Toscana
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Viaggio nelle parrocchie dei paesi colpiti dal sisma

Lunigiana: Difficile tornare alla normalità se la terra continua a tremare

Paura e senso di impotenza continuano a dominare in Lunigiana. Dopo le ultime e ripetute scosse – domenica 30 giugno abbiamo toccato nuovamente i 4.4 di magnitudo – cresce lo sgomento tra la popolazione. Ma quando finirà? Si chiedono in molti. Lo sciame sismico sembra non arrestarsi.

Tendopoli allestita a Monzone

Nei piccoli paesi della valle del Lucido o in quella del Rosaro, o lungo l’Aulella, compresi tra i comuni di Fivizzano e Casola, le persone cercano faticosamente di tornare alla normalità, ma ogni volta che la terra trema, ritorna il panico.

Don Daniele Arcari, parroco di Casola e Codiponte e di tante altre piccole comunità, ci racconta dei disagi di intere famiglie che dormono nei campi allestiti dalla Protezione civile. «È importante la presenza delle istituzioni per dare fiducia alla popolazione. Il terremoto ha provocato danni su danni. Già l’anno scorso avevamo avuto, a Casola soprattutto, lesioni preoccupanti e già erano stati avviati, e non solo sugli edifici sacri, i lavori necessari di  ristrutturazione».

Al parroco ha fatto eco il sindaco, Riccardo Ballerini che traccia un quadro preoccupante, pensando anche al futuro prossimo. «Ad oggi, nel mio piccolo Comune di 1.036 abitanti, di cui l’80% anziani, – ha spiegato il primo cittadino – sono 400 le abitazioni lesionate che attendono riscontri del Genio Civile. Cosa succederà terminata l’emergenza? Non saprei rispondere, l’orizzonte è grigio. Purtroppo negli ultimi 30 anni in Lunigiana la politica è stata latitante: non abbiamo saputo dare le risposte che i cittadini attendevano, in termini di gestione del territorio. Qui i negozi chiudono, le risorse sono ridotte al lumicino, e il sisma di questi giorni rende tutto ancora più complesso».

Per restare nel Comune di Casola, ogni giorno vengono preparati circa 300 pasti caldi nelle tre tendopoli della protezione civile. Don Bernardo Marovelli, parroco di Fivizzano e, insieme ad altri due confratelli, di altre 17 comunità, sposta l’accento sulla dimensione umana del problema. «La popolazione, composta soprattutto di anziani, vive lo stillicidio delle scosse, ormai quasi quotidiane, come un dramma. Dobbiamo però ringraziare Dio per il fatto che, fino ad oggi, abbiamo avuto solo danni agli edifici. Terminata la fase dell’emergenza dovremo lavorare, di concerto con la Caritas, per progettare interventi mirati e rafforzare i vincoli della comunità».

Don Guido Ceci, parroco nella Valle del Lucido, sottolinea che i danni agli edifici sacri si sommano ai tanti disagi che vive questa porzione di terra apuana, «dominata prima da marchesi e signori e ora dall’indifferenza della politica. Il terremoto che qui ha colpito duramente, ha però messo in evidenza la solidarietà che queste popolazioni sono in grado di esprimere. I giovani e il volontariato hanno affrontato la situazione con grande generosità». 

Per quanto riguarda i danni agli edifici «La speranza  – ha dichiarato don Luca Franceschini, responsabile dell’ufficio per l’arte sacra della diocesi –  è quella di poter restituire alla comunità tutti gli edifici confidando anche nel sostegno dello Stato, in particolare, il Ministero dei Beni Culturali. Tutti gli edifici colpiti sono definiti monumentali e custodiscono importanti di rilievo artistico; non è possibile lasciarli abbandonati a se stessi. Ovviamente si è già iniziato a mettere al sicuro le opere più importanti e più a rischio e, nel recupero, si procederà tenendo conto di priorità diverse: le esigenze pastorali, l’importanza storica e culturale dell’edificio, la possibilità di accedere o meno a finanziamenti».

Il vescovo Giovanni Santucci anche per domenica scorsa ha invitato i parroci, in via precauzionale, a celebrare l’Eucarestia all’aperto. Per quanto riguarda i danni riscontrati, dalle verifiche avviate, don Luca ha dichiarato: «le lesioni principali sono sulle volte e sui cornicioni delle chiese; in molti casi, poiché questi edifici non hanno incatenamenti in senso longitudinale (dalla facciata all’abside) vi sono stati distacchi nella zona di facciata e crepe che dalla volta scendono addirittura fino a terra. Dove le catene degli archi non hanno “lavorato bene” si sono avute rotture degli archi stessi; per fortuna senza crolli. Gli intonaci distaccati e le parti dei cornicioni cadute a terra hanno talvolta rovinato parti di decorazioni murali e degli altari. I danni, ad oggi, sono veramente consistenti». Purtroppo anche in altre zone della provincia apuana, come nell’entroterra massese, non mancano i disagi e paure. E anche qui le persone sono costrette trovare riparo nelle tendopoli.  Il problema sarà il futuro. Cosa accadrà alle  persone la cui casa verrà dichiarata inagibile in maniera totale? Il sindaco di Fivizzano Paolo Grassi è lapidario: «Ora non sappiamo come muoversi: ma, di certo non vogliamo lasciarli in tendopoli».

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