Toscana
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Intervista al segretario regionale della Federazione pensionati della Cisl

Assistenza anziani non autosufficienti: Scotti, non lasciamo sole le famiglie

Molti sono i casi di persone non autosufficienti in famiglia. Il padre o la madre anziani. Il nonno o la nonna. E il nucleo familiare è spesso lasciato sola a sostenere il carico dell’assistenza dei loro cari. Ma non dovrebbe essere così. A sostenerlo, con forza, è Mauro Scotti, segretario regionale della Federazione pensionati Cisl. Lo abbiamo sentito in occasione della presentazione di una ricerca sui servizi erogati in Toscana per le persone non autosufficienti.

Percorsi: Anziani - Cisl - Regione - Sanità
Parole chiave: non autosufficienza (18)
Assistenza anziani non autosufficienti: Scotti, non lasciamo sole le famiglie

«L’attenzione della ricerca – spiega il sindacalista – si è focalizzata su 10 delle 34 zone distretto della Toscana. Scelte in base ad una serie di parametri: complessivamente queste zone rappresentano il 40% della popolazione della regione. Quindi un campione molto ampio. Ci sono aree metropolitane come Firenze e Prato e anche zone più periferiche come la Val di Chiana e la Lunigiana».

E quale fotografia della Toscana emerge?

«Molto articolata, come del resto tutto il settore del socio-sanitario. Con differenze anche sostanziali che derivano oggettivamente da una serie di fattori. Nel momento del confronto tra un’area metropolitana come quella fiorentina e, per esempio, il grossetano emergono varie problematiche: la più rilevante è il numero degli anziani dove Firenze, in percentuale, è seconda solo alla Lunigiana. Ci sono poi diversità anche per quanto riguarda l’approccio e la gestione del problema nelle 34 aree».

La zona migliore e quella peggiore?

«In fonda alla classifica c’è Firenze ma, come detto in precedenza, con alcune attenuanti. In testa c’è Grosseto. Ora bisognerà capire come intervenire per migliorare il servizio».

Dov’è necessario migliorare?

«Su risorse e organizzazione. Può apparire un paradosso: le risorse sono una componente importante ma a parità di risorse ci sono dati diversi. Qui entra in gioco l’organizzazione ed è proprio in questo settore allora che bisogna intervenire per vincere un partita seria come quella della non autosufficienza che nella nostra regione ha numeri molto rilevanti».

Quante sono in Toscana le persone non autosufficienti? E, soprattutto, dove sono assistite?

«Sono circa 80 mila. Di queste, 40 mila sono situazioni molto gravi che richiedono un’assistenza di 24 ore al giorno. E solo 16 mila sono quelle ricoverate nelle Residenze sanitarie assistite (Rsa) con il sostegno della struttura pubblica. Per le altre 64 mila ci sono quindi due alternative. Considerato che un ricovero in Rsa costa dai 3 ai 4 mila euro al mese o la famiglia ha grandi possibilità economiche che gli permetta di pagare in proprio il ricovero, oppure come nella maggior parte dei casi la persona non autosufficiente è assistita totalmente o parzialmente dalla famiglia stessa. E quando andiamo a vedere il sostegno parziale che viene dato a queste famiglie spesso emerge che si tratta di un paio d’ore a settimana da parte di uno o due operatori a domicilio. Non è certo una risposta soddisfacente».

Ma le famiglie che assistono anziani in casa non devono essere lasciate sole…

«È vero. Ma la realtà oggi in Toscana, come in molte altre regioni d’Italia, ci dice che molto spesso le famiglie sostengono da sole il carico dell’assistenza. E la non autosufficienza è un fenomeno che quando colpisce la famiglia le cambia totalmente la vita, la stravolge sia sul versante economico che su quello dei rapporti interfamiliari e sociali. Quindi credo vadano pensati e costruiti parametri più vicini alla famiglia. Anche perché è dimostrato scientificamente che quando è possibile assistere la persona non autosufficiente all’interno del nucleo familiare le condizioni di vita per la persona stessa sono migliori oltre che costare meno alla collettività».

Per questo sono sicuramente necessarie risorse economiche. La Toscana ha una legge che regola il settore della non autosufficienza ed è riuscita a mantenere anche un Fondo nonostante la crisi. Questi due strumenti sono adeguati per dare risposte?

«Considerando il problema che devono affrontare è difficile definirli adeguati. La Toscana ha una buona legge da 5 anni, il Fondo regionale annuale è di 80 milioni di euro. A questi soldi dovrebbero affiancarsi le risorse che mettono a disposizione gli enti locali, in alcuni casi anche consistenti. Il problema è che se andiamo a vedere a quanto ammonta il costo reale di assistenza per le persone non autosufficienti ci rendiamo conto che i soldi stanziati sono una goccia nel mare. Consideriamo anche che a livello nazionale non c’è più niente. Il governo Prodi nel 1997 stanziò 400 milioni a livello nazionale che rispetto agli 80 della Regione sono ben poca cosa. Poi il ministro Sacconi tagliò del tutto il fondo. Adesso è stato reinserito qualcosa, soprattutto grazie alle grandi pressioni che sono state fatte anche a livello parlamentare per i malati di Sla. Ma si tratta di cifre molto basse. Quindi quasi tutto pesa su Regione e enti locali».

Quella per la non autosufficienza è un «battaglia» a fianco dei più deboli che è solo alle prime battute?

«È una battaglia di dignità per tutta la società. L’Italia è il secondo paese al mondo per longevità dopo il Giappone, la Toscana in questa classifica è la seconda a livello nazionale dopo la Liguria. Questo è un problema già consistente che aumenterà nel futuro».

Quali le strategie possibili per non farsi trovare impreparati?

«Non c’è una ricetta perfetta, ma i versanti di lavoro dovrebbero essere due. Il primo nell’immediato: serve una legge di tutela per la non autosufficienza. Servirebbero anche fondi ma ci rendiamo conto che le condizioni economiche del Paese sono drammatiche. Però uno sforzo è necessario. Allora deliberare dei parametri, dei livelli essenziali di assistenza sarebbe, per un paese civile come il nostro, un fatto fondamentale. Considerando che la componente “pubblica” da sola non potrà combattere questa battaglia, a medio-lungo termine si potrebbe pensare ad una forma di previdenza integrativa. E un’altra opzione potrebbe essere quella dei fondi contrattuali: in alcuni casi, come per i bancari o nelle grandi aziende tipo Luxottica, questa esperienza è già stata avviata. Certo che, per tutto questo, servirebbero condizioni economiche migliori».

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