversione del singolo. Il cristiano non è lasciato completamente da solo davanti a Dio a portare tutto il peso dei peccati, del pentimento e del percorso penitenziale.

D’altra parte la confessione davanti al ministro della chiesa, ovvero il dialogo con qualcuno che ascolta ed eventualmente illumina il penitente, difende quest’ultimo dal rischio di ridurre la confessione, fatta direttamente a Dio, ad un soliloquio che potrebbe condurre a giudizi troppo severi nei propri confronti, confondendo Dio con il Super-Io, o favorire, al contrario, l’inganno dell’autogiustificazione.
Certo, come forse intendeva affermare il lettore, si deve riconoscere che l’attuale forma celebrativa del sacramento è venuta a costituirsi in un percorso durato secoli, per cui non si può escludere che la chiesa possa studiare e trovare forme più adeguate a nuovi tempi, esigenze e sensibilità.

Si deve inoltre convenire sul fatto che Dio può perdonare e salvare anche al di fuori della prassi sacramentale, senza la mediazione della chiesa visibile.

Ma va anche assolutamente ricordato che sarebbe un grave errore, per un cattolico che ha avuto il dono dell’iniziazione sacramentale cristiana, non fare tesoro dell’opportunità di accedere al sacramento del perdono e alla relativa prassi di confessare i peccati al ministro della chiesa.

Può essere utile rileggere, a questo proposito, uno stralcio della catechesi dedicata dal papa Francesco alla confessione il 19 febbraio 2014:

«Nel tempo, la celebrazione di questo sacramento è passata da una forma pubblica - perché all’inizio si faceva pubblicamente - a quella personale, alla forma riservata della confessione. Questo però non deve far perdere la matrice ecclesiale, che costituisce il contesto vitale. Infatti, è la comunità cristiana il luogo in cui si rende presente lo Spirito, il quale rinnova i cuori nell’amore di Dio e fa di tutti i fratelli una cosa sola, in Cristo Gesù. Ecco allora perché non basta chiedere perdono al Signore nella propria mente e nel proprio cuore, ma è necessario confessare umilmente e fiduciosamente i propri peccati al ministro della chiesa. Nella celebrazione di questo sacramento, il sacerdote non rappresenta soltanto Dio, ma tutta la comunità, che si riconosce nella fragilità di ogni suo membro, che ascolta commossa il suo pentimento, che si riconcilia con lui, che lo rincuora e lo accompagna nel cammino di conversione e maturazione umana e cristiana. Uno può dire: io mi confesso soltanto con Dio. Sì, tu puoi dire a Dio «perdonami», e dire i tuoi peccati, ma i nostri peccati sono anche contro i fratelli, contro la chiesa.

Per questo è necessario chiedere perdono alla chiesa, ai fratelli, nella persona del sacerdote. «Ma padre, io mi vergogno...». Anche la vergogna è buona, è salute avere un po’ di vergogna, perché vergognarsi è salutare. Quando una persona non ha vergogna, nel mio paese diciamo che è un «senza vergogna»: un «sin verguenza». Ma anche la vergogna fa bene, perché ci fa più umili, e il sacerdote riceve con amore e con tenerezza questa confessione e in nome di Dio perdona. Anche dal punto di vista umano, per sfogarsi, è buono parlare con il fratello e dire al sacerdote queste cose, che sono tanto pesanti nel mio cuore. E uno sente che si sfoga davanti a Dio, con la chiesa, con il fratello. Non avere paura della confessione! Uno, quando è in coda per confessarsi, sente tutte queste cose, anche la vergogna, ma poi quando finisce la confessione esce libero, grande, bello, perdonato, bianco, felice. È questo il bello della confessione!» (Udienza generale di Papa Francesco del 19 febbraio 2014)

Gianni Cioli

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