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Lo sport? Un’occasione educativa da non perdere

L’ex terzino della Juve Alessandro Birindelli (dal 2013 capo del settore giovanile e allenatore degli esordienti del Pisa) è salito di recente alla ribalta della cronaca per alcuni esempi di fair play. Premiato con il Pegaso della Regione. Lo abbiamo intervistato.

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Lo sport? Un’occasione educativa da non perdere

«Lo sport ha un ruolo fondamentale nella formazione della personalità». Parole di Alessandro Birindelli, dal 2013 capo del settore giovanile e allenatore degli esordienti dell’AC del Pisa. L’ex terzino della Juve è passato di recente alla ribalta della cronaca per alcuni esempi di fair play: ha ritirato la squadra a partita in corso a causa di una lite in tribuna fra genitori dei bambini, ed ha aiutato un arbitro debuttante a prendere la decisione giusta rifiutando un calcio di rigore che non c’era. Gesti che gli hanno meritato un premio speciale nell’ambito del «Pegaso 2014» della Regione Toscana. Con lui parliamo di calcio e di etica dello sport. «Manchiamo, a livello sportivo, di veri maestri di vita – esordisce – di quelli in grado di trasmetterti i valori e la passione per la vita, oltre che aiutarti a diventare un bravo giocatore».
E chi sono stati per te?

«Roberto Rabatti, Bozzi, Donati… hanno trasmesso, alla nostra generazione, il vero senso del gioco di squadra, e soprattutto il rispetto per le persone e per i luoghi, come gli spogliatoi. Inoltre ci dicevano sempre che al primo posto sta la scuola e che giocare a pallone non significa diventare famoso».
Eppure una percentuale altissima di giovani sogna di diventare calciatore… ma alla fine resta deluso…

«La percentuale di coloro che arrivano a questi livelli è nell’ordine del 1% della totalità dei giocatori professionisti. Un dato che dovrebbe far riflettere… Sono d’accordo sul fatto che bisogna coltivare un sogno nella vita, ma occorre anche sapersi creare una o più alternative. Purtroppo i giovani  e i più piccoli sono vittime della cattiva informazione e delle pressioni dei genitori. Se un bambino nella sua crescita, sperimenta di fronte a sé, esempi positivi, a casa, a scuola e nell’ora di sport… allora il percorso educativo è più facile e alla fine le sue scelte saranno motivate. Se invece si rompe l’alleanza educativa tra insegnanti, genitori ed educatori – perchè noi allenatori siamo degli educatori a tutti gli effetti – allora i modelli negativi prendono il sopravvento e tutti sognano l’impossibile: diventare calciatori super pagati».
Come è cambiato il calcio in Italia?

«Prevale la logica del successo. Un tempo i genitori portavano i bambini  a giocare a pallone in una società che lo faceva a scopo benefico e gratuito. Ora invece scelgono di iscrivere il bambino ad una determinata società solo perché c’è un marchio di prestigio che la contraddistingue, oppure perché ha collezionato vittorie nell’ambito del campionato: ai genitori importa più l’affermazione del figlio che la sua crescita serena e il benessere psicologico che lo sport dovrebbe contribuire a stimolare».
Cosa si può fare?

«Intanto ripartire dalle “scuole di calcio”. Le squadre professioniste dovrebbero supportare quelle locali, sviluppando una politica di affiliazione per permettere ai bambini di crescere in un clima sereno, proponendo un cammino educativo condiviso coi genitori, che metta al primo posto il rispetto per la persona. Arrivati alla preadolescenza – sono già trascorsi quattro, cinque anni nei quali il bambino si è fatto conoscere e gli educatori hanno sviluppato un rapporto con i genitori – si potrà compiere una selezione meno traumatica e, soprattutto, non si creeranno false aspettative».
Negli altri Paesi europei la situazione è migliore?

«Alcuni di essi, come Germania, Francia, Inghilterra, hanno ripensato l’organizzazione complessiva dello sport e del calcio in particolare, facendo investimenti mirati che hanno portato ad un vero miglioramento generale, con riforme sostanziali: nuove strutture, con “college” interni, stadi di proprietà, formazione permanente per gli allenatori. Ora raccolgono i frutti. Basta vedere gli stadi: costruiti a “dimensione famiglia”, sono sempre più frequentati».
In Italia, in questo senso, manca un progetto globale?

«Il Coni e la Federazione stanno già intervenendo nella direzione di un rinnovamento, ma non basta. Occorre fare di più anche perché, ad esempio, attorno al calcio ruota il 5 % del PIL del Paese. Secondo i dati diffusi, i ’sostenitori’ italiani sono circa 37 milioni, i quali contribuiscono, con soldi propri, ad alimentare un giro di affari (compreso l’indotto) che si aggira sui 7,5 miliardi di euro. Degli 8 miliardi raccolti dalle scommesse, quasi il 90% delle puntate deriva dal calcio e lo stato italiano, dall’industria del calcio, ricava più di 1 miliardo di euro. Per questo le istituzioni dovrebbero avere il coraggio ad investire più risorse, ponendo attenzione ad un mondo la cui economia potrebbe portare benessere ancora per più persone. Inoltre occorre fare investimenti sulle strutture, e in particolare sulle palestre: molti di esse in cui si allenano atleti di varie discipline, sono fatiscenti e non comunque all’altezza di un Paese come il nostro».
C’è chi propone di dare più soldi alle società più piccole…

«Per quanto riguarda i fondi alle società più piccole, sono d’accordo in linea di principio ma occorre trasparenza e puntare sulla qualità, soprattutto degli allenatori mettendo nero su bianco per quanto riguarda i programmi e gli obiettivi. Lo sport è divertimento in un ambiente sano, si deve svolgere in un clima non competitivo. Il risultato di una partita è frutto dell’impegno della settimana. Il risultato è anche aver fatto giocare tutti e aver accresciuto lo spirito di squadra. Questi sono i veri valori e la bellezza dello sport che non bisogno mai sacrificare».

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