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Rinnegare la famiglia: così nasce il Forteto

In un libro inchiesta uscito in questi giorni, «Setta di Stato» (AB Edizioni) i giornalisti Francesco Pini e Duccio Tronci ricostruiscono la storia del Forteto, il cui fondatore è stato condannato in primo grado assieme ad altri 15 indagati per violenze di vario tipo sui minori affidati a coppie della comunità.

Rinnegare la famiglia: così nasce il Forteto

C'è il volto pubblico del Forteto, quello dell’azienda agricola, del negozio in cui acquistare carne e formaggi, delle stalle da visitare con i bambini. Poi c’è il volto che abbiamo imparato a conoscere attraverso le drammatiche testimonianze del processo che in primo grado si è concluso con una condanna al fondatore, Rodolfo Fiesoli, a 17 anni e mezzo e ad altri 15 imputati con pene tra 1 e 8 anni. Un mondo di orrori cui emergono storie di abusi persino difficili da immaginare: fino alla vicenda di minori indotti ad avere rapporti omosessuali con quegli stessi adulti che dovrebbero essere i loro genitori affidatari.

Tante cose sono emerse, altre ancora probabilmente emergeranno nei prossimi mesi: ci sarà il processo d’appello, ci sarà la commissione d’inchiesta del Consiglio regionale (mentre in Parlamento la maggioranza ha votato no a un’analoga commissione a livello nazionale). Intanto però è utile chiedersi come è potuta nascere una storia come quella del Forteto. Da dove si è partiti per arrivare a tutto questo?

In un libro inchiesta uscito in questi giorni, «Setta di Stato» (AB Edizioni) i giornalisti Francesco Pini e Duccio Tronci ricostruiscono la storia, attraverso gli atti del processo di primo grado appena concluso, ma anche del processo che già aveva condannato Fiesoli nel 1978, oltre alle interviste di persone che hanno voluto raccontare anche fuori dalle aule di giustizia la loro storia. «Le storie - racconta uno degli autori, Francesco Pini - sono tante: c’è chi da giovane, pieno di speranze, con l’idea i cambiare il mondo, ha creduto nell’utopia del Forteto, nel sogno imposto da Rodolfo Fiesoli, per poi ritrovarsi in una situazione che viene definita come di schiavitù dell’anima. Altre volte ci sono ragazzi arrivati al Forteto su decreto del Tribunale dei Minori. In ogni caso, per chi sceglie di andarsene, l’uscita dal Forteto è sempre un’esperienza drammatica, che lascia degli strascichi. Qualcuno purtroppo non ce l’ha fatta a sopravvivere, noi raccontiamo anche di persone che si sono tolte la vita».

Andiamo alle origini, al «Forteto prima del Forteto», prima che la comunità arrivasse in Mugello e che nascesse l’azienda agricola: agli anni in cui Rodolfo Fiesoli, in un paese alla periferia di Prato, raduna intorno a sé molti ragazzi. All’inizio, fra l’altro, cerca ospitalità nei locali della parrocchia, ma viene presto cacciato dal parroco: ed è proprio a seguito di quella espulsione che nascerà l’idea di una azienda agricola, in un luogo in cui la comunità potesse essere autonoma e isolata.

All’origine della comunità, spiega Pini, c’è prima di tutto «un desiderio di rottura con le famiglie di origine e con un modello tradizionale di famiglia e di società. Del resto è quello che hanno vissuto tanti giovani negli anni che seguivano il ’68. Quello che è diverso in questo caso è che si è andati all’estremo: non solo una rottura con quelle che potevano essere le convenzioni, le regole o i valori dei genitori e delle famiglie di origine, ma un tagliare i ponti completamente con tutto quello che è il mondo al di fuori del Forteto. Nel Forteto troviamo questa dicotomia: quello che è dentro è buono, è puro, mentre fuori dalla comunità, per usare la terminologia che secondo molte testimonianze era usata dal Fiesoli c’è solo “merda”».
Un rifiuto della famiglia di origine, ma anche un rifiuto del concetto stesso di famiglia. Così che, quando la comunità troverà una sede, verrà costituita una distinzione netta tra uomini e donne, che dormono in camere separate e mangiano a tavoli separati. Con il suggerimento, da parte di Fiesoli, di mantenere  anche nei rapporti sessuali questa divisione: uomini con uomini, donne con donne. «È un passaggio fondamentale della filosofia del Forteto - sottolinea Pini - anche se non è facile da capire. Nella filosofia del Forteto si presume che in ogni uomo ci sia una componente omosessuale, e che il rapporto con la donna sia invece l’espressione fisica di un amore imperfetto, di un istinto animalesco: il vero amore, quello puro, è soltanto tra persone dello stesso sesso. L’uomo che non riesce a superare la dipendenza dalla figura femminile viene considerato un debole e nella terminologia del Fiesole viene chiamato “finocchio”, usando il termine in maniera ribaltata da come viene normalmente usato in Toscana».

La cosa impressionante è che su questa strada vengono indirizzati anche i minori affidati alla comunità, invitati a «liberarsi» dei condizionamenti subiti nelle famiglie di origine. Minori che arrivano al Forteto attraverso i vari passaggi istituzionali. Quella che si crea però è una situazione strana, in cui la strada seguita è quella dell’affidamento familiare, all’interno di una comunità in cui di fatto le famiglie non esistono. Le coppie affidatarie infatti vengono create ad arte: il meccanismo lo spiega, nero su bianco (e con una leggerezza che, rivista alla luce di quello che adesso sappiamo, fa impressione) un dirigente della Regione Toscana, in un documento del 2001 riportato nel libro: «Molti nuclei familiari si costituiscono appositamente per far fronte ai bisogni del bambino (...) questi nuclei familiari sono resi possibili dalla disponibilità degli adulti - un uomo, una donna - che in quel momento e in quella determinata relazione decidono di assumere questo compito». È una descrizione lucida ed esplicita di quelle che Fiesoli chiama le «famiglie funzionali».

Perché è necessario ricorrere a queste finte famiglie? Perché il Forteto non ha il riconoscimento di struttura affidataria, e quindi sfugge a tutti i controlli che una struttura per minori dovrebbe avere. «C’è una ambiguità di fondo - spiega Pini -: se il Forteto fosse stata una struttura accreditata sarebbe stata soggetta a controlli. Allo stesso tempo, mentre nel caso di affidamento familiare c’è normalmente una fase di accompagnamento della coppia, di preparazione, di verifica, nel caso del Forteto questo non avveniva perché il fatto che la coppia facesse parte della comunità veniva ritenuto sufficiente, come un marchio di garanzia. Nonostante sia accertato che in molti casi i minori non venivano seguiti dalle persone a cui erano stati formalmente affidati».

Ecco allora cosa si nasconde dietro gli orrori del Forteto: la distruzione programmatica della famiglia naturale, la pretesa di costruire una comunità senza famiglie che diventa però soggetto privilegiato per gli affidamenti familiari. Un paradosso che non nasce per caso: una realtà che ha mosso i suoi primi passi oltre quarant’anni fa come, scrivono Pini e Tronci nel loro libro, «un piccolo Sessantotto di provincia, che non mancava di suscitare entusiasmi intellettuali».

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