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Del Giudice, il partigiano che venne dal convento

Sabato 19 luglio cade il centenario della nascita di un esponente della Resistenza con una vicenda particolare e significativa alle spalle, che impose regole atte a contenere al massimo gli spargimenti di sangue. Anche dopo la Liberazione, lasciato l’abito domenicano, s’impegnò per la sua terra dapprima come prefetto, poi come direttore dell’Ente Provinciale del Turismo.

Parole chiave: Liberazione (36), Resistenza (30), partigiani (1)
Pietro Del Giudice

Solo uno scrittore di grande immaginazione avrebbe potuto inventare un personaggio come Pietro Del Giudice. Per rendersene conto, basta accennare ad alcune delle sue vicende: frate domenicano, prete in giovanissima età; convinto nonviolento, ma capo della più importante formazione partigiana nel territorio di Massa; dopo la Liberazione, all’età di 31 anni fu, per circa un anno, il primo prefetto della provincia di Apuania; per passare poi ad occuparsi con successo della promozione dell’attività turistica. Già abbastanza anziano (61 anni) è stato poi anche marito e padre. Nel 1979 tornò sulle sue montagne a organizzare manifestazioni ed eventi culturali per altri venti anni, morendo all’inizio del nuovo secolo. Tutto questo ispirandosi sempre alla sua fede forte, nutrita degli studi teologici svolti in gioventù, e considerandosi sempre un prete e un domenicano del Convento di San Marco.

Pietro Del Giudice nacque il 19 luglio 1914 al Pasquilio, alpeggio sulle Apuane nel territorio di Montignoso, da una famiglia umile. Mandato a studiare nel collegio dei Domenicani di Firenze, ancora adolescente decise di diventare sacerdote. Verrà ordinato a 22 anni e proseguirà gli studi all’Angelicum di Roma, conseguendo la laurea in Teologia e Filosofia e in seguito ottenendo l’abilitazione all’insegnamento di Diritto canonico.

Contribuirono alla sua maturazione politica e al suo antifascismo i docenti stranieri conosciuti a Roma e molti contatti a Firenze con intellettuali che frequentavano il convento di San Marco, primo fra tutti Giorgio La Pira. Negli anni dal ’40 al ’42 fu inviato sulle Alpi Apuane per curarsi da un esaurimento nervoso. Ebbe contatti con don Roberto Angeli e con un gruppo di cristiano-sociali. Dopo un nuovo periodo fiorentino, decise di tornare sulle Apuane a seguito dell’8 settembre 1943, portandosi un altare da campo.

Stabiliti contatti con la resistenza grazie anche a don Angeli, partecipò a diverse azioni. Due mesi dopo, in una riunione del CNL, propose di far confluire verso le Apuane molte delle forze partigiane toscane. Oltre al valore della proposta, colpì che essa venisse da un giovane con la tonaca da frate domenicano. L’obiettivo sembrò realizzarsi nel maggio 1944 quando Del Giudice si incontrò con la formazione versiliese guidata da Marcello Garosi (Tito), il quale accettò di essere il responsabile di questo raggruppamento.

Eventi drammatici avvenuti nel mese successivo determinarono un cambiamento nel ruolo di Del Giudice nella resistenza: la formazione versiliese guidata da Tito occupò il paese di Forno, le forze tedesche e alcuni reparti della X Mas li attaccarono e un conflitto a fuoco costrinse Tito, dopo molte ore, a ordinare una ritirata, durante la quale egli perse la vita. Racconterà poi Del Giudice: «C’era stato uno scontro duro, poi sapemmo che sette tedeschi erano rimasti sul terreno. Fu in seguito a questo che i tedeschi rastrellarono tutta la gente di Forno e poi fucilarono settanta uomini e ragazzi sul greto del fiume. Bruciarono anche la caserma dei carabinieri, dove io avevo le mie cose, e andò a fuoco il mio altare da campo. Lo considerai come un segno della Provvidenza: non era più tempo di celebrare messa, era tempo di lotta e di resistenza».

I partigiani scampati all’attacco, che si erano rifugiati nella località degli Alberghi, furono raggiunti, con un lungo percorso attraverso i monti, da Del Giudice accompagnato da una studentessa, la cui presenza doveva farli sembrare una coppia in gita. Trovarono i partigiani sfiduciati e inclini ad abbandonare, ma l’incitamento di Pietro Del Giudice riuscì a rincuorarli e a farli decidere di proseguire la loro lotta. Posero però la condizione che fosse lui a guidarli, prendendo il posto di Tito. Fu così costituita la formazione dei Patrioti Apuani (il primo nome fu Lupi Apuani), per la quale Del Giudice scrisse un originale Statuto. La formazione aveva un inquadramento militare, con sette Compagnie – di cui due operavano a fianco degli Alleati – e comprendeva uomini di ogni appartenenza politica. Gli obiettivi specifici erano la difesa della popolazione, la protezioni delle azioni per l’approvvigionamento delle compagnie e il mantenimento di un varco nel fronte, tra l’Altissimo e il Carchio, per consentire il passaggio di civili, ex-prigionieri, esponenti politici. Era questo il contributo che si intendeva offrire per preparare l’avanzata delle truppe alleate. Lo statuto prevedeva anche il divieto di attaccare il nemico nei paesi, per evitare rappresaglie: per questo, i Patrioti dovevano portare armi senza la pallottola in canna, avere un cartellino di riconoscimento con il numero di matricola e due mostrine tricolori sulla giacca. Lo spargimento di sangue doveva essere limitato al massimo.

I Patrioti Apuani operarono con questo spirito e questi obiettivi fino alla Liberazione, riuscendo a impedire che i tedeschi realizzassero sulle Apuane le fortificazioni programmate per la linea gotica, riuscendo sempre a controllare le montagne nei sette mesi in cui il fronte si attestò nella zona di Massa, a impedire che nella ritirata tedesca venissero distrutte centrali elettriche, ponti e acquedotti. I tedeschi si resero presto conto di quanto pericoloso fosse per loro Pietro Del Giudice, tentarono senza successo di ucciderlo e quando, nel marzo del ’45, in una dura risposta alle minacce di rappresaglie nei confronti delle popolazioni delle Apuane, egli propose un incontro accettarono e, nell’incontro, aderirono alle richieste di Del Giudice.

Il 5 aprile 1945 segnò l’inizio della battaglia che – attraverso tre scontri vittoriosi – portò alla liberazione di tutta la Provincia Apuana. Il 12 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale all’unanimità decise di chiedere a Pietro di essere il primo prefetto della provincia liberata. «Da allora – scrive Carlo Cassola – Pietro si è prodigato per la rinascita della sua martoriata Provincia». Si poneva però il problema della incompatibilità di tale incarico pubblico con il fatto che egli era religioso e prete. Il vescovo di Pontremoli, monsignor Sismondo – anche lui un esponente della Resistenza – si interessò al caso e suggerì a Del Giudice di chiedere la riduzione allo stato laicale, che fu ottenuta in meno di due mesi.

Un foglio affisso sulla porta del suo ufficio chiariva lo stile e gli obiettivi della sua azione di prefetto: non si dovevano chiedergli raccomandazioni, trovare una occupazione a singole persone non era suo compito, non avrebbe interferito con la Magistratura o con la Polizia. E concludeva: «A nessuno è lecito farmi perdere tempo». Meno di un anno dopo, alla scadenza del mandato, Pietro «con lo zaino in spalla tornò sulle Apuane», nonostante le insistenze dello stesso ministro degli Interni, Sforza, perché rimanesse e nonostante le proteste dei suoi collaboratori e della popolazione. Del Giudice si prodigò invece per far superare l’ostilità con cui era stato accolto il nuovo Prefetto. Questa designazione, decisa all’unanimità dal CNL, è una prova significativa di come Del Giudice avesse acquistato stima e fiducia presso i comandi delle Forze Alleate e presso le altre componenti della Resistenza e questo nonostante il fatto che alcune delle singolari caratteristiche dei Patrioti Apuani avrebbero potuto (e in parte provocarono) l’ostilità e il sospetto di altre formazioni della Resistenza: il fatto che Del Giudice avesse rifiutato la presenza di un commissario politico, il fatto stesso che Del Giudice fosse un prete, il fatto che volesse operare con il minimo di violenza, che accettasse di negoziare con i Comandi tedeschi. Facevano però premio per Del Giudice la sua coerenza morale, la sua cultura, il suo coraggio, la sua capacità di persuasione e di comando.

Il giorno in cui lasciò l’incarico di Prefetto, Pietro Del Giudice non aveva ancora compiuto 32 anni. Gli eventi più straordinari della sua vita sono quindi avvenuti in un arco limitato di tempo, in assoluto e in relazione a una vita complessivamente lunga (86 anni). Ma la restante parte di questa vita ha visto Del Giudice ancora prodigarsi per la sua terra, perché ne fosse valorizzata la vocazione turistica. Si occupò con successo della promozione dell’attività turistica nella zona di Massa, e nel 1969 divenne direttore dell’Ente Provinciale del Turismo. In questo periodo promosse molte iniziative culturali: mostre d’arte, premi di pittura e di saggistica, cui collaborano e partecipano artisti di grande rilievo, come Maccari, Bassani, Soldati, Ungaretti, Bandi, Repaci, Pea, Longhi, Tobino, Montale… Nel 1972 passò alla direzione dell’Ente Provinciale del Turismo di Firenze, realizzando anche qui molte iniziative importanti. Lasciò questo incarico nel 1979, tornando sulle Apuane a organizzare altre manifestazioni ed eventi culturali.

Dopo la morte di Del Giudice, la figlia Maria (Del Giudice si è sposato nel 1975 e ha avuto due figli, uno dei quali è morto prematuramente) si è fatta carico, con la supervisione della Sovrintendenza Archivistica della Toscana, di riordinare l’archivio privato di Pietro Del Giudice e ne ha poi ricavato il volume da cui molte delle notizie di cui sopra sono tratte. Nel volume e in un CD allegato sono riportate anche testimonianze significative e documenti [Maria Del Giudice, Un uomo di pace in tempo di guerra. L’archivio privato di Pietro Del Giudice (Pasquilio, 19 luglio 1914 - 30 giugno 2000), Società Editrice Apuana, Carrara 2011].

Nella foto, Pietro Del Giudice (al centro, con il giaccone chiaro), appena nominato prefetto, assieme ad altre autorità tra le rovine di Massa

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