Toscana

Nascere in Toscana. A rischio le piccole maternità?

«Non ho mai annunciato la chiusura di punti nascita in Toscana». L’assessore regionale alla sanità Daniela Scaramuccia smentisce categoricamente le dichiarazioni attribuitele dalla Lega Nord toscana in un recente comunicato. E ribadisce: «L’unico e prioritario interesse del governo regionale è la tutela della partoriente e del nascituro».

Ma la smentita, seppur così netta, non dissolve tutti i dubbi. Dell’ipotesi di chiudere i più piccoli tra i 28 «punti nascita» toscani si era parlato nel luglio scorso dopo l’incontro dell’assessore con i sindacati dei medici. «Abbiamo parlato di come trovare i soldi per mantenere un buon livello di dotazioni organiche. È stata fatta l’ipotesi di chiudere i punti-nascita sotto i 400-500 parti all’anno. E noi siamo d’accordo», aveva dichiarato all’uscita da quell’incontro Carlo Palermo, segretario regionale Anaao (Associazione medici dirigenti).

Dati alla mano rischiavano quelli di Carrara, Pontremoli, Volterra, Bibbiena e Piombino. Molto piccolo è anche quello di Portoferraio, ma essendo su un’isola è quasi intoccabile. Il problema non è solo di razionalizzazione della spesa, che pure è importante a questi chiar di luna. Si tratta anche di un problema di sicurezza. Sempre più spesso le mamme preferiscono rivolgersi alle grandi maternità, quelle di livello 2 avanzato o 3, dove esistono attrezzature ed equipe in grado di affrontare ogni emergenza.

Il sistema-nascite toscano è all’avanguardia. Lo ha dimostrato anche l’inchiesta della Commissione sanità del Consiglio regionale, conclusasi a gennaio 2010. «Abbiamo rilevato una situazione ottimale in Toscana», riconobbe in quell’occasione la presidente della Commissione Anna Maria Celesti, che pur faceva parte dell’opposizione. «È l’unica regione in Italia che attraverso un protocollo ha stabilito uno standard di esami e di ecografie che vengono effettuati a tutte le donne incinte in modo gratuito». L’indagine riscontrò però anche delle criticità, delle cose da migliorare e un’eccessiva «medicalizzazione» di un evento che dovrebbe essere sempre vissuto con gioia, non come una «malattia».

Il nostro è un sistema sicuroma troppo «medicalizzato»di Riccardo Poli

Molto spesso, quando parliamo delle principali emergenze del nostro territorio regionale, facciamo riferimento al progressivo invecchiamento della popolazione, all’aumento delle patologie croniche, alla necessità di lavorare sulla prevenzione oncologica o cardiovascolare, tramite l’assunzione di corretti stili di vita. Tutte cose importanti e lo sappiamo bene, ma questo non deve farci dimenticare un altro versante, altrettanto cruciale e che merita particolare attenzione: quello della nascita di un bambino, con i diversi aspetti che questo evento comporta per la famiglia, il tessuto sociale, il sistema «salute» nel suo complesso. Ogni gravidanza e ogni nascita sono preziosi anche perché, come è stato giustamente affermato, ogni bimbo che nasce conferma che Dio non si è dimenticato dell’uomo.

In Toscana nascono 28 mila bambini all’anno. Molti di questi sono destinati a rimanere figli unici ed è noto come un forte contributo al numero di nascite e di nascite numerose nella stessa famiglia sia portato dalla popolazione immigrata. Non è un caso come aree a forte impatto immigratorio, come quella pratese, siano anche quelle più «giovani» in un contesto, come detto, di progressivo invecchiamento della popolazione autoctona.

Molti i temi, anche con forte impatto bioetico, che si accompagnano alla nascita e a tutto ciò che la precede e immediatamente la segue: dal problema degli aborti ripetuti tra le donne straniere a quello – è il caso della popolazione cinese – degli aborti clandestini, spesso fonte di gravi o addirittura mortali conseguenze per le gestanti; dall’introduzione anche nella nostra regione della cosiddetta pillola abortiva (RU 486) alla questione, spesso non facile da affrontare, di una sana educazione all’affettività ed alla sessualità per i nostri ragazzi, partendo proprio dal contesto familiare e da quello scolastico. Il discorso ci porterebbe lontano e riapre la questione, assolutamente necessaria importante, che riguarda l’urgenza di potenziare e rafforzare i consultori, ad iniziare da quelli dedicati alla popolazione straniera, come momento forte di educazione e di prevenzione, ma nello spazio concessomi, vorrei soffermarmi su alcuni punti che periodicamente ritornano all’attenzione generale e che meritano di essere ricordati e affrontati con maggior determinazione.

I dati a disposizione mettono in luce quanto nell’attuale prassi regionale il percorso gravidanza-parto funzioni in modo soddisfacente.

Sin dal Piano sanitario 2005-2007, la nostra Regione si è preoccupata di affrontare le problematiche connesse al percorso nascita, nella convinzione che, pur avendo, in linea generale, indicatori di salute che rilevano in Toscana un percorso gravidanza-parto di buona qualità (non è forse un caso che la grande maggioranza delle donne toscane partorisce in una struttura pubblica, a differenza di quanto ancora avviene in altre regioni italiane), tuttavia, a somiglianza di quanto avviene nella gran parte dei Paesi sviluppati, anche da noi si assiste in questo settore a un aumento ingiustificato di procedure diagnostiche e terapeutiche, anche complesse e invasive, che contribuiscono da una parte ad aumentare senza necessità i costi, dall’altra a provocare alle donne e al neonato inutili rischi iatrogeni. In Toscana è in diminuzione la quota di parti cesarei ed il suo valore è minore dei valori medi nazionali, ma è superiore a quanto indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Non a caso si parla di una cultura «difensiva» del medico che rischia di portare ad una progressiva medicalizzazione di ciò che dovrebbe essere di per sé qualcosa di estremamente naturale e fisiologico: la gravidanza e il parto.

Abbiamo una buona capacità di assistere i bambini immaturi o sottopeso, ma mentre per bambini di questo tipo sarebbe importantissimo vedere la luce in strutture dotate delle migliori attrezzature disponibili, ancora una percentuale di essi nasce in ospedali non dotati di terapia intensiva neonatale.Per quanto riguarda le gravidanze a rischio o patologiche, bisogna assicurare, tutte le volte che è necessario, l’accesso ai livelli superiori di assistenza ostetrica in tutte le aree della Regione.

Il sistema sanitario deve garantire alle future mamme una informazione «piena e corretta» sulle possibilità di evitare o alleviare i dolori del parto. Per quanto riguarda il parto con analgesia epidurale, deve essere garantito in tutti i punti nascita nei casi in cui sussiste una indicazione medica motivata da particolari condizioni della donna o del feto; quando invece l’analgesia epidurale è una richiesta della donna, deve essere garantita all’interno della rete complessiva dei punti nascita.

Per quanto riguarda le gravidanze non a rischio né patologiche, che sono fortunatamente la grande maggioranza, occorre attivare tutte le condizioni che favoriscono lo svolgimento fisiologico del percorso nascita: dalla gravidanza al parto, dai primi contatti con il neonato all’allattamento al seno (a questo proposito, si rilevano differenze evidenti tra gli ospedali in cui è in funzione il rooming-in e quelli dove non lo è).

Occorre poi potenziare l’assistenza ostetrica a domicilio, non ancora adeguata al bisogno e promuovere una più stretta collaborazione tra il pediatra ospedaliero e quello di libera scelta.

Si considera utile anche una verifica degli screening neonatali, eventualmente per incrementarne il numero rispetto a quelli attualmente in vigore.

Particolare attenzione deve essere poi dedicata al problema del disagio psichico connesso alla gravidanza e al puerperio: su eventuali casi di depressione maggiore è necessario, lo sappiamo bene, un intervento precoce.

In nessun caso, comunque, si otterranno risultati di qualità senza migliorare il livello di informazione delle future mamme e la capacità di recitare quel ruolo di protagonista che compete soltanto a loro.

Pisa, nella nursery a «4 stelle» si allenano con «Nina»di Andrea Bernardini

Pancioni in fila indiana in attesa di una ecografia, corsi pre-parto affollati, sale travaglio e sale parto abitate 24 ore su 24. Provate a parlare di crisi demografica a chi lavora al punto nascita dell’ospedale Santa Chiara: vi daranno dello squilibrato. Qui, nel palazzone dedicato al professor Fioretti, sono nati, lo scorso anno, 2402 bambini;  altri 103, venuti alla luce in altri ospedali della costa toscana, sono stati ricoverati in terapia intensiva.

Il punto nascita di Pisa è – secondo la discussa delibera adottata dalla Regione Toscana nel dicembre del 2009 – di terzo livello b, una sorta di albergo a quattro stelle in cui andare a partorire in sicurezza. Un albergo – si fa per dire – in cui lavorano fior di professionisti, dotati di diverse competenze.

Venti posti letto in nursery, sedici (ma in alcuni momenti critici salgono a 23) in terapia sub intensiva, otto in terapia intensiva. Pochi, secondo il professor Antonio Boldrini, primario di neonatologia: «servirebbero almeno quattordici posti letto per la terapia intensiva e 28 per la subintensiva». E con i nuovi letti, servirebbero altri due neonatologi e altre quindici infermiere.

Per la verità, la Regione Toscana aveva messo a disposizione risorse per ricavare dagli spazi della unità operativa una sala più adatta ad un numero crescente di bambini nati prematuri: «i lavori, però, vanno a singhiozzo, e dopo venti mesi ancora non vediamo il termine». Il professor Antonio Boldrini snocciola i dati dei bambini nati pre-termine e qui ricoverati: erano stati 314 nel 2008, sono stati 321 nel 2009. Quanti di questi sopravvivono? «Dipende da quanto tempo sono stati nel grembo della madre». La possibilità di sopravvivenza è praticamente nulla di fronte a bambini nati dopo meno di 23 settimane di gestazione, ma sale al 30% alla ventitreesima settimana, al 50% dopo 25, all’80% dopo 28.

L’ultimo arrivo in neonatologia si chiama Nina ed è un fantoccio peso 3 kg e alto 50 centimetri, le misure medie di un bambino appena venuto alla luce. A un neonato, lui, manichino di ultima generazione, somiglia tantissimo: nell’aspetto, ma anche nel comportamento, specie di quei bebé che hanno più difficoltà degli altri ad adattarsi al mondo dei grandi. Nina è stato sistemato in una saletta di 6 mq, insieme agli strumenti necessari alla rianimazione del neonato: maschera e palloncini, ventilatore meccanico, video laringoscopio ed elettrocardiografo, e poi prese a muro per l’ossigeno, l’aria compressa e l’aspirazione. Un software, elabora la situazione – tipo cui dovrà rispondere il fantoccio. «Quelle di base sono una dozzina – dice il dottor Armando Cuttano, direttore del Centro di formazione e simulazione neonatale – ma, giocando con le combinazioni, gli scenari aumentano all’infinito. Nina ora è asfittica, ora cianotica (e per questo la sua bocca diventa bluastra), ora in preda a convulsioni, ora soffre di un pneumotorace o di una aritmia cardiaca».

In casi come questi tutti coloro che bazzicano la sala parto, dall’anestesista all’infermiera, dall’ostetrica alla ginecologa, oltre, ovviamente, al neonatologo, devono saper intervenire, velocemente e correttamente, per soccorrere quel corpicino. Ecco perché Nina è stata posta in quella saletta: perché mettendosi di fronte a un fantoccio più realista del re, il sanitario si «prepari» a passare con disinvoltura dal simulatore al neonato in carne e ossa.