Toscana
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L'agricoltura non è più la cenerentola dell'economia

La Toscana non è nostalgia. La Toscana è una regione che sa fare innovazione e investimenti, che sa mettere insieme il mondo della ricerca e quello della produzione agricola». Inizia così l’intervista con l’assessore regionale all’agricoltura Gianni Salvadori. VIDEO INTERVISTA

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L'intervista all'assessore Gianni Salvadori

Assessore, qual è lo stato di salute dell’attività agricola toscana?

«Come tutte le attività economiche in questo momento anche quelle rurali subiscono gli effetti di una congiuntura economica negativa che mi auguro veramente che il 2014 rappresenti l’anno in cui la crisi prenda una strada diversa dall’attuale. Spero in questo contesto che il Governo rimanga ben saldo nella sua posizione perché senza una guida politica noi rischiamo di non raggiungere questo obiettivo. Nonostante tutto, l’agricoltura segna dei risultati positivi legati ad una capacità di esportazione importante, ad un settore vitivinicolo in forte crescita, abbiamo “denominazioni” che hanno raggiunti livelli mai raggiunti sia da un punto di vista di quantità vendute sia dal punto vista di prezzi raggiunti. Per questo dobbiamo pensare che l’agricoltura contribuisce in modo deciso ad uscire dalla crisi. Non da sola, ma in un contesto che è cambiato. L’agricoltura è sempre stata considerata la “cenerentola” dell’economia. Prima dominava il manifatturiero, poi il terziario, infine la bolla finanziaria. Se fino a poco tempo fa poteva avere un ruolo marginale oggi non è più così. Dall’agricoltura, con la crisi del petrolio, si possono produrre e promuovere azioni di sviluppo per le energie rinnovabili, la bioedilizia, la tutela dell’ambiente e del territorio. C’è poi la grande risorsa del turismo e del “food”. Non possiamo dimenticare la grande ricerca e innovazione che è collegata al sistema agricolo. Vedo quindi un’agricoltura che rappresenti un fattore di crescita e di sviluppo per la nostra Toscana».

Dire agricoltura oggi significa parlare di giovani o di anziani?

«Significa parlare di entrambi. Anche se abbiamo indubbiamente una grande presenza di anziani. E questa è una delle difficoltà che vive oggi il mondo agricolo. Non possiamo pensare di avere un forte potenziale di sviluppo e avere, nello stesso tempo, un’età media di oltre 60 anni. Quindi dobbiamo lavorare affinché questa età media si abbassi favorendo l’immissione di tanti giovani. I primi risultati cominciamo a vederli. Primo fra tutti, in Toscana abbiamo tra coloro che vivono esclusivamente di reddito agricolo, quindi veri imprenditori e non hobbisti, il 22% di presenza giovanile. Il saldo tra imprese nate e morte nel 2012 è positivo nel settore delle imprese giovanili. Tra le imprese giovani c’è una spiccata presenza femminile. Sono tutti segnali importanti. La Regione continuerà nella strada tracciata in questo ultimo periodo: ai giovani chiediamo di fare investimenti rendicontati e su quelli li seguiamo fino ad erogare contributi. Quindi massima trasparenza e certezza dell’investimento».

Ma questo lavoro deve cominciare dalla scuola…

«Quanto sta accadendo nel mondo scolastico è interessante: stiamo registrando il raddoppio delle iscrizioni nelle facoltà toscane a indirizzo agrario. E anche gli istituti tecnici agrari della nostra regione stanno avendo una forte attrazione sui giovani con conseguente aumento degli iscritti. Questo è un fatto importante, perché segnala un riavvicinamento a questo mondo. Poi non è detto che chi esce dagli istituti tecnici o dalle facoltà diventerà necessariamente un imprenditore agricolo. Però è un segno culturale importante».

Quindi è una battaglia anche culturale?

«Spesso si ha l’idea del mondo agricolo nostalgico, bucolico, con i mulini che girano. Questo è il frutto di una campagna mediatica che ci ha portato fuori strada. Ma l’agricoltura non è mai stata questo. Non lo era nel passato quando agricoltura significava durezza di vita e mezzadria. E non lo è nel presente perché sempre di più il lavoro dei campi è collegato a grande innovazione. Oggi agricoltura significa fare impresa in modo affascinante perché lavorare la terra significa prendere un seme, curarlo fino a farlo crescere per poi renderlo frutto produttivo. Chi sceglie questa strada sa che così può contribuire allo sviluppo dell’uomo e al mantenimento della vita. Questo è un elemento decisivo per il futuro dal momento che le prossime “battaglie” ci vedranno impegnati sul cibo e l’energia».

A proposito del cibo, al recente Expo rurale, è stato lanciata la proposta di un Centro internazionale per la valorizzazione dei prodotti agroalimentari e la qualità dell’alimentazione con sede a Firenze. C’è bisogno di educazione?

«È in gioco la salute nostra e dei nostri figli. L’idea di realizzare in Toscana un Centro internazionale per la valorizzazione dei prodotti agroalimentari e la qualità dell’alimentazione, compresa l’alta cucina, nasce dalla constatazione che gli stili di consumo dei toscani si configurano come un mix di tradizione, equilibrio e radicamento territoriale. In altre parole la Toscana può essere presa ad esempio concreto di uno stile di vita sano, una “Food Valley” che comprende l’intera regione. È evidente che conterà molto l’educazione alla buona alimentazione che non può però vivere solo nella scuola, ma deve trovare prosecuzione negli stili di vita in famiglia. C’è bisogno poi di reimparare a cucinare. La cucina ha bisogno dei suoi tempi, ha bisogno non solo di presentazione di un piatto ma anche di capire tutto ciò che c’è dietro alla costruzione. Cercheremo di mettere dentro tutto ciò in questo Centro che, entro la fine di ottobre, sarà avviato e che avrà rapporti importanti con le istituzioni europee. Di questo Centro fanno parte enti pubblici e privati. E con molti altri stiamo dialogando. È un’operazione allargata e anche un po’ ambiziosa».

Si sta avvicinando il periodo autunnale che spesso porta con sé disastri ambientali. L’agricoltura in zone disagiate come quelle montane e il corretto equilibrio del settore forestale possono porre un freno?

«Lo sono nei fatti. Se non c’è questa attività la “montagna viene in città” con le conseguenze che tutti conosciamo. In Toscana, purtroppo, eventi di questo genere si susseguono almeno due volte l’anno. Dobbiamo riprendere questa attività non pensandola in senso assistenziale. L’uso del bosco, infatti, può produrre reddito tramite la valorizzazione energetica. Ci sono tanti Comuni toscani che hanno già individuato aree disponibili dove realizzare impianti per produrre energia e calore senza incidere negativamente sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. E poi bisogna colpire lavoratori e strutture che lavorano “a nero” nei nostri boschi: i dati dell’Inps ci dicono che sono davvero tanti. È una piaga che va abbattuta aprendo ad un lavoro proficuo per tutti».

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