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Come salvaguardare le tre «anime» delle Bcc

Secondo una definizione del Censis le Bcc sono allo stesso tempo impresa cooperativa, impresa locale e impresa bancaria. La riforma che il Governo si appresta a varare dovrebbe tener conto delle esperienze degli altri Paesi europei. La maggiore dimensione patrimoniale non è garanzia di maggiore sicurezza.

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Parole chiave: Bcc (20)
Banche di credito cooperativo

L'Eurogruppo con la costituzione della Unione Bancaria ha fatto un passo avanti verso l’unione economica e monetaria. Le gravi conseguenze dei dissesti bancari e finanziari verificatisi all’indomani della crisi iniziata nel 2007, hanno dato una scossa a Bruxelles per accelerare la regolamentazione delle attività bancarie e della vigilanza.

Oggi è già operante il primo pilastro dell’Unione bancaria: il Meccanismo di vigilanza unico (Mvu), nuovo sistema di supervisione bancaria per l’Eurogruppo. Nel 2016 sarà attivato anche il Meccanismo unico di risoluzione delle crisi aziendali di Istituti bancari e finanziari.

Secondo il Mvu la supervisione delle banche importanti spetta alla Bce (Banca centrale europea), la supervisione delle banche meno importanti, «less significant» (Lsi), rimane di competenza della Banche centrali dei singoli Paesi però sotto sorveglianza della stessa Bce.

Le Bcc del nostro Paese rimangono pertanto sotto il controllo di Banca d’Italia, ma la Bce ha tuttavia il potere di avocare a sé la supervisione di quelle banche che non hanno i requisiti minimi di equilibrio patrimoniale e gestionale.

Questo nuovo assetto della vigilanza europea richiede una revisione normativa del sistema bancario italiano.

Sono già state emanate le nuove disposizioni che regolano l’attività delle banche popolari (L.33/2015). È all’esame del Governo l’emanazione di un decreto-legge per le banche di credito cooperativo.

Le ipotesi di riforma delle Bcc sono oggetto di continue discussioni e interventi lobbistici che bloccano la speditezza dell’iter legislativo. Eppure una riforma del quadro normativo delle Bcc è improcrastinabile.

Alcune Bcc stanno attraversando un momento difficile e stanno superando le difficoltà facendo ricorso alla solidarietà di gruppo sia con interventi economici oppure con operazioni di accorpamento da parte delle Bcc più solide.

Le Bcc di recente costituzione, nate con pochi mezzi patrimoniali e finanziari e gestite non bene in piena autonomia, hanno chiuso presto i battenti con perdite rilevanti di cui hanno dovuto farsi carico le Bcc territorialmente più vicine e meglio patrimonializzate, con danno di reputazione per tutto il credito cooperativo.

Le Bcc in Toscana al 31 dicembre 2011 erano 30, al 31 dicembre 2014 erano 26 per effetto di operazioni di fusione. Oggi sono in cantiere altre due operazioni di salvataggio. La Bcc di Impruneta si prende la Bcc di Scandicci e Chianti Banca si accollerà la Banca di Pistoia e la Bcc Area Pratese.

Secondo l’autorevole parere del capo di Dipartimento di Vigilanza bancaria e finanziaria, Carmelo Barbagallo, difficilmente la rete di categoria potrà continuare a sostenere situazioni problematiche specialmente quelle di dimensione più elevata (intervento del 12 febbraio 2015 all’assemblea della cooperazione Raiffeisen di Bolzano).

Il Capo di vigilanza ha fornito con l’occasione una serie di numeri e di parametri per evidenziare il crescente aumento delle partite deteriorate a causa non solo di due pesanti recessioni dell’economia ma anche da scelte gestionali e allocative non equilibrate. Ha pure sottolineato la vulnerabilità reddituale delle Bcc sia perché negli ultimi due anni i conti economici sono stati sostenuti in prevalenza dai proventi dei titoli di stato e sia per la rigidità dei costi operativi che hanno continuato ad aumentare in controtendenza rispetto al resto del sistema bancario italiano per effetto anche di strutture organizzative sovradimensionate per quantità e qualità. Il sistema a rete delle Bcc, salvo qualche eccezione, non è stato in grado di offrire alle banche aderenti importanti economie di scala.

La migliore via per uscire da questo tunnel potrebbe essere quella di una più forte integrazione del credito cooperativo mediante la configurazione di gruppo basata sull’adesione ad un organismo centrale dotato di funzioni di coordinamento e di controllo nonché di Istituto centrale di categoria (vedi ad esempio esperienze in Francia, Paese Bassi e Finlandia) oppure mediante la partecipazione ad un sistema di tutela, «institutional protection scheme», il cosiddetto Ips, che si basa sul sostegno patrimoniale e di liquidità fra le banche aderenti (vedi Germania e Austria).

I dirigenti più preparati delle Bcc italiane e, in particolare la Federazione Toscana delle Bcc, fin dagli anni Novanta hanno studiato e divulgato progetti in tale senso senza ottenere ascolto né dai legislatori né da parte della stessa Banca d’Italia.

Solo negli ultimi anni la Banca d’Italia ha favorito la costituzione di un Fondo di garanzia istituzionale (Ips) che ha preso vita giuridicamente nel 2006, purtroppo senza successo per la mancata adesione di numerose Bcc, preoccupate di eventuali limitazioni alla loro autonomia decisionale.

Va preso però nota che le cooperative di credito dei citati Paesi europei sono state avvantaggiate dal fatto che per esse vi è l’obbligo di adesione ai sistemi di coesione. E questo è un passaggio che la nuova normativa dovrebbe prevedere nell’interesse dei soci e dei risparmiatori.

Il capo della vigilanza, Carmelo Barbagallo, ha precisato con efficacia che «è bene notare che nella maggior parte dei Paesi europei in cui le banche cooperative sono unite in sistema, nell’una o nell’altra forma, la coesione è rafforzata dall’obbligatoria adesione ai sistemi della specie. Ciò, lungi dall’essere percepito come un’indebita compressione dell’autonomia delle singole aziende, è al contrario considerato un essenziale presidio della mutualità. L’appartenenza a più ampi gruppi o sistemi d’impresa non altera le connotazioni e le finalità mutualistiche delle cooperative aderenti; rafforzando la coesione e la capacità di patrimonializzazione delle aderenti, previene situazioni di vulnerabilità individuale; quando queste si verificano, preserva il valore aziendale e la capacità del sistema bancario cooperativo di assolvere la propria funzione senza essere assorbito dal settore delle banche costituite in forma di società di capitali».

Il decreto-legge del Governo sarà formulato tenendo presumibilmente conto delle esperienze degli altri Paesi europei nonché il fatto che la Bcc non è solo una banca ma anche una cooperativa, cioè una società di persone e non di capitali, la cui funzione è espressamente riconosciuta nella Costituzione della nostra Repubblica (art. 45). Le Bcc non hanno fini speculativi e i soci non percepiscono dividendi sul capitale sottoscritto. Almeno il 70% degli utili delle Bcc va a riserve indivisibili che non possono essere distribuite ai soci. In altre parole non è possibile accedere ai benefici economici del «capital gain» come invece lo è nelle imprese capitalistiche.

Al riguardo è opportuno richiamare alcuni passi dell’enciclica di Benedetto XVI, «Caritas in Veritate»: «È certamente utile, e in certe circostanze indispensabile, dar vita ad iniziative finanziarie nelle quali la dimensione umanitaria sia dominante…». «Se l’amore è intelligente, sa trovare anche i modi per operare secondo una previdente e giusta convenienza, come indicano, in maniera significativa, molte esperienze nel campo della cooperazione di credito».

Il Censis a suo tempo coniò l’espressione che la Bcc hanno tre anime: impresa cooperativa, impresa locale e impresa bancaria. Ebbene vanno salvaguardate tutte e tre.

Con franchezza va detto però che non bastano le leggi per fare una buona cooperativa di credito. Occorrono dirigenti dotati di buona professionalità sia in termini bancari, sia in termini sociali, capaci di guidare l’impresa nel rispetto dei valori della cooperazione e delle norme di legge, statutarie e di vigilanza, in altre parole secondo «criteri di sana e prudente gestione bancaria».

In un contesto ben regolamentato e ben organizzato si potrebbe tutelare e salvaguardare un grande numero di Bcc già dotate di fondi patrimoniali adeguati ai volumi degli affari. Non è necessario stabilire un nuovo importo minimo della dimensione dei fondi patrimoniali oltre quello già stabilito dalla vigente normativa (5 milioni di euro).

La patrimonializzazione di un’azienda bancaria non va misurata su cifre assolute ma su cifre rapportate al volume e alla qualità dei crediti e della raccolta del risparmio.

Sulla dimensione patrimoniale delle banche vale la pena di soffermarsi. Nel sistema delle Bcc si ritiene in via di principio che gli accorpamenti per incrementare le dimensioni aziendali sono eventi straordinari per risolvere situazioni problematiche nell’interesse generale delle comunità in cui esse operano e non la linea di tendenza dello sviluppo del credito cooperativo.

Sono infatti cadute in dissesto Bcc che hanno assunto dimensioni maggiori grazie a una serie di accorpamenti. Sono peraltro in difficoltà anche grandi banche nazionali. La maggiore dimensione patrimoniale non è quindi garanzia di maggiore sicurezza.

La «dimensione» è, inoltre, un concetto relativo. Le due più grandi banche italiane, messe insieme, capitalizzerebbero l’equivalente di un terzo della prima banca al mondo.

Alle banche di credito cooperativo, a prescindere dalle loro dimensioni in un mercato democratico e plurale, deve essere garantito un adeguato spazio, naturalmente per quelle che sono efficienti ed efficaci, produttive e coerenti con la propria «mission».

Il Comitato economico e sociale europeo ha definito le Bcc «essenziali per preservare la biodiversità del sistema finanziario e la coesione territoriale». Un solo numero testimonia questa importanza: il 43% del patrimonio delle Bcc italiane è investito in impieghi reali. La media degli investimenti delle banche europee nell’economia reale è del 23%.

Nell’ipotesi auspicabile di una normativa che regolamenti il sistema del credito cooperativo come negli altri Paesi europei, si potrebbe allora agevolare anche la costituzione di nuove Bcc, strumento di democrazia e di partecipazione per tutti i gruppi sociali attivi che vogliono contribuire alla crescita, non solo economica, del loro territorio.

Nell’ambito di un sistema sicuro e bene organizzato, si potrebbe infine pensare meno agli accorpamenti e di più ad eventuali scissioni per restituire ai territori la gestione delle proprie ricchezze.

* Già presidente di Confcooperative Toscana e direttore della Federazione toscana delle Bcc

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