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Anglicani: primati in preghiera nella cattedrale di Canterbury. Welby: scisma sarebbe un fallimento

Si è conclusa ieri sera con la recita dei Vespri nella Cattedrale di Canterbury il primo giorno dell’incontro dei primati anglicani di tutto il mondo convocati dall’arcivescovo di Canterbury Justin Welby.

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L'arcivescovo di Canterbury Welby (Foto Sir)

L’incontro si concluderà sabato 16 gennaio e si sta svolgendo in forma strettamente privata. Venerdì ci sarà una conferenza stampa. Intanto ieri sono state diffuse dall’ufficio stampa, due foto che ritraggono  i primati anglicani in preghiera nella cattedrale di Canterbury e si ricorda che l’incontro è stato convocato in settembre dall’arcivescovo Welby «in modo che i primati possono pregare e riflettere insieme sulle questioni di interesse comune». Sono presenti a Canterbury le due «anime» che compongono la Comunione anglicana nel mondo, quella più liberale dell’America del Nord e quella legata alla Rete dei «tradizionalisti» della Gafcon che disertarono nel 2008 la Lambeth Conference proprio per le divergenze suquestioni come l’omosessualità e l’ordinazione delle donne vescovo. La sfida è mantenere unite queste due realtà, evitando divisioni se non addirittura scismi. «We are One Family» è infatti il tweet inviato dall’Anglican Communion ieri sera, invitando gli anglicani del mondo a pregare per «l’unità».

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«Uno scisma non sarebbe un disastro». «Sarebbe un fallimento» ma «Dio è più grande dei nostri fallimenti», ha detto l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, rispondendo ieri mattina ad una intervista del programma «Today» in onda sulla Bbc Radio Four, ritrascritta integralmente dal servizio comunicazioni dell’Anglican Communion. L’arcivescovo risponde alle domande sulla prospettiva di una scisma alla luce delle profonde divergenze che ci sono sulle questioni relative alla sessualità e alla ordinazione episcopale delle donne. «Non sarebbe bello – ha detto l’arcivescovo –  se la Chiesa non è in grado di presentarsi al mondo come un esempio, mostrando che possiamo amarci e dissentire profondamente. Perché siamo stati messi insieme da Gesù Cristo, non per nostra scelta. Non siamo un club né un partito politico; siamo qualcosa fatta da Dio». L’arcivescovo ribadisce che è sua intenzione lavorare per l’unità della Comunione. «Certamente, io voglio la riconciliazione – ha detto rispondendo ad una domanda – e riconciliazione non sempre significa  accordo. In realtà, lo è molto raramente. Significa trovare il modo di dissentire bene; e questo è ciò che dobbiamo fare questa settimana». Cosa succede però se le Chiese africane decidono di proseguire sulla loro strada? «Non c’è nulla che posso fare se le persone decidono di andare via». «Ma noi vogliamo stare insieme», aggiunge subito l’arcivescovo. «Ascoltarci gli uni e gli altri, al servizio di Gesù Cristo; e concentrarsi non solo sulla questione della sessualità, ma anche sugli enormi problemi che vivono le persone di tutto il mondo: conflitti, persecuzioni, violenza religiosa». E conclude: «la Chiesa è una famiglia e tu rimani una famiglia, anche se prendi strade separate. È stato sempre così. E sempre sarà  così». La grande sfida per le Chiese di oggi è «dimostrare che è possibile dissentire profondamente e continuare ad amarci e prenderci cura gli uni degli altri».

Fonte: Sir
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