Toscana
stampa

Quelli che... dedicano un anno agli altri

Luca Orsoni, responsabile Servizio civile Caritas della Toscana: «Condividere un anno della propria vita con chi vive una situazione di difficoltà, con chi è solo, emarginato apre gli occhi e il cuore su una realtà spesso poco conosciuta». In servizio anche quindici giovani con l’anno di volontariato sociale

Gruppo di giovani in servizio civile alla Caritas toscana

C'è un mondo, quello del Servizio civile e del Volontariato sociale dove si respira un’aria diversa. Più pura, semplice, leggera. Si parla sempre dei giovani in termini negativi, per la mancanza di lavoro, di valori, di ideali, di sogni. Sembra quasi che questa fase della vita oggi sia diventata sinonimo di declino della società, del consumismo che la pervade. Ecco. Passare due giornate in compagnia di questi ragazzi che hanno scelto di mettersi in gioco, di scoprire le proprie potenzialità, fa percepire tutto in modo completamente diverso. Tanto da aiutare tutti a ritrovare nuove energie, stimoli. A ritrovare quel senso di comunità di cui tanto ci parlavano i nostri nonni e bisnonni. In poche parole: il vero senso delle cose.

«L’esperienza del Servizio civile e dell’Avs, propone ai giovani di condividere un anno della propria vita con chi vive una situazione di difficoltà, con chi è solo, emarginato; di sperimentare l’importanza del dono di sé, senza secondi fini o interessi personali; di aprire gli occhi e il cuore su una realtà spesso poco conosciuta», afferma Luca Orsoni, responsabile Servizio civile Caritas della Toscana. «Non ultimo – aggiunge – di diventare un “segno” nella società umana, promuovendo un modello di vita basato sull’accoglienza e su relazioni autentiche e profonde».

Ma che cos’è l’Avs? «L’anno di volontariato sociale – spiega Luca Orsoni – è un’esperienza nata alla fine degli anni ’70 da Caritas italiana, con l’intento di far partecipare al Servizio civile anche coloro che per la legge di allora, erano esclusi. All’epoca potevano infatti accedervi solo i maschi abili e arruolati. Negli anni la Caritas italiana ha continuato a sostenere questo tipo di esperienza aprendola a quei giovani che per una serie di motivi come l’età, gli impegni, la collocazione rispetto al mondo del lavoro o alla vita ecclesiale, non rientravano all’interno del percorso del Servizio civile. Oppure, in molti altri casi, come esperienza propedeutica ad esso. In sostanza la differenza è che una è un’esperienza strutturata secondo la legge dello Stato, l’altra invece secondo alcune indicazioni della Chiesa, è finanziata con l’8xmille, ed è legata al mondo ecclesiale».

Anche quest’anno sono tanti i progetti proposti dalle Caritas italiane, 146, per un totale di 1.012 posti. In Toscana, il Servizio civile nazionale, è già cominciato per 40 ragazzi tra 18 e i 28 anni, provenienti dalle Diocesi di Firenze, Fiesole, Arezzo, Lucca e Pisa. Ma il numero è destinato ad allargarsi. Molto presto infatti tutte le altre diocesi inizieranno con il Servizio regionale, del quale uscirà il bando la prossima settima, e che darà l’opportunità ad altri 130 ragazzi di vivere questa bellissima avventura. I giovani A.V.S. sono invece 15.

Particolarmente numeroso il gruppo di Pisa, dove alcuni ragazzi stanno svolgendo il Servizio civile nei Centri di ascolto, come Chiara, che racconta delle difficoltà incontrate nei primi momenti. «Quando qualcuno mi parlava della sua storia, spesso difficile e dolorosa, trattenere le lacrime era difficile. Ma sbagliavo. Sono passate poche settimane ma pian piano, lavorando su me stessa, ho capito l’importanza di mostrarsi forte, di sorridere. E’ uno scambio, un’energia reciproca. Anzi forse sono più loro a darmi coraggio che io, a farmi capire che non siamo mai davvero soli».

Tra le voci dei giovani, c’è anche la testimonianza di Federico, che a soli 33 anni ha già trascorso 6 anni della sua vita come missionario laico fideidonum, per la Diocesi di Lucca, in Africa. Un’esperienza di grande umanità, nata per caso, grazie a don Fulvio Calloni, per anni missionario in Ruanda, dove insieme ad altri preti lucchesi, nella metà degli anni ’80, fondò la parrocchia di Nyarurema, a 180 km dalla capitale, Kigali. «Allora – racconta Federico – don Fulvio, seguiva il gruppo di giovani a cui appartenevo. Fu così che mi appassionai alle sue storie e decisi di fare una prima esperienza di tre mesi a Nyarurema, per poi tornarvi nel 2010». «Appena giunto nella parrocchia, il sentimento di inadeguatezza era forte. Ero bianco, “quello che veniva dai paesi ricchi”. Dovevo abbattere i pregiudizi su di me». «Oggi – commenta – ho un altro sguardo sul mondo. Mi ha ridimensionato».

«La possibilità di fare un’esperienza all’estero non è però offerta solo dal Centro missionario diocesano – precisa Orsoni – anche Caritas italiana da oltre dieci anni offre infatti ai giovani, i cosiddetti caschi bianchi, l’opportunità di svolgere il Servizio civile in un altro paese, in missioni di promozione della pace, dello sviluppo e della cooperazione fra i popoli. Per il 2016/17 sono 6 i progetti attivati, per 58 posti». «Il Servizio civile – conclude – può essere dunque quella scelta che ti cambia la vita, che ti può orientare verso settori a cui non avresti mai guardato».

Tre storie di giovani in servizio civile

Iacopo

Jacopo comincerà tra pochi giorni il Servizio civile nazionale alla Cittadella della Pace, vicino ad Arezzo. «Tutto merito del mio professore di psicologia del liceo», afferma. «Franco Vaccari, che è anche il presidente dell’Associazione, mi ha permesso negli anni più importanti della mia formazione, di capire l’importanza dell’altro, di conoscere chi è “diverso” da noi senza pregiudizi. Perché solo se si conosce non si ha più paura. Mi ha insegnato l’importanza del dialogo. Spesso rifiutiamo di parlare e di ascoltare gli altri solo per timore di dover ammettere che le nostre idee non sono poi così giuste». «Con questa esperienza – prosegue Iacopo – voglio tirare fuori il meglio di me. Quindi quale luogo migliore della Cittadella della Pace? L’Associazione Rondine svolge infatti un ruolo attivo nella promozione della cultura del dialogo e della pace, tramite l’esperienza concreta dello Studentato Internazionale. Nel borgo medievale di Rondine convivono studenti provenienti da paesi in conflitto dei Balcani, del Caucaso, del Medio Oriente, dell’Africa. È una vera e propria “Scuola Europea della Pace”». «Una volta poi terminato il ciclo di studi – spiega – i giovani del progetto rientrano nel paese di origine per testimoniare, nei luoghi del proprio impegno professionale e civile, la concreta possibilità del dialogo e della pacifica convivenza». «A questo punto – afferma Iacopo – non mi resta che iniziare il conto all’arrovescia. Si parte lunedì!».

Iacopo: Servizio Civile Nazionale - Rondine Cittadella della Pace - Arezzo

Martina

«Mio padre e mio nonno erano poliziotti penitenziari. Da bambina, ricordo che ascoltavo per ore i loro racconti. Parlavano di uomini che avevano avuto una vita difficile, alcuni con disturbi psichiatrici. Immaginavo il carcere con un microcosmo di gente ammassata in stanze minuscole, senza finestre, corridoi lunghissimi senza fondo, la mancanza di aria. In quei momenti mi chiedevo che cosa avrei potuto fare per loro. Avrei voluto dargli una seconda possibilità, perché penso che in ognuno di noi ci sia una cosa buona». «Ora sono cresciuta – afferma Martina – e ho deciso di dedicare la mia vita a loro, attraverso il mio percorso di studi, l’anno di volontariato sociale». «Il Centro in cui sto svolgendo l’Avs, è la Casa “Il Samaritano”, in via Baracca, che accoglie uomini in condizioni di disagio sociale in misura alternativa alla detenzione (MAD), sia in caso di domiciliari che di affidamento in prova ai servizi sociali o di permessi-premio». «Qui – spiega – possono sperimentare un’accoglienza relazionale educativa e una dimensione di stabilità affettiva, strumenti utili per intraprendere un percorso rivolto all’autonomia e al recupero della dignità individuale e sociale». «Certo – esclama – ogni giorno è una sfida nuova, non è facile riuscire ad interagire con i detenuti, molti non conoscono neanche la nostra lingua. Sono diffidenti, schivi, hanno paura di tornare alla vita reale, quasi come se le mura della cella dove hanno vissuto per tanti anni fosse diventata per loro fonte di protezione. Gli ospiti del “Samaritano” hanno infatti alle spalle storie e itinerari tortuosi. Io gli ascolto, gli accompagno a rinnovare i documenti, gli aiuto nella ricerca del lavoro, cerco di fargli vedere in me un appiglio per risalire». «Ma quello che ho davvero capito – conclude Martina – è che l’aiuto più grande si trova nelle piccole cose, nel sorriso. Bisogna sorridere sempre, perché il sorriso può aprire la porta anche del cuore più affievolito».

Martina: Anno di volontariato sociale - Casa «Il Samaritano» - Firenze

Manuela in servizio civile

«Fin da piccola sono cresciuta con gli insegnamenti di mia zia – racconta Manuela – che da anni è maestra in una scuola elementare di Lampedusa. Lì, ogni mattina, gli abitanti escono di casa con un pezzo di pane, del latte, delle uova, perché sanno che incontreranno qualcuno che ne ha bisogno. Non restano indifferenti alla sofferenza altrui, come troppo spesso mi è capitato di vedere quando andavo in spiaggia con i miei genitori, ad Agrigento, la città dove sono nata. Ricordo infatti i gommoni ammassati dietro gli arbusti, le scarpe dei bambini e le valigie galleggiare in mare, tracce di vita a cui nessuno dava importanza». «Ecco. Io ho scelto di non rimanere a guardare». «Per questo – spiega Manuela – ho deciso di fare il Servizio civile nella Caritas, alla Casa di San Michele a Rovezzano, un centro d’accoglienza per donne sole o con figli residenti nel Comune di Firenze e in situazione di disagio sociale e abitativo». «Il mio obiettivo è far sentire gli ospiti “in famiglia”. Ognuno aiuta secondo la propria disponibilità e le cose da fare sono tante: preparazione e distribuzione dei pasti, pulizie, selezione e sistemazione del guardaroba o dei giocattoli per i bambini, organizzazione ed animazione dei giochi, sostegno scolastico, accompagnamento delle ospiti alle visite mediche, semplice compagnia». «Ci sono tante situazioni complicate. Ci sono donne che per arrivare fin qui hanno attraversato difficoltà terribili, mesi di viaggio nel deserto, la traversata in quei 20 km di mare che ci dividono dalle coste libiche, ma nonostante ciò non hanno perso la voglia di vivere. I loro bimbi sorridono, sono pieni di gioia, eppure non hanno niente». «C’è tanto da imparare dai migranti, il coraggio, la determinazione. Aiutare loro – conclude Manuela – significa aiutare me stessa».

Manuela: Servizio Civile Nazionale - San Michele a Rovezzano - Firenze

Quelli che... dedicano un anno agli altri
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento