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Lorenza Borrani: la violinista e quel valzer ballato con Benigni

A colloquio con Lorenza Borrani, fiorentina, violinista di livello internazionale. Iniziò a suonare a cinque anni, per gioco, alla Scuola di musica di Fiesole.

Percorsi: Musica
Parole chiave: Scuola di musica di Fiesole (1)
Lorenza Borrani

Qualche anno fa, Rai Uno trasmise in prima serata Pierino e il lupo di Prokofiev; Claudio Abbado guidava l’Orchestra Mozart, la voce recitante era quella familiare di Roberto Benigni. A un certo punto, il comico si avvicinò al primo violino, e insieme, ballarono un divertente e tenero valzer. Il violinista, anzi la violinista, era Lorenza Borrani.

Strumentista di livello internazionale, tosta da morire quando suona (e forse non solo), la giovane fiorentina è anche davvero graziosa, con un sorriso simpatico e i riccioli fra il biondo e il castano; belle le mani, piccole, forti e guizzanti, per una stretta di mano robusta e gradevole.

Cominciò a suonare a 5 anni, per gioco, alla Scuola di musica di Fiesole. In rete si legge un’affermazione di Lorenza: «il mio è il più sociale di tutti gli strumenti»; è una tesi importante, di cui le chiedo spiegazioni: «il violino, pur avendo un repertorio da solista, di solito suona con il pianoforte, in trio, in quartetto, in orchestra; “cerca”, quindi, gli altri strumenti». Secondo la filosofia della Scuola di Fiesole, appena un bambino è in grado di mettere qualche nota in croce, subito suona con gli altri. Così fu per Lorenza che, in questo modo, trovò colleghi e alcune delle sue amicizie più grandi.

La carriera, una scelta non scontata. In breve, da gioco di bambina, musica e violino divennero mestiere (a 11-12 anni, i primi concerti) cui oggi Lorenza consacra la maggior parte del tempo.

Durante il liceo, i professori le suggerivano di lasciare la scuola perché, sostenevano, chi, dopo i 14-15 anni vive una carriera internazionale, è bene si dedichi solo alla musica. «Ma a me piaceva andare a scuola, e la musica non era una scelta scontata, nonostante fosse l’attività che più facevo durante il giorno». Dopo la maturità, Lorenza scelse di rinviare l’iscrizione all’università, per vedere cosa sarebbe successo, se si fosse dedicata solo alla musica per un anno.

In seguito la decisione definitiva di fare la musicista, anche se lo era già da tempo. Cominciò a tenere concerti e a mantenersi da sola. Dopo la presa di coscienza, c’è stato un periodo in cui si è chiesta se veramente lo avesse voluto o se fosse accaduto perché tutti lo davano per scontato, lei per prima. «Bisognerebbe sceglierlo tutti i giorni questo mestiere per farlo con passione, non può essere governato dalle leggi di lavoro. Credo comunque che questo valga per ogni professione».

Punto di riferimento. Fra i tanti prestigiosi incarichi, Lorenza è violino di spalla della Chamber orchestra of Europe. Sono anni che mi chiedo quali sono i compiti del violino di spalla (o primo violino), a parte salutare il direttore d’orchestra al suo arrivo; Lorenza chiarisce: «è tramite fra direttore e orchestra; difende la posizione dell’orchestra nel caso fosse opposta a quella del direttore; aiuta il direttore nelle sue scelte, se fossero difficili da digerire per l’orchestra; è, quindi, il braccio destro di entrambi, direttore e orchestra. Inoltre, dopo il direttore, è il secondo punto di riferimento visivo per l’orchestra: per dove siede è colui che vede più persone e che da più persone può essere visto. È importante una grande sintonia fra la “spalla” e il direttore. Infine, dato che un gruppo ha bisogno di un rappresentante per sentirsi compatto, in orchestra questo ruolo lo assume il primo violino».

Senza direttore. Ho visto e sentito suonare Lorenza in Tv come primo violino di Spira Mirabilis, un’orchestra che suona senza direttore. In realtà non è un’orchestra, ma un progetto di studio; nato nel 2007, coinvolge molti musicisti (europei e non, giovani e, vi assicuro, entusiasmanti!), con un ricambio continuo, anche se la base è costituita da una trentina di elementi.

Dopo il primo incontro in Toscana, i musicisti di Spira Mirabilis chiesero ospitalità a Comuni della Toscana e dell’Emilia Romagna. L’unico che rispose fu Formigine, vicino Modena; non aveva nemmeno un teatro, ma li accolse e concesse spazi. È nato un rapporto con questa cittadina che ha anche costruito un auditorium apposta per Spira Mirabilis che ha altre residenze in Germania e Inghilterra.

Il progetto nasce per sfuggire ai ritmi lavorativi frenetici imposti dal mercato musicale. Per vivere, oggi, un’orchestra deve fare più concerti possibile, riducendo drasticamente le prove che costano e non danno entrate. Il risultato è che certe orchestre eseguono 3-4 concerti al giorno, con programmi diversi, provati in pochissime ore.

Spira Mirabilis «permette l’incontro di musicisti che per una settimana fermano il tempo, studiano una sola partitura e si relazionano con questa anche per 10 ore al giorno», dedicando alle prove il tempo necessario.

Suonare senza direttore è una scelta dalle motivazioni ben precise. «Lavorare con il direttore è bellissimo, anche se dipende da chi è», dice Lorenza. Un bravo direttore arriva con una precisa idea di lettura della partitura, la spiega all’orchestra e mette su il pezzo, rapidamente. Ed è proprio per risparmiare tempo che è nata la figura del direttore d’orchestra; un tempo, al suo posto era il primo violino o il Konzertmeister o il compositore stesso, dal posto del basso continuo.

I musicisti di Spira Mirabilis svolgono insieme il lavoro che il direttore sostiene prima di presentarsi all’orchestra: «costruiamo una visione interpretativa della partitura. È molto ambizioso, abbiamo dovuto imparare a gestire le prove, perché tutti devono partecipare alla discussione; però non vogliamo che il risultato sia un collage di opinioni, ma un’idea unica, non messa ai voti».

Ognuno ha sul leggìo la partitura dell’intera orchestra, e può esporre la sua proposta; la deve però supportare con precisi argomenti basati sulla partitura. Le discussioni sono molto vivaci, «litighiamo anche (eccome, se litighiamo!); ma alla fine, mettiamo da parte l’egocentrismo e la voglia di imporsi, istintiva in un gruppo i cui membri parlano di qualcosa che gli è caro. Rimane acceso, invece, il desiderio di creare l’idea comune, e chi ha gli argomenti più convincenti (al di là del carisma personale) persuade gli altri. Riusciamo così a trovare, dalla lettura della partitura, qualcosa che non sapevamo prima di arrivare al progetto».

Frutto di questo ribollente marasma intellettuale e musicale, è il momento musicale irripetibile di cui gode lo spettatore (questi ragazzi sono trascinanti, per bravura e gioiosa partecipazione), anche perché, dice Lorenza, «la musica, e l’espressione artistica e creativa in generale, è quella cosa che l’uomo ha fatto bene a inventare, poiché migliora la vita di chiunque le permetta di farlo, musicista o non, anche di chi semplicemente gode del lavoro altrui».

Abbado, Benigni e l’Orchestra Mozart. Che Lorenza dovesse ballare il walzer con Benigni in Pierino e il lupo fu un’idea di Claudio Abbado. Durante le prove, Benigni era ancora assente, mentre dirigeva, il Maestro chiese a Lorenza: «Lo balli un walzer se Roberto t’invita?». «Io non avevo mai ballato, non so ballare, odio ballare, ma la mia risposta fu “sì, certo”».

Il giorno dopo, l’unica prova del ballo con Benigni non fu un granché: «dovevo ancora capire come e quando alzarmi, mantenendo il violino in mano; ma ormai... In realtà la vera prova fu proprio durante il concerto». È stato divertente lavorare con Benigni, un’esperienza che rimane.

Ma per Lorenza, il rapporto determinante, e ancora vivo, è stato con Abbado (lo chiama sempre per nome). «Il lavoro più emozionante che ho fatto con lui è stato il concerto di Mozart eseguito da solista a Ferrara, oltre al Mahler affrontato con l’Orchestra di Lucerna (la musica in cui Claudio si esprimeva al massimo) e ai primi periodi con l’Orchestra Mozart, scioltasi dopo la morte di Claudio, com’era prevedibile che avvenisse, perché a lui era legata a doppio filo».

Quel che Lorenza ha più imparato dal Maestro milanese è «non perdere mai la curiosità; Claudio era un curioso, uno sperimentatore. Non aveva paura di rompere i cliché e di “giocare” con la musica: si è sempre divertito a fare quello che faceva. Alle prove non si esprimeva tanto, ma durante il concerto vedevi che la musica entrava dentro di lui e usciva attraverso noi orchestrali. Questa era la magia di Claudio: tu suonavi pensando di farlo secondo i tuoi desideri, in realtà suonavi come voleva lui».

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