Musei d'arte sacra
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Museo diocesano di Cortona

Parole chiave: musei d'arte sacra (92)

di Rossella Tarchi

Davanti all'antica pieve di S. Maria, dichiarata cattedrale da papa Giulio II, si trova la chiesa del Gesù che fu fatta edificare dalla Compagnia del Buon Gesù fra il 1498 e il 1505. L'edificio sovrastava un oratorio che fu in seguito congiunto alla chiesa superiore tramite uno scalone disegnato da Filippo Berrettini (1585-1644). Il complesso divenne nel 1923, anno del IV centenario della morte di Luca Signorelli, sede di esposizione permanente delle opere del celebre pittore cortonese. In seguito monsignor Giuseppe Franciolini, vescovo di Cortona, espresse il desiderio di raccogliere nei locali anche i numerosi e preziosi oggetti liturgici che si conservavano nella Cattedrale e nelle varie chiese della diocesi. Iniziarono così i lavori di ristrutturazione dell'intero complesso della chiesa del Gesù e nel 1945 il nuovo Museo diocesano fu inaugurato solennemente.

Negli anni successivi il Museo ha visto una serie di interventi da parte della Soprintendenza aretina fino a raggiungere l'attuale e più moderna sistemazione. Superato l'ingresso, a destra, è collocato il pezzo più antico del Museo, testimonianza della Cortona romana: un sarcofago, in marmo delle Apuane, risalente al II secolo d.C., raffigurante la battaglia fra Dionisio – la figura a sinistra con in testa una corona di pampini – e le Amazzoni davanti alle mura di Efeso. Secondo la tradizione il sarcofago sarebbe stato ritrovato verso il 1247 in un campo vicino alla Cattedrale di Cortona. Posto sotto l'altare maggiore della chiesa, fu adibito a sepolcro per il corpo del Beato Guido, uno dei seguaci cortonesi di S. Francesco, morto in quell'anno. Nel 1945 il sarcofago venne rimosso dalla sua collocazione e le ossa del Beato inumate in un'urna conservata sotto l'ultimo altare della navata sinistra della Cattedrale.

La prima sala è dedicata a Luca Signorelli e alla sua bottega. Le opere provengono dalla chiesa del Gesù e da altre chiese di Cortona e, fatta eccezione per il Compianto sul Cristo morto del 1502, documentano l'attività tarda dell'artista dal 1512 al 1523, anno della sua morte. Il legame che il Signorelli ebbe con la sua città natale fu molto stretto: a Cortona risiedette sempre anche negli anni in cui operò a Urbino, Firenze (Sacra famiglia commissionata dai Capitani di Parte Guelfa, oggi nella Galleria degli Uffizi), Orvieto (Cappella Brizio nel Duomo), Roma (Cappella Sistina), Monteoliveto Maggiore. I numerosi incarichi ricevuti negli ultimi anni della sua vita, imposero al Signorelli di servirsi in maniera sempre più consistente della bottega che aveva formato a Cortona. E proprio per questo motivo rimane difficile identificare, nelle opere tarde dell'artista, le diverse personalità degli allievi.

Delle dieci opere conservate nel Museo diocesano due sono completamente autografe: il Compianto e la Comunione degli Apostoli che da sole valgono una visita al Museo; le altre tavole vedono l'intervento della bottega mentre l'opera del Signorelli è da ricondurre alla sola progettazione compositiva. Capolavoro assoluto, o per dirla come il Vasari “opera rarissima”, è la grande tempera su tavola, proveniente dalla chiesa di S. Margherita a Cortona, raffigurante il Compianto sul Cristo morto. Fu commissionata dai Frati Minori Osservanti e da un gruppo di laici che si occupavano del santuario, denominati “Soprastanti alla chiesa”. Era destinata all'altare maggiore e originariamente era completata dalla predella – tutt'oggi visibile sotto la tavola – e da una cornice con pilastrini nei quali erano rappresentati otto santi. Nella seconda metà del XVIII secolo fu rimossa dalla sua originaria collocazione, privata della cornice ed esposta nel coro della Cattedrale. La scena sembra ispirarsi alle sacre rappresentazioni popolari: il gruppo centrale, in primo piano, composto da numerose figure contrapposte nei gesti, è rappresentato come bloccato nell'attimo di maggiore drammaticità e sofferenza: Maria abbandonata nel dolore sorregge a malapena il corpo di Gesù che la tradizione vuole sia il ritratto del corpo del figlio di Luca, Antonio, morto durante la peste del 1502; Maria Maddalena, dall'espressione di inconsolabile tristezza, apre le braccia come a contemplare per l'ultima volta quel corpo straziato. Sullo sfondo, separate da un sereno paesaggio, una concitata Crocifissione e una più pacata, ma non meno sconvolgente, Resurrezione. Nella predella, nella quale alcuni hanno ravvisato la collaborazione di Girolamo Genga, sono raffigurate scene della Passione: la Preghiera nell'orto dei Getsemani, l'Ultima Cena, la Cattura e – infine – la Flagellazione.

L'altra opera autografa del Signorelli è la Comunione degli Apostoli, firmata e datata 1512. Dipinta per l'altare maggiore della chiesa superiore del Gesù, questa tavola rappresentava la pala centrale di un programma iconografico che, insieme all'Allegoria dell'Immacolata Concezione e all'Adorazione dei Pastori, affrontava iconograficamente il mistero dell'incarnazione di Cristo e l'istituzione dell'Eucarestia. La Comunione degli Apostoli fu la prima delle tre tavole ad essere commissionata a Luca Signorelli, e propone, con un'iconografia del tutto insolita, il momento dell'istituzione dell'Eucarestia: alla consueta scena degli apostoli riuniti intorno ad un tavolo nell'Ultima Cena, Luca preferisce raccogliere i discepoli all'interno di un'architettura classicheggiante, con pilastri decorati da candelabre, che ricorda le atmosfere ariose ed equilibrate degli affreschi romani di Raffaello. Gli Apostoli sono disposti in semicerchio in piedi o in ginocchio e fanno da corona alla figura di Cristo; solo Giuda, raffigurato nell'atto di nascondere l'ostia nella scarsella, si volge verso lo spettatore e il suo sguardo lascia trasparire tutto il travaglio interiore del suo prossimo tradimento.

Le altre tavole della sala sono tutte prevalentemente opera di bottega: la Presentazione di Gesù al Tempio (1521 ?) dall'Oratorio dell'Ospedale della Misericordia, denominato Madonnuccia in Piazza, con nella predella esposta separatamente, il Miracolo di Bolsena e un Miracolo di Sant'Antonio; il Presepe (1521 ?), da un altare della chiesa di S. Francesco; la Madonna col Bambino e quattro santi francescani (Francesco d'Assisi, Ludovico da Tolosa, Bonaventura da Bagnoregio e Antonio da Padova) dove le figure sono rese con intensità espressiva, sapientemente modellate nelle vesti e magistralmente disegnate (si notino le mani dei vari personaggi); la Madonna col Bambino e i santi Michele Arcangelo, Antonio da Padova, Bernardino da Siena e Nicola da Bari (1509–1515 ca.) che riprende, semplificandola, l'impostazione dell'opera precedente; l'Adorazione dei Pastori (1521 ca.) particolarmente bella nel paesaggio roccioso dove è ambientato l'annuncio ai pastori della nascita del Salvatore e la predella con Storie di San Benedetto: da sinistra Il Santo ordina a Frate Mauro di salvare dalle acque Frate Placido, Benedetto resuscita un frate che era morto per la caduta di un muro provocata da Satana, Benedetto vince le tentazioni della carne gettandosi nudo nei rovi, Benedetto si ritira in una caverna ed è nutrito da Romano che gli cala il pane con una fune.

Ancora a Luca Signorelli e alla sua bottega è ascritta l'Assunzione della Vergine (1519-1520) della quale è andata perduta la cornice del Mezzanotte e proveniente dalla Cattedrale di Cortona; opera affollata da ben quarantuno figure divise in due ordini: il gruppo degli Apostoli, in basso, e quello con la Madonna circondata da angeli musicanti, in alto, che non lasciano spazio ad ambientazioni che avrebbero conferito all'opera un più ampio respiro.

Infine al nipote di Luca, Francesco Signorelli, è attribuita la grande tempera su tavola raffigurante l'Allegoria dell'Immacolata Concezione e profeti (1521-1523) che – come abbiamo già accennato – era la prima delle tre tavole che ornavano gli altari della chiesa superiore del Gesù. La figura di Maria è al centro della rappresentazione e poggia sull'albero del Paradiso Terrestre dal quale il serpente-Satana tenta Adamo ed Eva; al di sopra della Vergine si trova Dio Padre con scettro e globo in mano, circondato da angeli e teste di cherubini; in basso sei profeti dei quali solo quattro sono identificabili attraverso le iscrizioni: Ezechiele, Daniele, Salomone e Isaia.

Dalla sala del Signorelli e oltrepassato il sarcofago romano, si accede allo scalone monumentale ideato da Filippo Berrettini nella prima metà del XVII secolo per collegare la Chiesa superiore con l'Oratorio sottostante dove si riuniva la Compagnia del Buon Gesù. La realizzazione dello scalone comportò un allungamento a valle di tutto il complesso architettonico di circa sei metri. Giunti in fondo allo scalone, prima di entrare nell'Oratorio, in una nicchia di pietra serena scolpita e chiusa da sportelli lignei è esposto un piccolo Crocifisso dipinto su tavola sagomata (1325 circa), attribuito a Pietro Lorenzetti, dove il Cristo è raffigurato ormai morto con il corpo che pende penosamente dalla croce.

L'Oratorio venne costruito insieme al complesso superiore, ma era di dimensioni leggermente più piccole, l'attuale struttura risale al 1645. Qui si riuniva la Compagnia del Buon Gesù che era particolarmente devota al SS. Sacramento e per questo le immagini sacre della chiesa superiore (pale del Signorelli e della sua scuola) e dell'oratorio si ispirarono al tema dell'incarnazione di Cristo e dell'Eucarestia.

La sala si presenta arricchita da un ciclo di affreschi: nelle dodici lunette delle pareti sono raffigurati i Sacrifici dell'Antico Testamento, prefigurazione di quello di Cristo. A partire dalla porta di accesso troviamo i sacrifici di Mosè, Samuele, Aronne, Neemia, Giacobbe, Caino, Abele, Noè, Melchisedec, Enos, Abramo e Isacco; sulla volta tre scene dal Nuovo Testamento: la Conversione di Saulo, la Discesa al Limbo e la Trasfigurazione; nei peducci serie di medaglioni dipinti a monocromo con le dieci Virtù e infine nelle vele motti sacri, oggi poco leggibili.

Il ciclo pittorico, commissionato nel 1554 a Giorgio Vasari, fu per lo più opera di un suo allievo Cristofano Gherardi detto il Doceno (Borgo San Sepolcro 1508-1556), il Vasari si limitò semplicemente ad eseguire “certi schizzi”, disegnare “alcune cose sopra la calcina”, ritoccare “talvolta alcuni luoghi, secondo che bisognava”, come egli stesso scrisse nella biografia dedicata al Doceno. Nel sottochiesa del Gesù sono conservate altre opere d'arte di pregevole fattura: nella nicchia dell'altare è collocato un gruppo in terracotta scolpita e dipinta raffigurante il Compianto sul Cristo morto (prima metà XVI sec.) tradizionalmente attribuito allo scultore cortonese Ascanio Covatti detto il Franciosino che presenta analogie stilistiche e compositive con le opere tarde della bottega dei Buglione; un bel coro ligneo intagliato e scandito da lesene scanalate decora le pareti laterali dell'Oratorio: è opera documentata del 1517 dell'intagliatore Vincenzo di Pietro Paolo da Cortona, artista che fu anche ingegnere militare alla corte di Napoli.

Risalito lo scalone, lungo le cui pareti sono collocati i cartoni della Via Crucis che Gino Severini realizzò nel 1945 lungo la salita al Santuario di S. Margherita, si entra nell'ex chiesa del Gesù. La struttura architettonica, molto semplice e lineare, contrasta con il ricco soffitto ligneo cinquecentesco opera magistrale dello scultore cortonese Michelangelo d'Egidio Leggi detto il Mezzanotte. Il soffitto, restaurato nel 1985, è costituito da quarantacinque formelle di legno ottagonali e da trentadue specchiature quadrate, tutte intagliate, campite di blu e profilate d'oro, riccamente decorate con soggetti di varia natura: animali bizzarri, frutta, pigne, fiori, simboli della passione ed eucaristici, suppellettili liturgiche (calici, patene, aspersori), monogrammi bernardiniani.

È in questa sala che si raccolgono alcuni dei capolavori del Museo diocesano di Cortona. Primo fra tutti la tavola con l'Annunciazione (1434-1436 ca.) del Beato Angelico, una delle opere più belle e famose della pittura italiana. La scena è ambientata sotto una loggia squisitamente rinascimentale, chiusa ai lati da colonne e sullo sfondo da un muro di archi. A destra la Madonna è seduta su un seggio ricoperto da un ricco tessuto broccato, ha le mani incrociate sul petto, il corpo lievemente chinato in avanti come a sottolineare la piena accettazione alla volontà divina e recita “Ecco l'ancella del Signore: mi accada secondo la sua parola” (Luca 1,35-38) scritte in lettere d'oro sulla superficie della tavola. A sinistra, semi-genuflesso, l'Angelo si rivolge a Maria puntando l'indice della mano destra verso di lei e l'indice della sinistra alzato in tono declamatorio, mentre le labbra recitano: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti adombrerà”. Fa da sfondo un prato costellato da piccolissimi fiori descritti con minuzia e precisione botanica e da un simbolico albero di palma; al di là la Cacciata dal Paradiso di Adamo ed Eva. Nella predella sette scene della Vita della Vergine: nei bordi estremi sono dipinte la Nascita di Maria e la Vergine che consegna l'abito dell'ordine a San Domenico, le cinque scene centrali si susseguono in un'unico fregio e raffigurano lo Sposalizio della Vergine, la Visitazione, ambientata in un paesaggio sorprendentemente luminoso, sereno e moderno dove si scorge il lago Trasimeno e Castiglion del Lago, l'Adorazione dei Magi, la Presentazione di Gesù al Tempio, che avviene all'interno di un'architettura che sembra anticipare le soluzioni adottate da Michelozzo nella Biblioteca di S. Marco a Firenze e la Morte della Vergine. La tavola, già nella chiesa di S. Domenico in Cortona, fu trasferita nella chiesa del Gesù nel 1810.

A destra dell'Annunciazione un'altra opera mirabile dell'Angelico il polittico raffigurante la Madonna col Bambino, angeli e i santi Giovanni Evangelista, Giovanni Battista, Marco e Maria Maddalena, nei tondi delle tavole laterali l'Annunciazione, della tavola centrale la Crocifissione, nella predella episodi della vita di San Domenico: il Sogno di Innocenzo III e l'incontro tra i santi Francesco e Domenico, l'Apparizione dei santi Pietro e Paolo a Domenico, la Guarigione di Napoleone Orsini, la Disputa di San Domenico e il miracolo del libro, la Cena dei frati servita dagli angeli e – infine – la Morte di San Domenico. Le varie scene della predella sono divise da figure di santi: San Pietro Martire, San Michele Arcangelo, San Vincenzo e San Domenico.

Come rileva Anna Maria Maetzke le tre tavole furono eseguite in tempi diversi ed assemblate successivamente: l'incongruenza di esecuzione dei pannelli laterali con quello centrale con la Madonna in trono, appare evidente “se si considera che non si trova alcun rapporto tra la struttura e le caratteristiche cromatiche della base del trono con il piano su cui poggiano i Santi e il gradino orizzontale sul retro degli stessi”. Il trittico fu eseguito dall'Angelico per la chiesa di S. Domenico verso il 1436-1437 e rimase al suo posto nella Cappella Tommasi fino al 1940.

Segue il monumentale Crocifisso dipinto unanimemente riconoscito dalla critica come opera giovanile di Pietro Lorenzetti, nella quale il maestro senese esprime con estrema drammaticità il momento in cui Cristo sta per esalare l'ultimo respiro: le braccia sono tese fino allo spasimo così come il torace, gli occhi sono socchiusi, le dita delle mani rattrappite, mentre ai lati della croce le figure della Madonna e di San Giovanni evangelista sono ritratti in un'espressione di profondo e inconsolabile dolore. Bellissimo è il polittico del Sassetta raffigurante la Madonna col Bambino e i santi Nicola, Michele arcangelo, Giovanni Battista e Margherita, che un recente restauro ha riportato all'antico splendore, particolarmente raffinate e ricche di dettagli le figure di San Nicola, che indossa una pianeta con sul davanti la raffigurazione di una Pietà e di tre Santi, e di Santa Margherita coperta da un mantello argentato e foderato di rosso che lascia trasparire un abito con motivi floreali su fondo oro.

Nella controfacciata della chiesa del Gesù troviamo di Domenico di Michelino e aiuti, un trittico con i santi Francesco, Bernardino da Siena e Antonio da Padova, proveniente dalla chiesa di S. Francesco e, di Martino di Bartolomeo, l'Assunta (dalla chiesa parrocchiale di Falzano) dove la Vergine è collocata entro una mandorla rossa circondata da cherubini con aureola dorata e capo coperto da un sottile quasi impalpabile velo bianco bordato da nastri dorati che conferisono nobiltà al bel volto. Infine sulla parete al lato sinistro dell'entrata, campeggia l'Assunta che dona a San Tommaso la sua cintola, opera dell'artista fiorentino e frate camaldolese Bartolomeo della Gatta che fu anche geniale miniatore, architetto e musico. La grande tela si trovava in origine nella chiesa benedettina del Convento detto delle Contesse a Cortona e successivamente, verso il 1788, fu acquistata da un frate domenicano che la donò al Convento di S. Domenico, in quel periodo tenuto ed officiato dai Servi di Maria. Fu probabilmente in quell'occasione che vennero dipinte di nero le vesti bianche dei due santi benedettini inginocchiati in primo piano, San Benedetto e Santa Scolastica (oggi riportati al colore originario), trasformandoli nei santi serviti Filippo Benizi e Giuliana Falconieri. La scena è divisa in due parti: in basso il gruppo degli Apostoli disposti in semicerchio attorno al sarcofago vuoto e fiorito, visti di scorcio, i volti scarni dall'espressione assorta e meditativa, fortemente caratterizzati nella fisionomia; in alto la Madonna, il volto nobile e delicatissimo appena piegato in avanti, è circondata da un folto stuolo di cherubini e da un altrettanto nutrito gruppo di bellissimi angeli musicanti che suonano vari strumenti descritti con minuzia e precisione a conferma della passione e conoscenza musicale dell'artista.

Dalla sala del Beato Angelico si accede all'ex sagrestia (sala 2) dove trovano posto opere senesi del XIV secolo. Ritenuta uno dei primi capolavori di Pietro Lorenzetti è la Madonna col Bambino in trono e quattro angeli, firmata ed eseguita dal grande pittore senese prima del 1320. Un recente restauro ha riportato all'originario splendore questa tavola dai colori vivaci e luminosi che si manifestano particolamente nelle vesti: quella di Gesù rosso carminio, di Maria blu scurissimo, degli Angeli dalle tuniche rosa e dai mantelli azzurri profilati da galloni dorati. Il gruppo è composto in forme ampie e l‘attenzione dello spettatore si concentra sul colloquio tra Madre e Figlio fatto di gesti e sguardi affettuosi.

Dalla chiesa di S. Margherita provengono alcuni frammenti di affreschi raffiguranti l'Andata al Calvario, due figure umane, ormanementi geometrici e floreali e l'iscrizione “MCCCXXX...”, attribuiti all'acutezza espressionistica di Pietro Lorenzetti e aiuti. E ancora da S. Margherita proviene la piccola tavola con la Madonna col Bambino (1336 circa) attribuita a Niccolò di Segna, che risente ancora della cultura pittorica di Duccio, ma con aperture ai modi di “astratta dolcezza” di Simone Martini. Le due sculture in marmo, già nella facciata della vecchia chiesa di S. Margherita ed ambedue raffiguranti la Madonna col Bambino, sono riconducibili all'ambito della scultura senese del Trecento. Per una di esse, la più leggibile, è stato recentemente fatto il nome di Gano di Fazio.

Infine, di un ignoto pittore aretino della fine del XIII secolo, è la tavola con Santa Margherita da Cortona e storie della sua vita: la Santa, morta il 22 febbraio 1297 e santificata il 27 maggio del 1728, è collocata al centro, frontale, secondo un'impostazione consueta nelle tavole di questo periodo celebrative la vita di santi, ed è rappresentata come una giovane terziaria francescana, con nella mano sinistra il Rosario e la destra appoggiata al petto, i piedi scalzi a sottolineare la penitenza. Intorno si snodano otto episodi della vita di Margherita, così come vengono narrati dal suo confessore Giunta Bevegnati, di non facile lettura per le numerose abrasioni; partendo da sinistra in alto raffigurano: Margherita che bussa al convento di S. Francesco e due frati si consultano, Margherita viene vestita con l'abito di terziara francescana e un frate sta per tagliarle i capelli, Margherita dona le sue vesti ai poveri; a destra, sempre dall'alto: poco leggibile forse raffigura Margherita che sta per lavare i piedi a dei lebbrosi, sotto, Cristo promette di proteggere l'ordine francescano, Margherita riceve la comunione nella sua cella, Cristo accompagnato dalla Madonna mostra a Mergherita il trono in Paradiso infine in basso al centro Margherita è raffigurata morta esposta nel catafalco.

Riattraversate le sale del Beato Angelico e di Luca Signorelli, a fianco della biglietteria una scala porta alle sale 7 e 8 che espongono la collezione di arredi liturgici: sono manufatti provenienti dalle chiese del territorio, prodotti sia localmente che in importanti centri artistici come Firenze, Roma, Siena, a testimonianza dei rapporti culturali e politici che Cortona ebbe nel corso dei secoli.

La prima sala è dedicata allo splendido e raffinato Parato Passerini, composto da casula, dalmatica, tonacella, piviale, due stole, tre manipoli, velo e borsa da calice, paliotto, coprileggio, eseguito nelle manifatture fiorentine nel primo quarto del XVI secolo su commissione del cardinale Silvio Passerini e donato nel 1526 al Capitolo della Cattedrale da Margherita sua madre. Il parato è stato realizzato in velluto con fondo laminato in oro, opera lanciata e broccata in seta rossa cremisi e azzurra, oro e argento bouclè e presenta un disegno a maglie ogivali formate da tronchi di rami, infiorescenze e foglie d'acanto, con al centro un bue giacente, emblema della famiglia Passerini, e nel punto di tangenza delle maglie l'anello con diamante simbolo mediceo e chiaro omaggio a papa Leone X (Giovanni de' Medici) grande amico e benefattore del Passerini. La casula, il piviale, la tonacella, la dalmatica e il paliotto sono arricchiti da preziosi ricami eseguiti su disegno di Raffaellino del Garbo e Andrea del Sarto: notevoli la Trasfigurazione raffigurata nel cappuccio del piviale e i sette tondi che decorano la fascia superiore del paliotto con i santi Margherita da Cortona e Antonio abate alle estremità, i quattro evangelisti e, nel tondo centrale, la Madonna in trono col Bambino.

La sala successiva accoglie la raccolta delle oreficerie sacre. L'opera più significativa è il Reliquiario Vagnucci, prezioso e imponente manufatto realizzato dall'orafo Giusto da Firenze nel 1457-1458 (l'opera è firmata e datata) e donato nel 1458 alla sua città natale da Jacopo Vagnucci, vescovo di Perugia. La struttura è a candelabro, il gradino esagono è decorato da piccoli smalti vegetali; sopra il fusto a tempietto presenta nelle nicchie smalti con la Madonna col Bambino, San Michele arcangelo, Sant'Onofrio, l'Ecce homo, Santa Margherita da Cortona e lo stemma Vagnucci. Dalla cupola del tempietto si dipartono due braccia con smalti e pietre che sostengono le statuette di Niccolò V e Gregorio III Patriarca lavorate in argento e vestite con preziosi paramenti, mentre dalla mandorla centrale, che contiene un frammento della veste indossata da Cristo quando compì il miracolo dell'emorroissa, si eleva un piedistallo su cui poggia la figura di Gesù che sorregge la croce e mostra le piaghe della mano sinistra. Nelle due vetrine a muro troviamo altri preziosi manufatti.

Nella vetrina di fronte all'entrata si distingue per la preziosità il bel calice detto “Casali” (1370 ca.) proveniente dalla chiesa di S. Margherita, opera in rame e argento dorato dell'orafo senese Michele di Tomé, riccamente decorato nella base e nel nodo con medaglioni esalobati in smalto traslucido. Nei medaglioni della base sono raffigurati i santi Giovanni Battista, Maria Maddalena, Benedetto, Caterina d'Alessandria, Basilio e Margherita, in quelli del nodo le figure di Cristo, della Madonna, di San Giovanni, di un Evangelista e due stemmi.

Nella stessa vetrina troviamo una matrice in pietra per crocifisso e orecchino del VII secolo proveniente da Farneta; una croce astile (fine del XII sec.), già in palazzo Tommasi, di rame dorato e bronzo con Crocifisso a tutto tondo che poggia i piedi sulla testa di una fiera ed ai lati dei bracci sono incise le figure di Maria e Giovanni, sul retro i simboli degli evangelisti e l'Agnus Dei; due turiboli del tipo cosiddetto “architettonico” con coperchi scanditi da torrette, monofore e trifore (XV sec.); una piccola pace raffigurante Gesù deposto dalla croce e sostenuto da due angeli, realizzata in smalto policromo alla fine XVI secolo e una pisside del XV secolo a forma di tempietto circolare con sportellino a saracinesca sul quale è raffigurato Cristo con la croce.

Nell'altra vetrina si segnalano un piccolo gruppo di argenti di produzione romana fra i quali sono da ammirare tre vasi per olii santi in argento con teste barbute, dono di monsignor Cosimo Minerbetti vescovo di Cortona alla Cattedrale e un calice (XIX sec.) in argento opera dell'argentiere romano Vincenzo Burgo, particolarmente ricco in quanto sono raffigurati sulla base la Crocifissione, la Deposizione e la Resurrezione e nella coppa l'Ultima Cena. Il calice fu donato alla chiesa di S. Margherita dalla marchesa Giulietta di Barolo Colbert e fu portato a Cortona dal suo segretario Silvio Pellico nel 1846.

La visita al Museo termina con la sala 9, alla quale si accede attraversando interamente quella di Luca Signorelli. Vi sono esposte tre grandi tele: l'Estasi di Margherita da Cortona (1701) opera di Giuseppe Maria Crespi, il Miracolo di San Francesco da Paola (1750) di Francesco Capella detto il Daggiù allievo del Piazzetta e l'Assunta con San Giovanni Battista e Santa Caterina di Alessandria, che la critica recente attribuisce a Federico Zuccari. In questa stessa sala sono conservati un ciborio ligneo e quattro animali simbolici in bronzo (un'aquila, un grifo, un drago e un leone) originali della base del monumento a Santa Margherita che si trova nella piazzetta antistante il Museo.

© TOSCANAoggi 2000

INDIRIZZO: piazza Duomo, 1 Cortona (Arezzo) ORARIO: da aprile a settembre: 9-30-13 e 15,30-19; da ottobre a marzo: 10-13 e 15,30-18; chiuso il lunedì INGRESSO: L. 8.000; comitive non inferiori a 15 pp. L. 5.000; bambini 8-12 anni e scolaresche: L. 2.000 INFORMAZIONI: tel. 0575/62830

Museo diocesano di Cortona
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