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«Città a misura di famiglia», anche la Toscana guarda a Trento

Oggi, in Trentino, 8 cittadini su 10 vivono in Comuni che hanno adottato una serie di politiche «family friendly» che vanno da sconti sui servizi e sugli accessi a musei e spettacoli, fino  ad orari flessibili per i genitori. E l’esempio sta contagiando altri Comuni italiani. Se ne è parlato  nei giorni scorsi a Lucca, in un incontro di amministratori toscani.

Il logo dei Comuni amici della famiglia realizzato dalla Provincia di Trento

Fasciatoi, seggiolini, tavoli dagli angoli smussati, posate di plastica, angoli dei giochi, menù per bambini nei ristoranti. Culle, sponde anti caduta, tele cerate, pannolini, adattatori per i sanitari negli alberghi, negli agriturismi e nei bed&breakfast. Aree giochi, caccie al tesoro e laboratori in castelli e musei, dove anche i più piccoli si divertono, insieme ai genitori. Segnaletica a gogò nelle piste ciclabili: un colore – il verde – segnala i percorsi alla portata di grandi e piccini. Trasporti economici: si sale in sei – papà, mamma e quattro figli minori – si paga in due.

Talvolta bastano poche attenzioni per rendere una città a misura di famiglia. Ci stanno provando da anni a Trento e dintorni. In particolare da quando, nel 2011, la provincia autonoma approvò una legge sul benessere familiare.

In questi anni gli operatori della Agenzia provinciale per la famiglia, la natalità e le politiche giovanili – più donne che uomini, economisti, giuristi, sociologi, pedagogisti, psicologi – hanno presentato a tutti i sindaci dei Comuni del territorio interessati una sorta di programma di governo. Promettendo loro che se avessero rispettato i 47 punti di quel disciplinare, il loro Comune avrebbe potuto fregiarsi del marchio Family in Trentino.

Oggi 8 cittadini su 10, in provincia di Trento, vivono in un Comune amico della famiglia. Possono fregiarsi di questo titolo 67 Comuni su 177. Altri 50 potranno farlo presto.

Oggi il modello-Trento è stato portato all’attenzione anche di altri Comuni d’Italia, grazie soprattutto agli ambasciatori dell’Associazione nazionale famiglie numerose. Chi scrive era a Trento nel tardo pomeriggio di giovedì 30 novembre dello scorso anno quando – nella sala di rappresentanza di Palazzo Geremia, sede del Comune di Trento e gioiello del Trecento – sindaci, amministratori, funzionari e rappresentanti dell’associazionismo familiare hanno partecipato alla presentazione del network nazionale dei Comuni family friendly.

Ma anche la provincia di Lucca nello scorso fine settimana ha organizzato una sorta di scuola per amministratori toscani, ospitata nella sala Maria Luisa di Palazzo Ducale. L’incontro è stato aperto da Emma Cologna, consigliera di parità della provincia di Lucca, che il modello di politiche familiari adottato dalla provincia autonoma di Trento lo conosce a menadito non fosse altro perché è consulente per la certificazione aziendale family audit uno dei molti servizi nati in seno all’agenzia per la famiglia. E dai saluti del consigliere provinciale Sara D’Ambrosio, 30 anni, una laurea in Economia e commercio, primo cittadino di Altopascio (di più: il primo sindaco donna da quando la città del Tau divenne comune, nel 1881).

Poi spazio alle testimonianze. La prima: quella del dirigente dell’Agenzia per la famiglia della provincia autonoma di Trento, Luciano Malfer. Nei Comuni amici della famiglia trentini non solo le amministrazioni cittadine, ma tutta la società civile fa gara a proporre soluzioni a misura di coppie con figli. Sono circa 500 i musei, le aziende di trasporto pubblico locale, i pubblici esercizi e le associazioni sportive e ricreative che hanno il marchio family. Un marchio che viene dato dopo essere passato al vaglio di una commissione, di cui fanno parte anche esponenti del Forum delle associazioni familiari.

I dipendenti dell’amministrazione provinciale, di alcuni Comuni e di un centinaio di aziende private usufruiscono di un orario più flessibile rispetto ad altri colleghi d’Italia e grazie al quale possono dedicarsi un po’ meglio ai propri figli e ai propri vecchi.

Nei Comuni amici della famiglia le famiglie con figli hanno sconti sulle addizionali Irpef e più in generale su tutte le imposte e tariffe che vengono decise dall’ente locale.

Un assegno unico, dal gennaio 2018, mette ordine a molte provvidenze fino ad oggi ricevute dalle famiglie della provincia trentina: sostiene il reddito delle famiglie povere, il mantenimento dei figli, la loro frequenza ai nidi e chi ha in casa un disabile.

Gli under 18 si recano al cinema o al teatro utilizzando voucher culturali, finanziati con i risparmi ottenuti dalla riduzione del vitalizio degli ex consiglieri regionali.

Alcune di queste misure sono universali. Altre sono destinate a famiglie al di sotto di una certa soglia Icef (acronimo di Indicatore condizione economica familiare), una sorta di redditometro tutto trentino, che meglio dell’Isee tiene conto dei carichi familiari.

A Trento e dintorni i bambini ed i ragazzi accompagnati dai genitori salgono gratis su bus, cabinovie, sciovie, musei. Le famiglie con più figli – almeno tre – hanno in tasca una family card, grazie alla quale usufruiscono di sconti anche per la spesa alimentare.

Sportelli dedicati danno informazioni a residenti e turisti su tutte le iniziative family friendly portate avanti da soggetti pubblici e privati: in estate – dove proliferano le proposte di animazione per ragazzi – ma anche per il resto dell’anno.

Le politiche familiari sono entrate nei piani strategici a lungo termine: quand’anche dovesse cambiare colore in un prossimo futuro, la nuova giunta sarà obbligata a seguire le best practices ormai avviate.

Sono sorti ogni dove gruppi di acquisto familiare. L’impatto di alcune leggi – prima ancora che queste siano portate in consiglio – è valutato dalle famiglie riunite in associazioni e nel forum. Nei distretti famiglia amministratori di Comuni, comunità di valle, enti privati, coop, aziende profit e no-profit lavorano gomito a gomito per rendere il territorio a misura di coppie con figli.

Una rivoluzione generata dal basso, nata dall’ascolto delle difficoltà, delle preoccupazioni e dei progetti di vita raccontati, in mille modi e in mille occasioni, dalle coppie con figli. Nata, se vogliamo, da un gruppo di coppie cresciute insieme a don Sergio Nicolli, oggi parroco a Rovereto, all’epoca direttore dell’ufficio famiglia della diocesi di Trento (e successivamente anche dell’ufficio famiglia della Conferenza episcopale italiana). Era il 1996 quando don Sergio, al termine di un tosto percorso formativo della pastorale familiare, fondò insieme a quindici coppie l’Associazione famiglie insieme (Afi).

«Ci trovavamo per ragionare di questioni molto concrete: ad esempio di come coinvolgere i nostri figli piccoli in occasione delle celebrazioni eucaristiche domenicali – ricorda il past president Afi Massimo Zanoni. Dell’esigenza di un servizio di tagesmutter o della regolazione della figura dell’amministratore di sostegno. Incontri di approfondimento che si concludevano sempre con una proposta, oggetto di un documento. Divenuto, poi, in alcuni casi, proposta di legge approvata dalla provincia di Trento».

Allora il Forum delle associazioni familiari non era ancora nato. Quando metterà le sue radici – e riuscirà a strutturarsi – farà tesoro dell’esperienza portata avanti dalle coppie riunite nell’Afi. E ne seguirà un po’ lo stile.

Tra le coppie animatrici di Famiglie insieme, anche Luciano e Marisa Malfer. Lui, in particolare, diventerà nel 2011 dirigente dell’agenzia provinciale della famiglia.

Mauro e Filomena Ledda, genitori di prole numerosa, consiglieri nazionali Anfn, vengono da Alghero, la città più turistica della Sardegna. Conobbero per la prima volta il modello trentino di politiche familiari partecipando nel 2010 ad un incontro di famiglie numerose a Pinzolo. Era il 2010. Come folgorati dalla testimonianza del dirigente Luciano Malfer, chiesero ed ottennero di poter approfondire ciò che avevano da poco ascoltato. «A Trento – hanno raccontato in occasione di un incontro ospitato nei giorni scorsi a Lucca – ricevemmo un’esperienza straordinaria. Quando tornammo ad Alghero fummo molto tentati di non disfare le valigie e, al contrario, di tornare in aeroporto e prendere il primo volo utile per trasferirci definitivamente lì. Scegliemmo, invece, l’unica alternativa possibile a quella soluzione: ricostruire il modello-Trento anche nella nostra città». Convinsero così il loro primo cittadino, Mario Bruno a recarsi, insieme a loro, a Trento. Da lì tornarono tutti e tre carichi di entusiasmo.

Oggi il Comune di Alghero sta cambiando volto in senso family friendly. Il sindaco ha affidato a Mauro e Filomena Ledda la gestione dell’ufficio delle politiche familiari della città, riservando loro il suo ex ufficio, che occupa una posizione centrale all’interno del palazzo civico. Mario Bruno gira l’Italia per raccontare la sua scelta di aver portato una famiglia in Comune. Il suo Comune soffre forse più di altri il problema della denatalità: ad Alghero il tasso di fertilità è di 0,8 figlio per ogni donna fertile, ben al di sotto della media italiana (1,3 figlio per ogni donna fertile) che già è largamente al di sotto della soglia di ricambio generazionale. Il primo ad avvertire Mario Bruno del pericolo che sta correndo Alghero – ha confidato il sindaco della città sarda all’incontro di Lucca – fu un economista. «Con questo trend – mi disse – da qui ai prossimi trent’anni il numero di residenti ad Alghero si ridurrà drasticamente. E a soffrirne sarà anche l’economia del territorio. Hai solo una opzione per provare ad invertire la rotta: investire nelle politiche familiari».

Il nuovo corso è stato recepito un po’ da tutti i dipendenti, come ha testimoniato il segretario generale di Alghero Luca Canessa. Alghero è stato il primo Comune non trentino a ricevere dalla provincia autonoma di Trento la certificazione di Comune amico della famiglia. Un riconoscimento arrivato all’interno dell’Alguer family festival una settimana e più di eventi a misura di famiglia capaci di coinvolgere moltissime associazioni del territorio.

Dopo di Alghero anche Corsano (Lecce) e cinque piccole comunità della Bergamasca hanno ottenuto lo stesso riconoscimento.

Dopo l’incontro lucchese alcuni amministratori toscani hanno chiesto di poter approfondire il modello trentino di politiche familiari. Rappresentano le città di San Giuliano Terme (Pisa), Massarosa, Altopascio, Viareggio (Lucca) e di Monsummano Terme (Pistoia).

Al sindaco di Altopascio, Sara D’Ambrosio, intervenuta a questo incontro nelle veci del presidente Luca Menesini – impegnato a Roma in un incontro istituzionale – i presidenti di Famiglie numerose, Giuseppe e Raffaella Butturini, hanno consegnato una scultura in marmo di Carrara raffigurante una conchiglia aperta che protegge una perla. Ne è autore Andrea D’Aurizio, artigiano free-lance, 49 anni, sposato con Sonia e papà di cinque figli, socio di Anfn. Pisano, D’Aurizio lavora in un laboratorio della cittadina versiliese. Nel suo passato ha realizzato dodici sculture per la chiesa di Memhpis (Usa), una copia della statua dedicata a San Martino per la chiesa cattedrale di Lucca, un bassorilievo romano per il museo archeologico di Camaiore, sculture permanenti a Pontasserchio (Pisa) e Viareggio.

La «rete» trentina si sta estendendo

Nel network nazionale «Comuni amici della famiglia», di cui si è fatto promotore Alghero (Sassari) fanno già parte 13 amministrazioni locali: Feltre (Belluno), Cerete, Fino del Monte, Onore, Songavazzo e Rovetta (Bergamo), Sassari, Todi (Perugia), Decimopuzzu (Cagliari), Trento, Olmedo (Sassari) e Perugia. Altri hanno manifestato l’intenzione di aderire a breve: Albignasego (Padova), Corsano (Lecce), Este (Padova),  Ferrara, Gorizia, Leonforte (Enna), Nuoro – con venti altri enti locali dell’Unione dei Comuni – Uri (Sassari), Golfoaranci (Otranto), Piacenza, i 96 Comuni dell’area metropolitana di Reggio Calabria, San Martino Siccomario (Pavia), Tricesimo (Udine). Tra le organizzazioni, l’Associazione nazionale famiglie numerose (che è tra i promotori) e la Consigliera di parità della provincia di Lucca. Info su www.trentinofamiglia.it

Pontremoli adotta il «fattore famiglia» l’algoritmo che «corregge» l’Isee

I Comuni possono adottare uno strumento elaborato dall’Università di Verona che ritocca le scale di equivalenza, dando più peso alla presenza di bambini, ragazzi, under26 che vivono con i genitori e portatori di handicap.

Nidi, mense e trasporti scolastici alla portata delle tasche delle coppie che hanno messo al mondo più figli. Addizionali Irpef e ticket sanitari che tengano conto dei carichi familiari. Quando il fattore famiglia entra nei comuni e nelle regioni, i risultati si vedono. Ne è convinto Roberto Bolzonaro cui il Forum nazionale delle associazioni familiari ha chiesto di seguire le reti dei comuni e le politiche locali family friendly.

Quando, a fine dicembre 2013, il governo Letta varò il nuovo Isee, Bolzonaro fu facile profeta: «Non cambierà niente. Anzi, per alcuni casi, sarà uno strumento meno equo del precedente». Dopo quattro anni di sperimentazione, l’esperto conferma tutto. E rilancia uno strumento di valutazione delle disponibilità economiche delle famiglie non sostitutivo, ma integrativo dell’Isee. Uno strumento elaborato dall’Università di Verona e che ritocca le scale di equivalenza, dando più peso, ad esempio, alla presenza in casa di bambini, ma anche di ragazzi fino a 26 anni ancora sulle spalle dei genitori. E di portatori di handicap.

Il primo comune ad adottare il fattore famiglia è stato cinque anni fa  Castelnuovo del Garda, allora guidato da Maurizio Bernardi, già presidente nazionale dell’Associazione delle famiglie (Afi) a seguire l’applicazione di un modello, cui, più o meno formalmente, stanno aderendo molti altri enti locali: ad esempio Zevio, Nogarole Rocca, Gazzo Veronese, Salizzole, San Pietro di Morubio, Sona, Bossolengo, Torri del Benaco, Cavaion Veronese, Pastrengo, Valeggio sul Mincio, Legnago, San Pietro in Cariano, Negrar in provincia di Verona, Conegliano Veneto in provincia di Treviso, Limbiate, Cerea, Brugherio, Giussano, Besana in Brianza, Carate Brianza, Muggio, Seveso, in provincia di Monza e della Brianza, Laverno Mombello (Varese), Lerici (La Spezia) e Vallecrosia (Imperia). E poi Forlì, Verona, Lecce, Lodi, Reggio Calabria.

Al  fattore famiglia – ha spiegato ad Avvenire Roberto Bolzonaro – sta guardando con molto interesse anche l’amministrazione di Milano. Presto sarà firmato un protocollo d’intesa con il Comune di Pontremoli, in Toscana, e alcuni comuni della Lunigiana. Paolo Parodi viene dalla società civile e, in particolare, dall’associazionismo cattolico. A lui – che non siede in consiglio – il Comune di Pontremoli ha chiesto da anni di seguire le politiche familiari per l’ente locale: «già nel 2013 adottammo il quoziente familiare mutuato dall’esperienza di Parma, che dista da noi non più di ottanta km. Nei mesi scorsi abbiamo incontrato il delegato del Forum Roberto Bolzonaro per farci spiegare cos’è il fattore famiglia e  l’esperienza di Castelnuovo del Garda. A febbraio  la giunta comunale di Pontremoli aderirà formalmente alla rete dei comuni del fattore famiglia ed entro marzo la compartecipazione delle famiglie ai servizi comunali del trasporto scolastico e degli asili nido sarà calcolata sulla base del fattore famiglia».

La regione Lombardia ha approvato l’adozione del fattore famiglia a marzo 2017, anche se la sua applicazione non è ancora partita. All’esperienza guarda con interesse anche la regione Valle d’Aosta. «L’equità dell’intervento per i Comuni “piccoli” è facilmente verificabile» – osserva Bolzonaro, che aggiunge: «Il fattore famiglia è personalizzabile e quindi il Comune ha la possibilità di crearsi il proprio strumento operativo».

Accanto al modello del Fattore famiglia il Forum delle associazioni familiari e, in particolare, l’Afi, ha consegnato agli enti locali che hanno mostrato sensibilità il documento Buone pratiche con la famiglia. Un documento di una cinquantina di pagine dove sono contenute molte proposte per rendere le città a misura di famiglia, tutte dotate di emoticon grazie ai quali l’amministratore può facilmente capire quale intervento avrà un costo zero quale richiederà un investimento ridotto e quale invece un investimento strutturale. Il ragionamento degli esperti: «È necessario creare un ambiente favorevole alle coppie che desiderano avere figli. Fornire servizi sostenibili in termini di tempo, flessibilità e costo. Solo allora, quando una famiglia si sentirà sostenuta, affiancata ed incoraggiata dalla comunità in cui vive – e non si vedrà soffocata dal tempo che non ci sarà più, dai costi che non ci stanno tra bollette, affitto e vivere quotidiano – penserà con gioia e non con preoccupazione a mettere al mondo un altro figlio, se non il primo». 

Una consapevolezza che sta assumendo un numero sempre maggiore di enti locali. Il Forum nazionale si rende disponibile ad incontrare tutti, promuovendo seminari formativi o scuole per amministratori. Di sinistra, di centro o di destra. Perché far bene alla famiglia fa bene alla società. Un bene che non può essere bandiera di un solo partito.

«Città a misura di famiglia», anche la Toscana guarda a Trento
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