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Regione: Unioni e fusioni di Comuni non sono alternativi ma complementari

Fusioni di Comuni alternative alle Unioni? Dall’incontro tra le Unioni di Comuni della Toscana che c’è stato stamani a Pontedera il coro è unanime: non si tratta di modelli alternativi ma complementari. Una strada necessaria per far ripartire gli investimenti, perché i bilanci degli enti locali sono quelli che sono, le risorse sempre meno e i lacci del patto di stabilità ben noti.

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Parole chiave: fusione comuni (11)

Una strada per certi aspetti sempre più obbligata: dal 1 gennaio 2014 i comuni sotto 5.000 abitanti (3.000 per quelli montani) saranno infatti costretti a gestire assieme tutte le funzioni. «Una rivoluzione» ammette l’assessore Bugli.

Oggi le Unioni di Comuni in Toscana sono venticinque. Un’altra, quella del Valdarno inferiore, si sta costituendo. Quella più grande, 14 comuni e più di 120 mila abitanti, è quella della Valdera, nata cinque anni fa. Enti intermedi senza alcun costo aggiuntivo per la politica, che coinvolgono 156 comuni su 287 (ed un quarto della popolazione toscana), più di quelli che sarebbero al momento obbligati a farlo. Strumenti di fatto per gestire meglio (e risparmiando) alcuni servizi, con personale tutto dei Comuni che le compongono.

«Il lavoro che come Regione abbiamo messo in agenda per i prossimi mesi – spiega l’assessore della Toscana al rapporto con gli enti locali, Vittorio Bugli – è quello di un monitoraggio attento su come queste Unioni di Comuni, per tre quarti nate dalle ceneri delle ex Comunità montane, stanno funzionando. Ed aiutarle a decollare, se necessario».

Ci sono poi le fusioni di Comuni, anch’esse in crescita. Sei referendum ci sono già stati. Forse altri otto ci saranno la prima domenica di ottobre. Altri ancora ne ragionano. «Il prossimo anno potremmo avere – conta Bugli – dieci nuovi Comuni al posto di più di venti». E due di questi riguardano proprio la Valdera: Lari e Casciana Terme da una parte e Palaia, Peccioli e Capannoli dall’altra.

La Regione Toscana incentiva oggi le fusioni con 250 mila euro l’anno di maggiori contributi per cinque anni, fino ad un massimo di un milione per unione. A questi si aggiunge un quinto in più dei trasferimenti statali che gli stessi Comuni potevano vantare nel 2010 e soprattutto tre anni di esenzione dal patto di stabilità.

«Chiaramente è una spinta che può aver convinto alcuni più dubbiosi – annota l’assessore – Ma non ci si unisce solo per denaro: altrimenti, come tutti i matrimoni, durerebbero ben poco».

Fonte: Comunicato stampa
Regione: Unioni e fusioni di Comuni non sono alternativi ma complementari
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