Toscana
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«Modello toscano» a rischio: la mappa di un’economia in profonda crisi

Le «sfide», come gli esami, non finiscono mai. Ancora una volta si tratta di sfidare la crisi che da sette trimestri – 21 mesi! – colpisce l’economia. A lanciare l’ennesimo confronto è l’assessore regionale alle attività produttive Gianfranco Simoncini. Far ripartire le piccole e medie imprese toscane rilanciando il mercato interno, afferma, sostenere gli investimenti e con questi la propensione all’innovazione e la competitività, è questa la vera grande sfida con cui la Toscana deve cimentarsi, ora e nei prossimi mesi.

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«Modello toscano» a rischio: la mappa di un’economia in profonda crisi

Quando si dice Toscana, si dice soprattutto artigianato, piccola e media impresa, settori–cardine dell’economia regionale che corrono il rischio di non avere più il peso di una volta, cancellando il 98% del tessuto produttivo toscano che occupa il 70% dei lavoratori. Una crisi che mette in ginocchio l’economia, deprime il mercato interno e cancella migliaia di posti di lavoro. Un dato su tutti: a metà del 2012, le aziende artigiane sono calate di 1.534 unità, scendendo sotto quota 10 mila, dopo aver toccato quasi le 12 mila unità negli anni 2005-2006.

In attesa della tanto sospirata ripresa, basterà l’impegno della Regione e, soprattutto, quello di decine di migliaia di imprenditori, stremati dalla lunghissima congiuntura? Finora, si è cercato di contenere gli effetti negativi della crisi intervenendo sugli ammortizzatori sociali. Primo tra tutti la cassa integrazione in deroga per la quale sono pervenute al 17 aprile 7.879 richieste per 25.024 lavoratori con un impegno di spesa di circa 98 milioni, alle quali si aggiungono le 1.847 domande di mobilità in deroga per altrettanti lavoratori e un ulteriore spesa stimabile in circa 15 milioni. «Gli uffici – spiega Simoncini – hanno potuto autorizzare richieste di Cig in deroga pervenute entro il 31 gennaio per un importo complessivo di circa 37,5 milioni che coinvolgono 12.072 lavoratori e richieste di mobilità in deroga pervenute entro il 28 febbraio per un importo complessivo di oltre 12,5 milioni per 1.583 lavoratori. Dallo scorso 11 aprile, siamo stati costretti a bloccare le autorizzazioni. In questa fase, l’unica indicazione che la Regione ha potuto dare è quella di utilizzare lo strumento del contratto di solidarietà rispetto al quale è prevista anche un’integrazione regionale al reddito».

Non può bastare, a fronte della crisi drammatica, la constatazione che il mercato del lavoro in Toscana ha retto maggiormente l’impatto di un ciclo economico particolarmente negativo, rispetto a quello nazionale. Magra consolazione perché facendo un confronto con le dinamiche osservate a livello nazionale e internazionale, siamo ancora lontani dal recupero dei livelli pre–crisi, con l’occupazione nella popolazione 15-64 anni, nel 2012 «è ancora un punto e mezzo sotto il livello del 2008» (63,9 per cento a fronte del 65,4). Il tasso di disoccupazione si è attestato al 7,8 per cento, in ascesa rispetto al 6,5 per cento dell’anno precedente, «mostrando un ritmo più contenuto rispetto alla dinamica nazionale» (nel 2012 salito al 10,7 per cento dall’8,4).

La difficilissima congiuntura mette a dura prova il quel «modello toscano» che negli anni Settanta del secolo scorso riuscì a superare indenne i fuochi della crisi, facendo acquisire agli imprenditori toscani la nomea di vere e proprie «salamandre».

Oggi quel «modello» è in crisi come dimostrano le vicende che riguardano interi comparti industriali a fianco di una miriade di piccole e piccolissime imprese con pochissimi addetti, che non fanno notizia se scompaiono, ma che significano soprattutto perdita di posti di lavoro e capacità professionali, spesso irrecuperabili. La Regione è in prima linea per cercare di contenere i danni e ha seguito negli ultimi due anni 73 vertenze che coinvolgono 18 mila 500 lavoratori e interessano interi territori a cominciare dalla grave crisi che interessa il polo siderurgico di Piombino che, con quasi 3000 addetti diretti e 1500 nell’indotto (di cui 2200 alla Lucchini e 540 alla Magona), rappresenta la più grande realtà industriale della Toscana, il secondo polo siderurgico a livello nazionale, primo per i prodotti «lunghi».

Crisi che vengono da lontano e altre, improvvise, che non ti saresti aspettato come quella del Maggio musicale fiorentino che mette in gioco 119 posti di lavoro. E poi ancora, la ex Mabro di Grosseto (234 addetti, quasi tutte donne), Beltrame di San Giovanni Valdarno (70 lavoratori), ex Eaton (250), ex Isi (350), Floramiata (120 addetti più 80 avventizi), KME (920 più 80 di Firenze), Menarini (1.500), Pirelli Figline (450), Selex Ex (1.300), Seves spa (175), Shelbox in fallimento (148), comparto gomma-plastica Livorno, Gbl/Trelleborg-Tss Italia (45 più 138 addetti), Novaol (35), polo produttivo della componentistica auto motive di Livorno e Collesalvetti, De Tommaso spa in fallimento (142 addetti), camperistica. Per qualcuno la crisi è superata, è il caso della Richard Ginori, sono salvi almeno 277 posti di lavoro.

«Nonostante la drammaticità della crisi la Toscana sta facendo la sua parte – conclude l’assessore Simoncini –. Ma non basta. Serve una politica nazionale, che metta al più presto il lavoro e lo sviluppo al centro della sua azione». Il tutto con un unico obiettivo: il rilancio del mercato interno e la conseguente ripresa dei consumi.

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