Risponde il teologo
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Qual è la croce che Gesù ci chiede di portare?

Un lettore ci chiede come si debba intendere la celebre frase di Gesù in cui ci invita a prendere la «sua croce». Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla Facoltà Teologica dell'Italia centrale.

Quando Gesù dice: «Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» a quale «croce» si riferisce? Spesso, o quasi sempre, viene individuata questa croce con l’accettare le tribolazioni che ci affliggono (malattia, disagio sociale, sofferenza, ecc. ecc.) ma non credo che si esaurisca qui la croce di cui parla Gesù.

Egli ha preso la sua croce (e noi dobbiamo fare come Lui) come significato del peccato degli uomini, si è fatto carico della loro iniquità. Anche noi non dovremmo limitarci alle nostre afflizioni ma andare oltre, guardare agli altri, dimenticare il proprio io e unirsi a Cristo. La croce di Cristo che significato ha? Grazie per le continue risposte puntuali e sagge.

Piergioregio Castellucci

Non sappiamo se Gesù abbia usato esattamente il termine «croce», tuttavia quanto ebbe a dire certamente è tradotto bene in quella parola, per il fatto che tre vangeli la usano. Alla luce poi dei testi di Isaia 52,13-53,12 e Filippesi 2,6-8, la frase su riportata lascia poco alla fantasia, e sembra che debba intendersi come il lettore commenta, sia nel senso stretto che nel senso più ampio.

La frase del Vangelo contiene 3 elementi: andare dietro o seguire, rinnegarsi, croce. Non c’è dubbio che presi così non possiamo che concludere che Gesù chiede a ogni suo discepolo quanto è detto in Filippesi e Isaia. Ma per meglio capire cerchiamo di rovesciare il ragionamento.

Supponiamo che Gesù avesse detto: se uno vuol venire dietro a me, non rinneghi se stesso, non prenda croci, e mi segua. Se ne conviene che crollerebbe tutto l’impianto salvifico, non solo, ma anche Dio stesso perderebbe di qualsiasi credibilità. Di un Dio che non sa scendere in mezzo agli uomini, ma se ne stesse tranquillo e pacifico nel suo assoluto isolamento, intento solo a guardare, giudicare e infine a salvare o condannare, non ce ne facciamo nulla. Non è che non esisterebbe, ma sinceramente non ci direbbe nulla. Al contrario un Dio che s’incarna e entra nella storia e nella vita intima di ogni e ciascun uomo, questo ci convince e a Costui ci affideremo volentieri. Ecco un primo suggerimento della "croce": senza questa opposizione della croce, Dio sarebbe poco credibile. Di fronte alla drammatica quotidianità dell’esistenza umana, se togliamo la croce a Dio, costui perde immediatamente senso. Nella Grecia antica i Sofisti, filosofi sottili e devastanti il comune pensare, non negavano la verità, bensì negavano la falsità, ma senza l’esistenza del falso, è chiaro a tutti che della verità non ce ne facciamo nulla, perché il contrario è sempre vero, pure quello. Negare perciò che la croce abbia un senso è negare il senso stesso di un Dio salvifico, perché il male non sarebbe vinto e avrebbe lo stesso valore del bene.

Andiamo oltre. La croce sta in mezzo a un rinnegamento e un discepolato, infatti seguire Gesù Cristo significa farsi suoi discepoli spogliando se stessi, come lui spogliò se stesso, Fil 2,7. Ma un Dio può spogliare se stesso? Non sembrerebbe. E allora Gesù che fece? Qui mi pare un passaggio interessante. Dio entra nel cuore del mondo umano, anzi nelle profondità stesse di ogni uomo facendosi uomo, ma senza perdere se stesso. Di che cosa, allora, si spoglia? Buber ci suggerirebbe: si è mai sentito dire che «Dio è il successo», o è un «Dio di successo»? Dio quindi nei confronti dell’uomo non rinnega se stesso, anzi bisogna che sia pienamente Dio perché ci liberi, ma rinnega i suoi «diritti», il «successo», abbandona di rivendicare il diritto di giudicarci, di rinfacciarci la nostra disobbedienza, la nostra testardaggine nel non voler seguire i suoi insegnamenti, comandamenti, avvertimenti. Ma si mette al servizio della nostra debolezza, con tutta la forza del suo essere, come una donna che concepisce mette tutta la ricchezza della sua natura a servizio della creatura che nasce dentro di lei, guai non fosse così. È vero rinuncia a se stessa, ma solo nel rivendicare i suoi diritti, perché per il resto impegna se stessa in ciò che ha di più pregevole e più vitale.

Così mi sembra che si debba intendere, perché se dovessimo svuotarci delle nostre qualità, delle nostre doti, delle nostre virtù e pregi, a che cosa potremmo servire? Se il sale perde sapore, a che serve? Dunque leggerei: Gesù chiede al suo discepolo d’impegnare tutto se stesso nel seguirlo, rinunciando ai suoi «diritti», al «successo», e così portare quella croce che è la "sua" in quanto proviene dal mettersi al servizio di Gesù, della vita, degli altri. Se invece di rivendicare diritti, cioè di salvare se stessi, mettiamo la nostra ricchezza umana a servizio, la croce che ce ne viene, che a volte sembra schiacciarci proprio per il suo peso (si pensi a una madre col peso del figlio in grembo)… ecco questo mi sembra voglia dire prendere la «sua croce». Senza niente togliere a tutti gli altri significati indicati dal lettore.

Athos Turchi

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