Toscana
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Il tema verrà affrontato dal Consiglio regionale il 14 maggio

Carceri, strutture vecchie e sovraffollate

Dei 18 penitenziari toscani al 31 dicembre scorso erano detenute 4.148 persone a fronte di una capienza regolamentare di 3.261, con un indice di sovraffollamento del 127,2%. Tre mesi dopo, al 31 marzo 2013, i reclusi erano scesi solo di 24 unità, portandosi a quota 4.124.

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L'ingresso del carcere di Sollicciano

È una situazione insostenibile, che riguarda tutta l’Italia, dove a fronte di 47.045 posti, sono attualmente detenute 65.831 persone, di cui 23.436 stranieri (sovraffollamento al 139,7%). A poco sono serviti i provvedimenti «svuota carceri», come la legge 199/2010, che pure ha fatto uscire, in tutto il Paese, 10 mila persone, tramutando la detenzione in arresto domiciliare (per pene fino ai 12 mesi).

In Toscana le situazioni peggiori sono nel carcere fiorentino di Sollicciano (956 detenuti, di cui 661 stranieri, per 520 posti), al «Ranza» di San Gimignano (404 detenuti per 235 posti) e a Pistoia (140 detenuti per 74 posti). Ma in grave sovraffollamento risultano anche Siena (89 per 50 posti), il «Maliseti» di Prato (693 detenuti invece di 476), il «Don Bosco» di Pisa (362 per 225 posti), Porto Azzurro (445 per 326) e Massa Marittima (43 per 28 posti). Una popolazione di poco superiore alla capienza regolamentare c’è poi a Massa (257 per 227 posti), a Lucca (138 per 113 posti) e a Grosseto (28 per 23). In queste situazioni tutto si fa più difficile, sia per il personale di custodia che per i detenuti. Se ne parlerà prossimamente anche in Consiglio regionale, con una seduta speciale dedicata alla situazione delle carceri nella mattina del 14 maggio.

Alessandro Margara, dal luglio 2011 «Garante regionale dei diritti dei detenuti», punta il dito contro l’amministrazione centrale. Riconosce al nuovo Provveditore toscano, Carmelo Cantone, che aveva diretto in precedenza il nuovo complesso di Rebibbia, uno dei più grandi d’Italia, di aver almeno coperto le direzioni «il che rappresenta già un miglioramento notevole della gestione delle singole strutture». Resta però «il fatto che le risorse vengono passate col bilancino; sono pochissime. Il carcere di Arezzo, per esempio, è chiuso per lavori di ristrutturazione, cominciati già da tempo. I detenuti rimasti adesso sono 17, era arrivato ad averne anche 150. Il problema è che che i detenuti non lavorano e non fanno quindi opera di manutenzione, sempre per mancanza di risorse. È questo – commenta con amarezza Margara – l’interesse che dimostra l’amministrazione per il patrimonio che ha». E cita un altro caso emblematico di come vanno le cose: «Livorno è semichiuso anche se sta aprendo un padiglione nuovo di zecca: una tecnica che usa l’amministrazione, che tira su nuovi contenitori negli spazi liberi, come questo da un centinaio di posti, fatto abbastanza bene nel senso che in tutte le celle ci sono la doccia e i servizi… ma nel frattempo il grosso del carcere di Livorno ha chiuso e il nuovo non è ancora aperto. C’era stata una proposta di lavori di manutenzione fatti in economia, ma non sono stati autorizzati».

Il sistema, insomma, – ci dice ancora Margara – «è abbastanza abbandonato a se stesso e nel frattempo l’Italia subisce condanne come quella dei primi di gennaio, oltre 100 mila euro di risarcimento, sostanziale e non solo simbolica come quella del 2010 di soli mille euro. E se a livello nazionale le presenze sono leggermente diminuite – 66 mila dalle 69 mila precedenti – è perché sono diminuiti gli arresti: sono meno perché ne hanno presi meno. Paradossalmente, la politica della sicurezza a tutti i costi produce queste conseguenze, che praticamente non ci sono più soldi neanche per la sicurezza».

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