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Sanità, in Toscana una riforma che marginalizza la persona e il valore professionale

Sulla riforma della sanità toscana, annunciata dalla giunta Rossi, pubblichiamo un'analisi critica della presidente regionale dell'associazione dei Medici cattolici.

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Sanità (Foto Sir)

Così come pensata dal Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, la riforma della governance del sistema sanitario regionale (che pure si rendeva necessaria, ma non certo da ora, se si voleva porre un argine al taglio dei servizi ad assistenza e cura) procede in senso opposto ad un presupposto irrinunciabile, ovvero la polarità del paziente e delle sue esigenze alle quali noi medici, quotidianamente, tentiamo di fornire risposta adeguata in termini di assistenza e cura.

Ecco i principi base:

1) tre sole Asl di Area Vasta la cui sede direzionale possibilmente coincida con quella dei tre ospedali universitari;

2) sottrazione di funzioni alle strutture gestionali intermedie;

3) periferizzazione dei bisogni della persona nell’orbita dell’interesse politico, strategico e amministrativo del sistema;

salute che va incontro a un accentramento del controllo

4) iperburocratizzazione.

L’ipotesi di riforma avanzata, infatti, nel suo progetto di Area Vasta rafforza a dismisura i centri di potere già solidi delle zone su cui insistono le aziende ospedaliero-universitarie ovvero Firenze, Siena e Pisa. Auspicabile sarebbe stata una riforma che distribuisse sul territorio regionale in maniera EQUA ed uniforme i luoghi decisionali/operativi tra direzioni aziendali, centrali del 118 – che adesso sono sei solo in via provvisoria, ma dovranno diventare tre – e ospedali universitari. È evidente come invece si persegua, da parte della giunta regionale, una concentrazione dei poteri logisticamente netta e definita, distante dal cittadino, dagli operatori sanitari e dai loro rappresentanti sindacali non solo geograficamente, ma anche a livello di interesse da parte di chi confeziona le strategie e gli indirizzi della sanità.

Del resto, che l’organizzazione di Area Vasta si configuri (secondo questo modello di riforma) come portatrice di interessi «altri» rispetto alla salute è plasticamente rappresentato nell’abolizione della figura del direttore sanitario, oltre che nella previsione di tagli lineari agli organici del personale sanitario già ridotti all’osso (il numero degli amministrativi in Toscana oltrepassa di gran lunga il 7% stabilito su tutto il personale della sanità: il riordino di tale assetto potrebbe portare ad un aumento del numero del personale sanitario). Se a questa sorta di «rottamazione coatta di massa» si combina il blocco del turn over che oggi grava sul personale sanitario, la riduzione selvaggia dei posti letto, una rete di cure intermedie assolutamente smagliata e il conseguente moltiplicarsi degli accessi nei Pronto Soccorso in perenne rischio collasso, ecco che diviene fin troppo facile immaginare come il sistema si vada avviando verso un concreto pericolo di implosione.

Parimenti, tanti giovani medici vedranno una volta di più frustrata la loro aspirazione a una stabilizzazione più volte promessa, nell’ambito dell’emergenza-urgenza che in larga misura cammina sulle loro gambe ma non solo.

Una siffatta riforma, per altro, interviene entro una situazione in cui il modello di organizzazione dell’Ospedale per Intensità di Cure non si è ancora consolidato, producendo incertezze destinate a peggiorare con i nuovi tagli ai professionisti della sanità cui la Regione mira, al punto da inserirli tra gli obiettivi assegnati alle aziende sanitarie per il 2015 e soggetti a valutazione Mes. In questo modo, legando i tagli delle professionalità a incentivi e premi di produttività, si rendono i direttori generali (o commissari e vicecommissari, nella fase di transizione della riforma) autentici tagliatori di teste. È una ulteriore dimostrazione concreta di quanto l’interesse per la qualità del servizio reso al cittadino – servizio in cui la professionalità stabilisce la differenza tra vita e morte, benessere e malattia – rimanga sullo sfondo di un riassetto strutturato secondo tutte altre logiche. Anche a costo di confliggere, come dimostrato dalla bocciatura che la prima ipotesi di riforma ha incassato dal governo, con la normativa nazionale vigente.

Tutti noi - medici e pazienti - che dovremmo essere percepiti tra gli attori principali del sistema salute, da questa ipotesi di riforma siamo invece relegati al suo margine, quasi una ridondanza rispetto alle priorità di chi decide. In questo senso, temiamo che le nostre osservazioni, come già accaduto in occasioni passate, non verranno tenute in alcun conto. Ci permettiamo comunque di esprimerle, anche se ciò che si evince con flagranza, nella riforma che il governo regionale spinge avanti quasi di prepotenza e certamente con fretta spiegabile solo in prospettiva elettoralistica, è che tutto ruota attorno a logiche di controllo politico le quali (mentre passano per una riorganizzazione delle direzioni e delle loro competenze) in realtà accentrano la gestione del sistema sanitario sul Presidente della Regione, svuotando anche le deleghe in mano all’assessorato di ampie quote di autonomia nelle scelte strategiche.

Alla Regione chiediamo dunque di sospendere l’iter della riforma per riaprirlo, dopo le elezioni regionali e dunque nella prossima legislatura, al confronto con tutti gli attori del sistema sanitario e alla rimodulazione che sposti il baricentro attuale restituendo centralità al ruolo delle professioni e ai bisogni dei pazienti.

* presidente regionale dell’Amci (Associazione medici cattolici)

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