Risponde il teologo
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Senza il peccato originale, Dio si sarebbe incarnato in Gesù?

Una domanda sul mistero dell'incarnazione che ha appassionato il pensiero teologico cristiano per secoli. Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria

Sono convinto che, anche senza il peccato originale, l’incarnazione di Dio nell’uomo in Gesù Cristo ci sarebbe stata lo stesso, solo che senza il peccato originale  la Sua venuta sarebbe stata solo trionfale e di giubilo, e non come sappiamo essere andata. Che ne pensate?

Emanuele Giannetti

La domanda del lettore mette in gioco una questione che ha appassionato il pensiero teologico cristiano per secoli. L’evento dell’Incarnazione ha suscitato contemplazione e riflessione credente fin dall’inizio, in tutte le sue implicazioni. La venuta del Figlio di Dio nel mondo ha segnato la svolta decisiva nei rapporti tra Dio e l’uomo: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo» (Eb 1,1-2).

Nell’uomo Gesù di Nazareth Dio ha rivolto all’umanità la sua parola definitiva, ha parlato per mezzo del suo Figlio fatto uomo. Le prime professioni di fede attestate nella Scrittura legano la morte di Gesù alla salvezza dell’uomo: a voi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici (1Cor 15,3-5). La riflessione teologica dei primi secoli ha portato a formulare quella professione di fede che recitiamo abitualmente la domenica. Nei giorni di Natale e del 25 marzo una frase viene ripetuta in ginocchio: «Per noi uomini e per la nostra salvezza, discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo».
Il testo indica l’Incarnazione in favore degli uomini e della loro salvezza. Quanto sono legate queste due motivazioni? La Bibbia sembra indicare una risposta precisa: inviato dal Padre, il Figlio si è fatto carne, per compiere la sua missione di salvezza in favore degli uomini, strappandoli con la sua obbedienza sino alla morte di croce al loro destino di morte eterna. Una grande parte di teologi hanno condiviso questo pensiero, perché non parte da ipotesi immaginarie, ma da quanto la Scrittura attesta. Per fare un esempio, è proprio questo il motivo per cui Tommaso d’Aquino ritiene molto più corretto pensare che nel progetto di Dio l’Incarnazione sia ordinata come rimedio del peccato (cf Summa theologiae, III, 3, respondeo).

Tuttavia, la Scrittura stessa presenta un’eccezione a quanto detto sopra. Nell’inno cristologico della lettera ai Colossesi, Cristo, cioè il Figlio incarnato, è detto «immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose… Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,15-16). Questo passo ha dato il fondamento ad una riflessione diversa, che scioglie l’Incarnazione dal suo legame necessario con il peccato dell’uomo. Esponente di rilievo ne è stato Duns Scoto, teologo francescano di poco posteriore a Tommaso. Per Scoto motivo dell’incarnazione è la gloria di Dio, in particolare il desiderio da parte di Dio di avere, al di fuori di Sé, qualcuno che lo ami in modo degno di sé: Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è il coronamento stesso della creazione, l’opera suprema di Dio. Il Concilio si avvicina a questa prospettiva indicando come «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (Gaudium et spes, 22). E si allude a un passo di Tertulliano (scrittore ecclesiastico latino del passaggio fra il II e il III secolo), per il quale Cristo era già presente nel pensiero di Dio mentre plasmava Adamo con la polvere del suolo.

Alla luce di quanto detto, la domanda del lettore andrebbe leggermente modificata. Non è conveniente mettersi a immaginare cosa sarebbe successo se l’uomo non avesse peccato. Non è nemmeno conveniente pensare a ipotetiche situazioni di trionfo. La domanda, non solo corretta, ma determinante per illuminare il senso della nostra vita è «perché Dio si è fatto uomo?», «qual è il senso profondo dell’Incarnazione?».

La Parola di Dio ci offre delle indicazioni da approfondire. La Scrittura attesta che «Dio è amore» (1Gv 4,16) e questo amore si è manifestato verso di noi in modo gratuito e in modo assoluto precede qualunque risposta da parte dell’uomo: «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10). Il motivo tradizionale dell’Incarnazione è presente, ma sia apre la strada ad una comprensione ulteriore, che pone il centro di tutto nel cuore di Dio, nel suo desiderio di amare. La liturgia ci offre, alla fine, una risposta ulteriore rispetto a quanto detto fino ad ora: «Padre santo, unico Dio vivo e vero: prima del tempo e in eterno tu sei, nel tuo regno di luce infinita. Tu solo sei buono e fonte della vita, e hai dato origine all’universo, per effondere il tuo amore su tutte le creature e allietarle con gli splendori della tua luce» (Prefazio della IV preghiera eucaristica).

Il desiderio del Padre di effondere il suo amore al di fuori di Sé stesso trova piena accoglienza nel Figlio fatto uomo. La corrispondenza d’amore vissuta all’interno del mistero della Trinità, trova una realizzazione adeguata nell’unica creatura capace di accogliere l’amore divino in modo divino: il Figlio incarnato. Questa corrispondenza d’amore è l’unica ragione adeguata che dà ragione delle azioni di Dio verso l’uomo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16). L’unica storia umana è stata segnata dal mistero del peccato. Ma tutto è avvolto da un mistero ancora più grande: quello dell’amore di Dio che chiede di essere corrisposto liberamente dall’amore delle sue creature.

La libertà richiesta perché la risposta d’amore sia piena è stata declinata dall’uomo nel rifiuto dell’amore attraverso il peccato. Per la sua misericordia, il Padre non ha abbandonato l’uomo in potere della morte, ma a tutti è venuto incontro nel dono del Figlio, che condividesse in tutto l’esperienza umana, segnata dal dolore e dalla morte, eccetto il peccato, perché nel suo amore il Figlio non può abbandonare né il Padre né i suoi fratelli: questo amore che lega nella comunione è la salvezza, cioè la vita in abbondanza donataci dal Figlio venuto nel mondo (cf Gv 10,10).

Valerio Mauro

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