Risponde il teologo
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«Seguire la propria coscienza» non è una scusa per fare ciò che si vuole?

Il quesito questa settimana riguarda la nozione di «coscienza» che è alla base del nostro giudizio di bene o male.  Risponde padre Athos Turchi,
docente di filosofia alla Facoltà Teologica dell'Italia Centrale.

Vorrei sapere che cosa si intende nel linguaggio comune «ho la coscienza a posto», perché noi uomini cristiani, atei o di altre religioni consideriamo in base a valutazione tutte nostre quello che è  bene» oppure quello che è «male». Ho l’impressione che ognuno quando esamina la sua coscienza attribuisce un significato ai propri atti e fa delle valutazioni (es. si accetta quello che ci fa comodo e respingiamo tutto ciò che non è accettato dalla nostra vita). Insomma ho l’impressione che ognuno si costruisca una coscienza a proprio uso e consumo tirandola oggi da una parte domani dall’altra pacificando la propria morale e i propri bisogni materiali con Dio e gli uomini. Mai come in questi tempi la coscienza morale di noi cristiani è così distante anche su gli stessi insegnamenti del magistero della chiesa (su uno stesso argomento  i cristiani si trovano  spesso su posizioni diametralmente diverse pur avendo tutti la «coscienza tranquilla»).

Roberto Rossi

La coscienza è il luogo più sacro della persona. Luogo intoccabile e inaccessibile a tutti. Dio stesso lo rispetta, al punto che permette al soggetto di fare anche i mali più efferati, senza intervenire. Lì l’uomo è un assoluto, l’unico arbitro di se stesso e del suo destino. Per il fatto che Dio non intervenga significa che in un certo senso la persona ha «diritto» di decidere e fare quello che gli pare.

Questo però non vuol dire che spetta alla coscienza individuale di decidere il bene e il male, ma soltanto che la persona in quanto tale, per la sua dignità e per il suo valore, può decidere liberamente e arbitrariamente di fare quello che vuole. E quello che vuole può essere buono o cattivo.
Il bene e il male non stanno nella decisionalità, cioè nella coscienza dell’individuo, ma in ciò che fonda l’etica. L’etica è il principio in base al quale si stabilisce per l’essere umano ciò che è bene e ciò che è male. Il fondamento dell’etica abita nella intersoggettività umana: la persona umana è un esser-per-l’altro, per cui la pienezza e la perfezione dell’essere umano sta nella correlazione tra le persone. Il vero uomo, pieno è perfetto, non è dato dall’individuo, ma dal rapporto interpersonale.

La legge della correlazione è quella dell’amore. Perciò amare l’altro essere umano è il fondamento morale o relazionale delle persone. L’amore è quel rapporto naturale che lega gli esseri umani, ed esso è proprio della soggettività in quanto è un rapporto responsabile. La responsabilità è un affidamento: la persona si affida all’amore dell’altro, o per contrario l’altro è affidato all’amore mio. Questo è un ossimoro: la persona rispetto all’altra persona è obbligata ad amarla, ma nello stesso tempo lo fa in maniera libera, perché l’amore è una forma decisionale del soggetto che ama. In sintesi, il fine ultimo dell’uomo è amare  l’altra persona, fare il suo bene, in quanto nel bene dell’altro è la propria perfezione. Il fine ultimo della morale, dunque, è non il bene universale, ma l’amore verso l’altro, fine, poi, che è fondato nella struttura etica della natura umana, cioè l’intersoggettività. Da qui il bene e il male ne emergono netti, assoluti, evidenti: la coscienza umana non può scegliere se non quello che è buono, cioè il bene altrui, che consiste nella pienezza di dignità umana. Bene che ovviamente si estende a ogni forma di azione e di esistenza che circonda l’essere umano.

La coscienza perciò ha l’obbligo di scegliere solo quel bene che è l’amore verso l’altro. Il problema del lettore sta nel fatto che culture, mode, interessi, paure, ecc. cambiano l’immagine di "bene", e così si diffonde l’idea che ogni individuo è libero di stabilire il bene e il male. Questo fa sentire se stessi onnipotenti, che è sempre una grande tentazione, e l’alterazione del bene etico, fa sentire la coscienza tranquilla, per es. i componenti di una banda di criminali si sentono tranquilli se uccidono almeno una o due persone al mese. Tuttavia la coscienza non può mai essere tranquilla finché nel mondo il male imperversa. E il male è un atto ben preciso: tutto ciò che è contrario alla valorizzazione e alla perfezione umana, di ogni persona e del suo mondo. Nessuno può tollerare il male anche se non ne è diretto responsabile, perciò si può dire «ho la coscienza tranquilla in quanto non partecipo a ciò che è male», ma non sono tranquillo perché il male, nonostante tutto, c’è.

Il male poi indica, per contrario, la grandezza umana, in quanto rivela nell’uomo la capacità, «in coscienza», di fare e desiderare cose che sono contrarie all’essere (si noti) in quanto tale, cioè contrarie a Dio. E questa è la libertà, la grandezza, il valore assoluto dell’uomo, valore che se venisse toccato avremmo un bruto, un animale, e non più una persona. Il male, come dice il serpente nel giardino dell’Eden, è la tentazione di diventare onnipotenti "come Dio". Questo spiega come sia difficile anche per coloro che si dicono cristiani accettare passivamente gli insegnamenti della loro stessa fede. In un mondo, come il nostro, l’obbedienza è un segno dello spirito di «pecora» e nessuno vuol apparire nella forma di questo animale, perciò non c’è fede che non sia ridotta, rivista, ritoccata a seconda della propria coscienza, ossia a seconda di ciò che per quella persona è l’interesse maggiore. Dissociarsi da quanto dice l’Autorità è per noi segno di elevatezza e di forza volitiva, e a questa immagine è difficile che qualcuno - nell’oggi - ci rinunci. Così anche nel campo cristiano i fedeli vogliono dimostrare che, nonostante la loro fede, tuttavia non sono delle pecore, ma sono capaci di flettere il contenuto della loro fede alle proprie esigenze.

Insomma non è facile far coincidere oggi una fede, un credo, qualsiasi esso sia e non solo cristiano, con l’esigenza interiore di ogni persona che ritiene di avere ogni «diritto», e questo non solo a livello sociale e soggettivo, ma anche religioso. Da qui nasce nell’animo umano quel «diritto» ad adeguare a se stessi ogni tipo di credenza, fede, o ideologia, ritenendo di averne una personale legittimità.

Athos Turchi

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