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Carmelo Musumeci da fuorilegge a dottore in legge

È stato un boss della malavita che controllava la costa toscana, ha passato quasi ventisei anni di detenzione scontando un ergastolo «ostativo». È entrato dietro le sbarre con la quinta elementare, oggi ha conseguito tre lauree.

Carmelo Musumeci a Romena con suor Grazia e Nadia Bizzotto

Carmelo Musumeci è stato ininterrottamente in carcere dal 21 ottobre 1991 fino all’inizio del 2017. Adesso il Tribunale di sorveglianza di Perugia gli ha concesso il beneficio della semilibertà. Durante il giorno presta la sua opera di volontario in una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi a Bevagna (Perugia). Quando ha passato le sbarre del carcere aveva la licenza elementare. Durante la detenzione, ha conseguito tre lauree: la prima nel 2005 in Giurisprudenza, la seconda nel 2011 presso l’Università di Perugia in Diritto Penitenziario, l’ultima nel 2016 presso l’Università di Padova in Filosofia. Musumeci era un boss della malavita che insanguinò la costa che va dalla Spezia a Livorno a fine anni Ottanta e a inizio degli anni Novanta. Uno scontro tra bande feroce, sanguinario. Che lasciò sul terreno parecchi morti. Oggi è un uomo diverso. E, pochi giorni fa, ha raccontato la sua storia a Romena durante un incontro sull’amore.

«Sono nato in un paesino ai piedi dell’Etna – ha ricordato –, in una famiglia poverissima e senza amore. Sono cresciuto sulla strada». E poi ha sottolineato un episodio: «Mia nonna per mangiare mi aveva insegnato a rubare. Una volta mi scoprirono. E mia nonna mi diede uno schiaffo davanti a tutti. E mi gridò: “Quante volte ti devo dire che non devi rubare”. Poi a casa mi diede il resto, sia perché mi ero fatto scoprire, sia perché le avevo fatto fare brutta figura».

Poi i genitori si separarono. E lui emigrò al nord. «In Liguria – continua il racconto – fui rinchiuso in un collegio. Un giorno un frate mi raccontò la storia di Marcellino pane e vino. E anch’io un giorno feci lo stesso: parlai con Dio. Ma lui non mi rispondeva. Scappai dal collegio, fui ripreso e punito finché la mia famiglia, o quello che ne era rimasto, mi riprese in casa. Ma inizia a fare furti, alzando sempre più il tiro». Nella sua storia c’è anche il carcere minorile. «Quando uscii – ha raccontato – ero un criminale a tutti gli effetti. Perché credo che si diventa criminali prima da un punto di vista culturale». Poi si arriva al Musumeci boss che venne ferito gravemente in un regolamento di conti: «L’odio era già radicato in me. Così una volta guarito dalle ferite, conoscendo solo la legge del male, mi sono vendicato».

Nel ‘91 «fui rinchiuso all’Asinara, un carcere tremendo». È stato anche sottoposto al regime 41 bis, in isolamento diurno, «una volta che l’ergastolo divenne definitivo andai in isolamento per per un anno e sei mesi: li è stata davvero dura e certe notti ero tentato di togliermi la vita». E in base a una legge del 1992 ha scontato un ergastolo «ostativo». Cioè gli era inibito ogni beneficio penitenziario: niente permessi, semilibertà o affidamento ai servizio sociale. «Ho vissuto 24 anni in ergastolo ostativo, dove hai la certezza di morire in carcere». Solo lo studio e la lettura gli hanno consentito di sopravvivere: «Quando ero all’Asinara mi colpì questa frase: io sono qui e nessuno lo saprà mai. Decisi di scrivere per far sapere che esistevo, che ero lì, che eravamo lì. Ma per imparare a scrivere ho iniziato a studiare». E qui inizia il percorso che lo porterà ad avere tre lauree.

Poi l’incontro con Nadia Bizzotto e la comunità «Giovanni XXIII» fondata da don Oreste Benzi. Da gennaio Carmelo è in regime di semilibertà e, di giorno, si impegna nella struttura per disabili dove lavora Nadia. Il cambiamento non è il frutto di un’illuminazione ma è stato graduale. «Quello che mi ha cambiato – ha raccontato Musumeci – è stato l’amore, le relazioni sociali. Che mi hanno anche devastato. Quello che fa più paura a un criminale incallito è il perdono sociale, perché ti fa perdere gli alibi. È un dolore che ti sana».

E qui entra in scena suor Grazia, monaca domenicana di Pratovecchio in diocesi di Fiesole. A raccontarlo, insieme a Carmelo, è stata lei stessa a Romena: «Ho della corrispondenza con persone in carcere. Carmelo era un po’ il mio pupillo. Ho gridato a Dio. Fin da piccola ho avuto quest’amore per i detenuti. Oggi ho 8 persone che sono ancora in carcere e altre 10 che sono fuori». E così con Carmelo «si è creato questo legame speciale. Carmelo dice di non credere in Dio». Ma, ha concluso la monaca domenicana, «ora parlo più a Dio di Carmelo che a Carmelo di Dio».

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