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Livorno, Ici alle paritarie: il vicesindaco ribadisce la linea dura

Dopo le polemiche dei giorni scorsi la vicesindaco di Livorno (con delega all’Istruzione) Stella Sorgente, nel corso di una conferenza stampa, pur affermando di non avere «intenti vessatori», ha ribadito che l'amministrazione si atterrà alle sentenze, chiedendo tutto il dovuto e ha criticato i due istituti per non aver patteggiato prima.

Parole chiave: Scuole paritarie (135), Ici (61), Imu (29)
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«L’Amministrazione Comunale non ha alcuna volontà vessatoria o persecutoria nei confronti delle scuole gestite da enti religiosi. Né tantomeno ha alcun interesse “ideologico” a farle chiudere». Lo ha sottolineato più volte la vicesindaco (con delega all’Istruzione) Stella Sorgente, nel corso di una conferenza stampa indetta a seguito delle polemiche suscitate dalle sentenze con la quale la Corte di Cassazione ha riconosciuto la legittimità della richiesta dell’Ici avanzata, nel 2010, dal Comune di Livorno, agli istituti scolastici del territorio gestiti da enti religiosi.

Ancora più duro è stato nella conferenza stampa l’assessore al Bilancio Gianni Lemmetti, che si è detto «stupito che altri Comuni siano usciti sui giornali criticando o disconoscendo l’operato dei giudici». «Non abbiamo cavalcato o strumentalizzato in alcun modo il contenzioso, né le sentenze di questi giorni – ha dichiarato -. Il percorso tecnico era stato avviato sotto la precedente Amministrazione, la Giunta Nogarin ha dato ampia fiducia agli uffici e atteso la sentenza della Cassazione, con l’esito che conosciamo. Dal punto di vista tecnico non possiamo che elogiare il lavoro svolto dall’ufficio Tributi e dall’Avvocatura Civica».

Così l'amministrazione pentastellata livornese non arretra di un centimetro. Nonostante che i due Istituti potrebbero non riaprire i battenti a settembre, non avendo i fondi per pagare il quasi miliardo di vecchie lire (€ 422.178,00) richiesto dal Comune. E nonostante che tante voci si siano levate contro gli effetti di queste due sentenze «creative». Diversi sindaci, come Biffoni a Prato, hanno già fatto sapere che per loro non cambia niente perché il dl del 2012 ha già stabilito con chiarezza cosa distingue un'attività commerciale (soggetta al pagamento del tributo) da quella condotta da un ente no profit, seppur con la riscossione di rette di entità inferiore ai costi medi del settore. Su questa linea si è dichiarato anche il ministro dell’Economia e finanze Pier Carlo Padoan rispondendo ieri pomeriggio durante il question time alla Camera dei Deputati a un’interrogazione presentata dal gruppo di Alleanza Popolare. In sostanza, ha spiegato il ministro, per l’esenzione da questa tassa valgono le regole fissate dal «decreto-legge n. 1 del 2012, articolo n. 91-bis, al quale è stata data attuazione con il regolamento approvato con decreto del ministro dell’Economia e delle Finanze n. 200 del 2012». Norme, ha precisato Padoan, replicando indirettamente alla Cassazione, che la Commissione europea «ha giudicato conforme alle norme, non costituendo un aiuto di Stato». Quindi, «non è necessario un intervento di modifica della normativa attualmente in vigore».

Il titolare dell’Economia, ha poi sottolineato che le sentenze della Cassazione riguardano un contenzioso relativo al pagamento dell’Ici, tassa sostituita dall’Imu, per gli anni 2004/2009, e di non aver toccato la questione dell’Imu secondo le norme successivamente approvate. Dunque, il caso resta legato a un contenzioso pregresso su un’imposta oggi non più esistente in quella forma.

Una risposta che comunque non dissolve le preoccupazioni del mondo no-profit, perché – come dimostra la vicenda livornese – ci può sempre essere qualche amministrazione che pretende ugualmente anche la nuova tassa e percorrendo tutti i gradi di giudizio può approdare di nuovo alla Cassazione, che nelle due sentenze citate ha ignorato completamente il dl del 2012 e puntato tutto sul fatto che se si chiedono rette (indipendentemente dall'importo) allora si svolge un'attività di tipo commerciale. Sentenze che per ora valgono solo per i due Istituti livornesi, ma che per le argomentazioni dei giudici  aprono una falla enorme che coinvolge quasi tutti i soggetti no profit, dalle società sportive agli enti di assistenza.

Sia Sorgente che Lemmetti hanno ricordato che l’Amministrazione aveva avuto precedenti incontri con le scuole interessate e l’ufficio Tributi, nei quali era stata proposta un’ipotesi di conciliazione fra Comune e Istituti. Conciliazione - hanno detto «che sarebbe stata vantaggiosa per le scuole stesse, rispetto ad un’eventuale sentenza favorevole per il Comune da parte della Cassazione, in quanto prevedeva la rateizzazione del tributo e la rinuncia, da parte del Comune, alla riscossione delle sanzioni. Ma le scuole stesse  hanno invece preferito attendere l'esito del giudizio in Cassazione». «Se avessero accettato la nostra proposta non si troverebbero a dover pagare il 150% delle sanzioni che noi avevamo escluso», ha sottolineato la vicesindaco.

L’assessore Lemmetti ha poi annunciato che l’Amministrazione sta studiando con gli uffici due ipotesi a seguito della sentenza, facendo intendere, come si leggeva anche nel primo comunicato della giunta Nogarin, di interpretare anche la normativa Imu alla luce di quelle due sentenze. La prima ipotesi è quella di «utilizzare le risorse derivanti dalla nuova entrata, vincolandole alla manutenzione degli edifici scolastici». La seconda ipotesi è invece quella «di stabilire aliquote agevolate nell’applicazione dell’imposta, tendenti allo zero, per le scuole che volessero stipulare forme di accordo con il Comune per la progettualità dell’offerta formativa, per la formazione degli insegnanti, ecc.». Come se i due Istituti non facessero già parte del sistema pubblico di istruzione e non rispondessero già a tutti i requisiti necessari previsti dal Miur («la non discriminazione in fase di accettazione degli alunni», «accoglienza di alunni con disabilità», «applicazione della contrattazione collettiva al personale docente e non docente», «adeguatezza delle strutture agli standard previsti», «pubblicità del bilancio», «attività svolta a titolo gratuito, ovvero dietro versamento di corrispettivi di importo simbolico e tali da coprire solamente una frazione del costo effettivo del servizio»).

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