Risponde il teologo
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Secondo il Vangelo, l’uomo può o non può giudicare?

Un lettore ci chiede: «Gesù ha detto: “Non giudicare per non essere giudicato”. Domanda: quindi l’uomo può o non può giudicare?». Risponde don Stefano Tarocchi, biblista e Preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Il testo a cui il lettore fa riferimento è quello di Matteo, nel «discorso della montagna»; lo trascriviamo per poter comprendere meglio: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?  O come dirai al tuo fratello: "Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio", mentre nel tuo occhio c’è la trave?  Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Matteo 7,1-5).

Anche il Vangelo di Luca riproduce sostanzialmente il medesimo insegnamento, ma aggiunge di suo una breve parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro» (Luca 6,39-40). E già il vangelo di Marco scriveva: «Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi» (Marco 4,24).

Il senso del verbo «giudicare» che è usato in questa sezione dei Vangeli va inteso non nel significato che abitualmente ha nella nostra lingua («valutare», «farsi una propria opinione», «decidere»), piuttosto come «condannare», come del resto troviamo in diverse pagine del Vangelo di Giovanni, con il medesimo verbo greco che viene tradotto in maniera inequivocabile. Rammentiamo una pagina per tutte le altre: «Chi crede in lui non viene condannato; chi non crede in lui è già condannato, perché non ha creduto nel nome del Figlio Unigenito di Dio» (Giovanni 3,18).

Ritornando ai Vangeli sinottici, nessuno esclude che i discepoli siano invitati alla saggezza e alla prudenza di un giudizio, come si dice nelle istruzioni per il loro invio, invitandoli ad agire in maniera particolarmente accorta: «siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe » (Matteo 10,16).

Ma colui che condanna senza appello il prossimo riceverà in cambio la stessa sorte. Chi opera con un metro differente ha un occhio diverso, che lo porta ad essere indulgente con se stessi (la «trave») e severissimi con il prossimo (la «pagliuzza»). È come quando un uomo privo della vista si mette a far la guida ad un uomo come lui: entrambi finiranno fuori strada («in un fosso»).

Poco prima, nello stesso discorso, l’insegnamento di Gesù si era spinto ancora più lontano, fino a chiedere ai discepoli di non opporre resistenza al male: «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.  E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due» (Matteo 5,38-41).

Così solo a Dio il giudizio, e solo lui alla fine dei tempi «giudicherà» colui che «giudica» con il metro che ha adoperato: «con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi».  Per il Vangelo di Giovanni, invece, il giudizio che ci sarà alla fine dei tempi si è già realizzato nell’oggi della storia.

Stefano Tarocchi

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