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Giuseppe De Gregorio, il carabiniere che sfidò Cosa Nostra

Lunga intervista al generale dei Carabinieri, in congedo dal 2001, Giuseppe De Gregorio, che ha pubblicato da poco un «Memoriale» due due anni trascorsi a Palermo, a fianco di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

Percorsi: Giustizia
Parole chiave: mafia (66)
Il generale De Gregorio durante il periodo fiorentino

Non si stupisce affatto delle minacce che Totò Riina, dalla sua cella nel penitenziario di Opera, lancia ripetutamente ai magistrati siciliani più esposti nell’inchiesta e nel processo sulla trattativa Stato-Mafia. E condivide le misure speciali che il Ministero dell’Interno ha annunciato per prevenire lo stragismo mafioso. Il generale in congedo Giuseppe De Gregorio, che contro i boss ha lottato nella trincea di Palermo ma anche qui in Toscana, è convinto che «lo Stato è più forte di chi lo vuole combattere». E quando gli ricordiamo gli attentati del 1993 di Firenze (via dei Georgofili), Milano e Roma, dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, risponde senza tentennamenti: «Speriamo che non si ripeta, venti anni dopo, quella svolta eversiva e destabilizzante, di apparente contrapposizione allo Stato. Perché questa non va considerata come un connotato strutturale, bensì una caratteristica contingente di Cosa Nostra, finalizzata ad eliminare chi (magistrati, investigatori, politici) si era distinto nel contrastarla, oppure tesa a ottenere concessioni dalle Istituzioni a favore dell’organizzazione, o per liberare i suoi capi detenuti con sistema del carcere duro».

Nella sua abitazione fiorentina, a pochi passi da piazzale Donatello e dai viali di Circonvallazione costruiti da Giuseppe Poggi – dove vive da quando nel 2001 ha lasciato il Comando della Scuola Marescialli e Brigadieri nel complesso di Santa Maria Novella – Giuseppe De Gregorio ci apre il suo memoriale segreto, pieno di verità scomode e talvolta amare, del più grande scontro tra Mafia e Istituzioni, raccolto in un volume «bollente» appena edito da Mauro Pagliai. «Due anni di sfida a Cosa Nostra» non è solo la ricostruzione puntigliosa quanto drammatica di un investigatore che, operando dal 1985 al 1987 al fianco di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonino Caponnetto, è riuscito a catturare 53 latitanti, tra cui uomini di spicco della Cupola come Michele e Salvatore Greco, Francesco Intile, Bernardo Brusca, padre di Giovanni, ora collaboratore di giustizia, che prima di «firmare» la strage di Capaci aveva già adoperato l’autobomba per ammazzare il giudice Rocco Chinnici, autoaccusandosi allo stesso tempo di centocinquanta delitti, tra cui il sequestro e la soppressione del piccolo Giuseppe De Matteo, figlio di un «pentito». L’eccezionale documento ci spiega anche come successivamente – grazie all’apporto di «collaboranti» credibili – siano stati presi pure Riina, Bagarella, Santapaola, Provenzano e sia finita la «mattanza» da loro scatenata fin dagli inizi degli Anni Ottanta, per spodestare ed uccidere vecchi boss del calibro di Stefano Bontate (legatissimo a Salvo Lima), Inzerillo, Riccobono, Scaglione. Ci sottolinea inoltre l’importanza che, ancor prima, avevano avuto le rivelazioni di Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno, Antonino Calderone per scardinare il muro di omertà e il tessuto connettivo della più grande fabbrica di criminalità, cresciuta a dismisura sotto l’egemonia dei Corleonesi.

«Il Memoriale – mi confessa De Gregorio – è un doveroso atto di riconoscenza verso i miei uomini, ma dovrei chiamarli “eroi” perché dotati di virtù e valori singolari spesi senza gloria né riconoscimenti, che hanno operato al mio fianco nel “Gruppo 2” di Palermo, nei reparti e nelle compagnie di Monreale, Partinico, Termine Imerese, Cefalù, Petralia, Corleone, scrivendo una delle pagine più belle della storia antimafia. Quando, qualche mese dopo la cattura di Michele Greco, il capo dei capi di Cosa Nostra, ci fu la spietata “esecuzione” di Benedetto Galati (il “confidente” che l’ha favorita) per motivi di sicurezza mi venne imposto di lasciare in 24 ore Palermo, prima per Napoli e poi per assumere il Comando del Gruppo Carabinieri di Firenze. Non mi fu possibile allora esprimere tutta la mia gratitudine e lo faccio ora».

Riflette un attimo il generale e poi, soppesando le parole che ci portano ad un tema di stringente attualità, mi indica un altro motivo che l’ha spinto a stendere questi «appunti»: la necessità di far conoscere «demeriti, comportamenti non lineari e inadeguati, atteggiamenti inopportuni o poco consoni, tenuti da personaggi delle Istituzioni»: «Vede, non è stato facile – mi confida – ma lo stesso nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci ha così esortato: “oltre a ricercare la verità, abbiamo il dovere di ricordare”. Io che ne ero stato testimone, ho dunque ricordato la verità, per quanto cruda ed amara. Fortunatamente, benché non sempre si rivelino all’altezza dei propri compiti (per interessi personali, per scarsa preparazione specifica, per contiguità sconcertanti, per appartenenze vergognose, per amicizie inconfessabili, per rapporti illeciti, i capi, i dirigenti e i presidenti passano e restano solo le Istituzioni» .

Quante «guerre» e veleni dentro e fuori il Palazzo di Giustizia (dove aleggiava pure un «Corvo»), nei Palazzi della politica di Palermo, della Sicilia ed a Roma, mentre la Mafia si divertiva a prendersi gioco di chi doveva combatterla, con pentimenti strategici, rivelazioni seguite da ritrattazioni , depistaggi, virus immessi di proposito nelle indagini per creare discordie tra procura e procura. De Gregorio le ha dovute toccare con mano (meglio: «sulla propria pelle») appena arrivato nel capoluogo siciliano, il 15 marzo 1985. Questa la «lettura» che ne dà, documenti alla mano, a trent’anni di distanza: «Lo Stato si è soprattutto distinto per aver praticato una politica gestionale e normativa della lotta alla criminalità organizzata, sia comune che politica, affidata più all’emozione che alla ragione ed alla competenza. Le sue articolazioni quasi mai hanno agevolato, favorito e sostenuto (se talvolta lo hanno fatto non lo hanno fatto in maniera incisiva) chi operava contro i boss perché sentiva dentro di sé la vocazione dell’investigazione e l’amore per la Giustizia. Nel fare queste riflessioni mi tornano in mente le parole amare del dottor Caponnetto, pronunciate subito dopo l’uccisione del giudice Borsellino: “Ci sono troppi farisei, troppi amici dell’ultima ora. Ho già avuto modo di vederli due mesi fa ai funerali di Falcone”. I farisei di Caponnetto c’erano ieri, ci sono oggi, e purtroppo ci saranno anche domani!».

Il racconto dei briefing, dello scambio di informazioni, dell’amicizia poi sorta con Falcone e Borsellino sono forse le pagine più belle del Memoriale, emozionanti e ricche di aneddoti, di particolari inediti che ne esaltano ancor più i rispettivi profili umani e di magistrati. «Giovanni e Paolo — mi sottolinea con calore il generale — la mafia l’hanno sfidata davvero. Conoscendone la caratura, la pericolosità sociale ed il danno per lo sviluppo economico dell’isola e del Paese, per anni si sono impegnati in valutazioni, riflessioni strategiche, studi e ricostruzioni di fatti e circostanze di mafia. Sappiamo purtroppo quanto tutto questo è costato loro! Sempre per amore della verità, non posso non riferire quanto proprio Borsellino – che subito mi apparve come lontano da ogni forma di protagonismo – qualche giorno dopo il mio arrivo in Sicilia, con molta franchezza ed onestà intellettuale, caratteristiche sublimi della sua personalità, mi disse. “Colonnello, altro che secondo gruppo carabinieri a Palermo! Non ha colpa, ma siamo sinceri: lei non è altro che lo strumento per spezzare in due il comando esistente e per poter dire, molto ipocritamente e falsamente, che a Palermo i carabinieri sono stati quasi raddoppiati». Quanto era vero! Ci lasciammo comunque con un cordiale “in bocca al lupo!” e “che Dio ce la mandi buona a tutti!”».

Comunque un po’ di carabinieri arrivarono e De Gregorio poté raggiungere il suo primo obiettivo: la cattura di Michele Greco, detto «Il papa» perché al vertice della Cupola e per la sua abilità di mediare tra le famiglie di Cosa Nostra. La prima di una lunga serie. Ad essa sono dedicati ben due capitoli e numerosi altri riferimenti nelle 240 pagine del volume pubblicato da Pagliai, perché in fondo inquadra tutta la strategia investigativa che, in soli due anni, ha portato all’arresto di 53 boss. Il tutto parte da una sera piovosa, quando il «confidente» Benedetto Galati –conosciuto da De Gregorio per il tramite di Falcone – condusse i carabinieri a San Leonardo, frazione non lontana da Termini Imerese, per indicare un probabile nascondiglio del più noto e ricercato latitante, il «capo dei capi». Galati era stato messo ripetutamente alla prova-affidabilità, dopo che si era presentato esibendo tante, troppe certezze: «Dottore, deve sapere che sono stato e sono tuttora l’autista di Michele Greco, e perciò so cose che lei nemmeno si immagina. So di Sindona, so chi ha ammazzato il presidente della Regione Piersanti Mattarella, chi ha fatto la strage di Bagheria e tante ma tante altre cose».

Prima di quel «giorno X» quanti sopralluoghi e appostamenti notturni! A Caccamo, Sciara, Bagheria, Cefalù, San Mauro Castelverde, Polizzi Generosa. Alia. Michele Greco (come in precedenza Tommaso Buscetta) era stato perfino nascosto a Santa Flavia nel castello del principe Alessandro Vanni Calvello, a fianco della villa dei finanzieri Nino e Ignazio Salvo, gli esattori collusi con la mafia. Ma in quelle settimane si divideva tra la masseria dei Colletti e quella degli Stanfa – un agglomerato al centro tra gli abitati di Caccamo, Trabia e Termini – dove era solito andare a cena e passare qualche ora. La notte del 20 febbraio 1986 fu accerchiato da cento carabinieri e sorpreso nel sonno: «L’irruzione – mi racconta il generale De Gregorio – non presentò particolari difficoltà. Michele Greco e Salvatore Colletti dormivano della grossa e non accennarono dunque ad alcuna reazione. Certo erano sorpresi. Il superboss proprio non se l’aspettava: con tutte le precauzioni che aveva messo in atto, dotandosi ovviamente di una carta d’identità falsa… L’abbiamo invece trovato in un locale spoglio, di uno squallore che non mi sarei mai immaginato. Accostato al muro, un lettuccio misero e una sedia piuttosto sgangherata. Non notai alcun suppellettile, ad eccezione di un piccolo, vecchio tavolo. Non mancava il solito santino e la Bibbia. Il mafioso non è religioso, ma superstizioso sì».

L’accenno all’esoterismo spinge De Gregorio a rinfrescarmi l’arresto di un altro boss eccellente, Giacomo Vitale, cognato di Stefano Bontate, introdotto nella Massoneria da Michele Sindona: «Vitale è il “picciotto” che fece le telefonate di minaccia al povero avvocato Giorgio Ambrosoli, curatore fallimentare del Banco Ambrosiano, fino all’annuncio della sua condanna a morte. Pure lui massone, fu catturato a conclusione di estenuanti servizi di pedinamento e appostamento in via Villagrazia a Palermo. Arrivammo a quel nascondiglio grazie al fratello di un detenuto per rapina e tentato omicidio. A quel tempo (13 novembre 1985) non avevo ancora conosciuto Benedetto Galati». Il discorso sui «confidenti» o «informatori» apre invece un altro capitolo delicato, quello dei fondi ingenti messi a disposizione dallo Stato per la lotta alla mafia. «Considerando che stiamo parlando di soldi, vale la pena di chiarire subito che per tutte le operazioni di servizio non ho ricevuto e speso che cinquanta milioni di lire in totale. Di una circostanza mi sembra di ricordare che abbia scritto anche l’Espresso. Diceva, se non sbaglio, che anche i Servizi avevano tirato fuori centinaia di milioni. Sarei tuttora curioso di sapere a chi furono consegnati, e non nascondo sia sorto in me anche il dubbio che parte del denaro messo a disposizione sia effettivamente potuto uscire dalle casse pubbliche; ma ho anche il sospetto che possa essere finito nelle tasche dei soliti “infedeli”. Comunque, per omaggio alla verità, posso ribadire che i Servizi Segreti non presero parte in alcun modo alla cattura di Michele Greco, né di alcun altro latitante. Non hanno pagato nessun confidente per quella cattura, né per nessun’altra di quelle da me realizzate. Ho sempre volutamente rifiutato qualsivoglia contributo di denaro di quell’Istituzione come delle altre».

Mentre la premurosissima signora Gisella mi offre un caffè, il generale De Gregorio rivelando una indubbia nostalgia per la Sicilia dove tuttora ha molti amici, snocciola un’altra verità: «Ero e sono tuttora convinto che, se qualcuno ha cercato di contrastare la mafia, quel qualcuno sono stati i siciliani – siciliani come Mattarella, La Torre, i giudici Falcone, Borsellino, Chinnici, Levatino, Saetta, altri magistrati del Pool Antimafia – oppure i singoli servitori dello Stato, capitati per volere della sorte in momenti e luoghi chiave della guerra a Cosa Nostra. Sorretti esclusivamente da un buon bagaglio di valori e di un determinato spirito di servizio, essi hanno combattuto infliggendo duri colpi all’organizzazione mafiosa, spingendosi sovente fino all’estremo sacrificio».

Da credente, non può non rimarcare con orgoglio quanto ha fatto la Chiesa in quella terra troppo spesso bagnata dal sangue. Dagli «anatemi» di Papa Giovanni Paolo II contro la Mafia, pronunciati con voce vibrante nella Valle dei Templi dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio. A quelli, non meno carichi di tensione morale ed autorevolezza del cardinale Salvatore Pappalardo, soprattutto in occasione del maxiprocesso a Cosa Nostra e ai funerali del prefetto Dalla Chiesa: «L’arcivescovo di Palermo – figura considerata la più eminente e prestigiosa nella lotta alla mafia, tra quelle non appartenenti alle Istituzioni dello Stato – aveva tuonato dal pulpito, in latino, quell’indimenticabile “mentre a Roma si studia, Segunto – Palermo –viene espugnata!”, infiammando gli animi e accendendo la speranza di un possibile risveglio di tutto l’apparato politico-amministrativo regionale e statale, oltre che del popolo palermitano». Per non parlare del «sacrificio» di don Pino Puglisi, proclamato nel maggio scorso beato da Papa Francesco, parroco della chiesa di San Gaetano di Brancaccio: «Era un prete scomodo – commenta non senza commozione il generale De Gregorio – non solo perché predicava dal pulpito contro la mafia, ritenendola responsabile del degrado sociale del quartiere dove era nato e vissuto fino al seminario ed era poi tornato da parroco. Aveva sfidato i fratelli Graviano: il suo Centro svolgeva attività di recupero dei tossicodipendenti e di assistenza ai giovani, togliendo manodopera fresca alle famiglie mafiose. Con l’uccisione di don Puglisi, Cosa Nostra – il cui capo, ricordiamolo, era Totò Riina, succeduto a Michele Greco – volle anche inviare alla Chiesa un duro segnale per ottenere un suo autorevole intervento presso il Governo del Paese, affinché quest’ultimo prendesse in considerazione più seriamente le richieste avanzate in diversi incontri segreti tra esponenti dello Stato e capimafia».

In un «Memoriale» la sua esperienza con Falcone e Borsellino

Con tutto il rispetto dovuto all’alta uniforme, il «Memoriale» di Giuseppe De Gregorio non sembra scritto da un generale dell’Arma, ma da un plurilaureato sì, soprattutto se si scopre che all’esperienza sul campo nella lotta alla criminalità, l’autore unisce anche la passione letteraria. Certo, ho l’impressione che De Gregorio ami più Andrea Camilleri ed il mondo legato al commissario Montalbano descritto con linguaggio quasi antico, che i saggi e le opere di Leonardo Sciascia. E un motivo, al di là delle preferenze umanistiche, c’è. Proprio mentre lui era a Palermo alla guida del «Gruppo 2» Carabinieri e stava dando la caccia ai più pericolosi latitanti di Cosa Nostra, sul «Corriere della Sera» del 10 gennaio 1987 – mentre si attendeva la sentenza del primo processo di Cosa Nostra con oltre quattrocento boss alla sbarra – lo scrittore di Racalmuto pubblicò un articolo contro i «professionisti dell’antimafia», nel quale stigmatizzava fortemente il comportamento di alcuni magistrati palermitani del «Pool» – tra questi Paolo Borsellino – definendoli «eroi della sesta». A suo parere si erano macchiati di carrierismo, usando la battaglia per la rinascita morale della Sicilia come titolo di merito all’interno del sistema delle promozioni in magistratura. Con il suo «memoriale» appena pubblicato da Mauro Pagliai, De Gregorio (nato a Buonalbergo di Benevento e formatosi come ufficiale all’Accademia di Modena nel periodo 1959-61 e successivamente alla Scuola di applicazione di Torino) certamente ristabilisce molte verità su quegli anni e toglie il fango versato su onesti, fedeli servitori dello Stato; rende merito al coraggioso impegno di tanti investigatori, compresi naturalmente Falcone e Borsellino.

Prima del richiamo alle parole del Presidente Napolitano («Oltre a ricercare la verità, abbiamo il dovere di ricordare») nel volume appare una dedica significativa: «a mia moglie e a mio figlio». La signora Gisella Capponi ed il giovanissimo Leopoldo dovettero infatti lasciare in poche ore il capoluogo siciliano per Torino, quando l’allora colonnello venne trasferito d’urgenza per ragioni di sicurezza: poteva essere un intuibile, facile bersaglio della Cupola guidata da uno spietato Totò Riina che aveva già vendicato la cattura di Michele Greco con l’uccisione del «confidente» Galati. Leopoldo, oggi stimatissimo magistrato della Procura di Firenze, specializzato nelle inchieste anticorruzione, prima di sbarcare in Toscana ha onorato nel migliore dei modi – come Gip a Caltanissetta – il «testimone» nella lotta alla mafia passatogli simbolicamente dal padre, che nella sua lunga e brillante carriera ha ricoperto incarichi importanti anche a Napoli, Milano e Torino, arrestando negli anni del terrorismo uno dei capi dei Nap, Aldo Mauro. Per entrambi Firenze è ormai diventata la città di adozione. Qui l’alto ufficiale dell’Arma è approdato una prima volta con il grado di tenente colonnello, per comandare – chiusa la dura esperienza siciliana – dal 1987 fino al 1990 il Gruppo (ora Comando provinciale) Carabinieri: «Fortunatamente – mi sottolinea – il Mostro non ha colpito in quegli anni, ma mi sono dovuto specializzare nella lotta alla droga per evitare stragi di overdose».

De Gregorio è poi tornato per la terza volta a Firenze nel luglio 1998, come comandate della Scuola Marescialli e Brigadieri dell’Arma, in piazza Stazione. In questi due anni la Scuola ha ospitato fra l’altro la sessione primaverile del Consiglio atlantico del Nord (dal 22 al 25 maggio 2000), cui hanno partecipato 19 ministri degli esteri dei paesi della Nato e i loro colleghi dei 26 paesi dell’Europa centrale ed orientale, e la XVII Conferenza internazionale di fisica atomica, a cui hanno partecipato tre premi Nobel.

De Gregorio si è adoperato inoltre per la definizione della convenzione fra l’università di Bologna ed il Comando generale dell’Arma per il riconoscimento degli studi compiuti dai marescialli ai fini del conseguimento del diploma universitario in «Scienze criminologiche applicate». È andato in congedo nel 2001 con il grado di generale di divisione, dopo una calorosa festa nel chiosco grande del complesso di Santa Maria Novella. In questi anni ha riletto più volte e riordinato i suoi «appunti», scrivendo un Memoriale che in pratica analizza quasi 40 anni di storia della Mafia, contribuendo, con onestà intellettuale e conoscenza dei fatti, a chiarirci molti punti oscuri.

Giuseppe De Gregorio, il carabiniere che sfidò Cosa Nostra
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