Toscana

Il Papa in Turchia: il piccolo gregge si stringe attorno al suo Pastore

di Giovanna Brambilla religiosa in servizio a IskenderunE’ ormai tradizione che i papi vengano da noi in Turchia, in questa che è stata chiamata «la terra santa della Chiesa». Paolo VI, Giovanni Paolo II e, prima ancora, Giovanni XXIII da delegato apostolico, sono stati in questo paese così importante per noi cristiani, ma dove la Chiesa è ormai ridotta a poche migliaia di fedeli.

Da circa due milioni di cristiani all’inizio del Novecento, un quarto della popolazione anatolica, si è arrivati a soli 115 mila, appena lo 0,15 per cento, quasi tutti concentrati nelle città più grandi quali Istanbul, Smirne e anche Mersin. Per metà fanno parte della Chiesa apostolica armena. Poi vengono le comunità cattoliche con circa 30 mila, principalmente latini, ma anche armeni, siriaci e caldei. Circa 20 mila sono i protestanti di varie denominazioni seguiti dai siro-ortodossi con circa 10 mila. I greco-ortodossi sono circa 5 mila.

Il clima generale delle comunità cristiane nei confronti della società è caratterizzato da numerosi ostacoli che rendono dificile la vita in una paese che si definisce «laico» dove l’assenza di personalità giuridica, le restrizioni al diritto di proprietà, l’impossibilità di formare il clero limitano le possibilità di svolgere una pastorale efficace.

Inoltre la stampa tende a presentare un’immagine negativa dei cristiani e diffonde pregiudizi. Influenzando l’opinione pubblica nella quale prevalgono, salvo rari casi, sentimenti di amicizia verso di noi.

Nelle nostre comunità del sud-est della Turchia, nel nostro Vicariato, il rapporto con le altre confessioni è buono e anche si collabora in alcune attività: un numero considerevole di ragazzi e di giovani frequentano regolarmente la catechesi settimanale assieme ai nostri pochi cattolici. La stessa cosa per i campi scuola che organizziamo e alle attività estive. Pure le famiglie partecipano ai ritiri spirituali e a quelli formativi. Anche l’Eucarestia domenicale è partecipata da fedeli di diverse confessioni.

Il Papa verrà come pellegrino alla Casa della Madonna ad Efeso, come promotore del dialogo ecumenico, nel suo incontro con il patriarca Bartolomeo e come messaggero di pace nel rapporto con il mondo musulmano.

L’attesa da parte della comunità cattolica, e più generalmente cristiana, è assai grande, dal momento che gli episodi degli ultimi mesi ci hanno rattristato assai. L’assassinio di don Andrea Santoro, gli attacchi contro altri sacerdoti e una presentazione negativa della Chiesa da parte di certa stampa ha creato qualche apprensione, ma non paura.

Ora più che nel passato siamo convinti che il Signore ci vuole qui e le difficolta che troviamo sono, in certo modo, una conferma. Non c’è paura, ma siamo divenuti piu prudenti. Il Vescovo ha ancora un poliziotto che fa da scorta.

Come comunità cristiana dell’Anatolia incontreremo Benedetto XVI ad Efeso, dove celebrerà la Messa presso il santuario mariano nazionale, la «Casa della Madonna». Le misure di sicurezza sono diventate strettissime, per cui sarà difficile avvicinarsi a lui.

Viviamo nell’attesa dell’incontro e aspettiamo che ci confermi nella gioia di essere cristiani all’interno di un mondo musulmano dove il messaggio che possiamo comunicare è anzitutto la testimonianza della vita più che la proclamazione fatta a parole.

Il Vicariato dell’Anatolia Un episcopio, a Iskenderun, vivono: il vescovo mons. Luigi Padovese, italiano, due frati conventuali di cui uno è il parroco: un rumeno e uno slovacco, tre suore di Maria Bambina, italiane, una suora francescana missionaria dell’Immacolata Concezione, americana (segretaria del Vescovo)

Ad Antiochia un Padre cappuccino italiano e una consacrata dell’Ordo Virginum di Milano.

Ad Adana una suora delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori, italiana. Attualmente ad Adana non c’è il sacerdote e si alternano due volte la settimana un Padre da Iskenderun e uno da Mersin (130 km di distanza).

A Tarso tre suore Figlie della Chiesa, italiane. A Mersin tre frati cappuccini di cui uno italiano (80 anni di cui 55 di Turchia) e due turchi di cui uno fratello laico.

A Trabzon sul Mar Nero un sacerdote polacco che fa la spola con Samsun a 350 Km. di distanza.

La scheda Le tappe del viaggio Benedetto XVI arriverà all’aeroporto internazionale di Ankara martedì 28 novembre alle 13. Nel pomeriggio visiterà il mausoleo di Ataturk, prima degli incontri con il presidente della Repubblica, il vice primo ministro, il presidente per gli affari religiosi e il Corpo diplomatico. Mercoledì 29, Messa presso la «Casa di Maria» a Efeso, quindi, ad Istanbul, visita alla chiesa patriarcale di San Giorgio e incontro privato con Bartolomeo I. Giovedì 30, divina liturgia nella chiesa patriarcale e dichiarazione congiunta con Bartolomeo I. Quindi, visita alla cattedrale armena e incontro con il patriarca Mesrob II. A seguire gli incontri con il metropolita siro-ortodosso, con il Gran Rabbino della Turchia e con la Conferenza episcopale cattolica. Venerdì 1° dicembre, Messa nella cattedrale dello Spirito Santo prima di ripartire, alle 13,15, dall’aeroporto di Istanbul. Il nostro sito seguirà in diretta il viaggio pubblicando resoconti e testi ufficiali. Le circoscrizioni cattoliche La Chiesa cattolica in Turchia (32 mila fedeli circa) ha tre circoscrizioni ecclesiastiche di rito latino: l’arcidiocesi di Smirne (1.350 fedeli), il vicariato apostolico di Istanbul (15 mila fedeli) e il vicariato apostolico dell’Anatolia (4.550 fedeli). A queste vanno aggiunte le comunità di rito orientale: le arcidiocesi di Istanbul per gli armeni cattolici (3.670 fedeli) e di Diarbekir dei caldei (5.993 fedeli), e il vicariato apostolico dei siri cattolici (2.155 fedeli).

In base al Trattato di Losanna del 24 luglio 1923, soltanto le comunità greco-ortodossa, armena ed ebraica sono riconosciute come «confessioni ammesse» e godono perciò di un particolare statuto giuridico. Le altre minoranze (caldee, siriaco-cattoliche, siriaco-ortodosse, latine, protestanti) sono considerate come «straniere» e subiscono una serie di forti limitazioni. Ai cattolici, tra l’altro, non è permesso costruire nuove chiese o strutture per la formazione del clero.

Il Patriarcato ecumenico Il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli è uno dei cinque antichi, assieme a Roma, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Dopo il grande scisma del 1054 ha assunto il primato nella Chiesa Ortodossa Orientale. Il Patriarca è considerato come la più alta autorità ortodossa e porta il titolo di «Arcivescovo di Costantinopoli-Nuova Roma e Patriarca Ecumenico». Convoca e presiede i Concili e le Assembleee Panortodosse; consacra il «myron» (crisma) per le altre Chiese; concede l’autonomia o l’autocefalia; ha la giurisdizione sulla Diaspora, cioè sulle comunità che sitrovano fuori i territori canonici delle Chiese autocefale; ha il diritto di giudizio in appello sui chierici.

La sua giurisdizione diretta, oltre l’Arcidiocesi di Costantinopoli, comprende quattro altre diocesi turche (Calcedonia, Derci, Imbro e Tenedo, Isole dei Principi). In Grecia si estende sul Dodecaneso, su Creta, sul Monte Athos e sulle diocesi settentrionali, amministrate pro-tempore dal 1928 dalla Chiesa greca. Gli ultimi patriarchi sono stati Athenagora I (1948-1972) e Demetrio I (1972-1991). L’attuale, Bartolomeo I (nella foto), nato nell’isola di Imbro il 29 febbraio 1940, è stato eletto all’unanimità dal Santo Sinodo il 22 ottobre 1991.

La seconda «Terra Santa» degli Apostoli e di Maria La visita di Benedetto XVI in Turchia dà l’occasione di riandare con la memoria all’antichissima tradizione cristiana nell’Asia Minore, che risale al periodo della Madonna, degli apostoli e dei loro immediati successori. Una memoria talmente documentata e determinante, per la storia della Chiesa, da non potere passare inosservata o da essere trascurata.

Accadde un giorno, quando l’èra ellenistica finiva e quella romana si espandeva, che da sponde lontane, dopo grandi fatiche per il lungo viaggio, arrivò nei pressi di Efeso l’apostolo Giovanni il quale aveva preso con sé Maria, la madre di Gesù, e si stabilì su una collina, nei pressi della città: la collina dell’usignolo, dove, secondo una antica tradizione, Maria e Giovanni vissero alcuni anni. La probabile permanenza di Maria in Turchia dà già modo e facilità di chiamare detta terra la seconda Terra Santa, alla maniera della Palestina, santificata dalla presenza di Gesù. Ma se la veridicità di tale evento storico è affidata principalmente alla tradizione orale, devota e popolare dei primi cristiani, per altri eventi ci sono documenti storici biblici assolutamente certi, scritti oltretutto dagli stessi apostoli. Tale è il caso della permanenza e della predicazione di San Paolo, nella stessa grande città di Efeso.

Gli «Atti degli Apostoli», le Lettere degli Apostoli e l’«Apocalisse» fanno menzione di città e luoghi dell’attuale Turchia come di un territorio importante, vivace e aperto alla predicazione del Vangelo. E se a ciò si aggiunge che in Turchia, in Antiochia sull’Oronte (attuale Antakya), i discepoli di Gesù per la prima volta vennero chiamati cristiani, secondo l’annotazione degli Atti («Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani»), allora si ha un’idea di quale grande sacralità sono intrise le pietre, la storia e le città della Turchia. Si direbbe che subito dopo la morte di Gesù, l’Asia Minore (la Turchia) divenne il luogo privilegiato della predicazione degli apostoli e della costituzione delle prime comunità. E tale seme cristiano diede i suoi frutti ininterrottamente e con grande vivacità, specialmente, per i primi cinque secoli, che sono poi oltretutto i più importanti per la teologia, la costituzione della Chiesa e la mistica.

Non c’è modo e spazio di parlare qui dei grandi Santi e dei Concilii che ebbero vita in Turchia in quei secoli, ma basterà solo citare i tre grandi Cappàdoci: San Basilio Magno, San Gregorio Nisseno e San Gregorio Nazianzeno. Da soli illuminano un secolo, il Quarto, e condizionano, benevolmente, tutta la teologia di quei primi tempi, nella valorizzazione della Scrittura e della cultura pagana, che viene letta con attenzione e con sguardo critico; danno inizio alla vita monastica e a quella cenobitica e avviano l’esperienza mistica nella terra della Cappadocia, specialmente nella valle di Goreme. Il rileggere le loro opere, apre al lettore e al cristiano di oggi un orizzonte religioso e culturale dell’antica Turchia cristiana che, forse, non immaginiamo.

Vincenzo Arnone